Peter Von Poehl: «Non sono un tipo da iPod»

Articolo pubblicato il 29 marzo 2007
Articolo pubblicato il 29 marzo 2007

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33 anni, nome aristocratico e dolcezza malinconica: incontro col cantautore svedese autore di Going to where the tea-trees are.

Bello e biondo. Peter Von Poehl somiglia ad un fragile vichingo che vaga per il Vecchio Continente. Nonno russo, radici polacche e un'adolescenza trascorsa in Austria: l'artista svedese, che canta in inglese, vive oggi tra Berlino e Malmö. La sua musica cosparsa di note leggere e di parole mielose è la testimonianza di un nuovo genere: il “pop cocooning” o “pop che ti culla”. Nel 1998 Von Poehl arriva a Parigi con una borsa di studio dell’Unione Europea e una laurea in musicologia, fa uno stage alla “Tricatel”, un’etichetta discografica indipendente con nostalgie anni Sessanta, e scopre le avanguardie musicali alternative francesi. Dopo qualche collaborazione con Bertrand Burgalat (fondatore di Tricatel), con il discusso scrittore Michel Houellebecq e con il gruppo AS Dragon, Von Poehle fonda un proprio label, a Berlino, insieme all’austriaco Florian Horwath, realizzando l'arrangiamento dell’ultimo album del cantautore Vincent Delerm, Les piqûres d’araignées (Le punture dei ragni, ndr). Lo abbiamo incontrato a Parigi (leggi l'intervista in basso).

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Il suo profilo e il suo percorso sono piuttosto cosmopoliti: si sente più svedese o più europeo?

Resto sicuramente svedese, anche se non ho ancora eliminato del tutto i complessi nei confronti del mio Paese natale. Con la Svezia ho un rapporto curioso: non ci vivo, ma ci torno tutti i mesi; la conosco molto bene, ma mi sembra straniera. Anche se tutti i testi delle mie canzoni parlano del viaggio, non sono un patito. Ho cercato di ricreare un ambiente nordico nel mio album con sonorità che ricordano, ad esempio, i canti di Natale della tradizione svedese. Il mio Paese mi manca, ma mi sento a casa altrove. In genere mi piacciono le situazioni in cui le persone e le cose non sono omogenee.

Le sue melodie sono abbastanza ovattate, quasi oniriche. A cosa si ispira?

A Londra avevo cominciato a frequentare una scuola di musica, poi ho seguito un corso di musicologia all’università. Eppure non sono mai stato uno di quelli che ascoltano tanta musica: i miei amici conoscono molti gruppi e in confronto a loro io sono un bambino viziato. Fare musica non significa necessariamente saper scrivere buone canzoni. Spesso mi capita di ascoltare un “nuovo album fantastico” che in realtà è già uscito da molto tempo. Dal momento che lavoro molto con altri artisti, preferisco avere un atteggiamento piuttosto rilassato: non conosco tutto e sono sempre molto contento di scoprire cose nuove. Mescolare, farsi influenzare: preferisco rimanere aperto.

Come mai è passato alla carriera da solista?

Quattro anni fa avevo un po’ di soldi, avevo registrato molte canzoni, ma non vedevo legami sufficienti tra i vari titoli per poterne fare un album. Ci sono talmente tanti album in circolazione! Se le melodie non sono coerenti tra loro non ha senso farne un cd. Un bel giorno mi sono detto che avrei lavorato per altri artisti, anche a costo di non essere soddisfatto. Arrivato a Berlino mi sono messo a lavorare sodo. Mi dicevo che non avrei lasciato il mio appartamento prima di registrare un album. Oggi mi rendo conto che essere un solista è un lusso, e che sono davvero privilegiato a potermi esibire in concerto. Anche se resto molto legato agli arrangiamenti in studio, amo il palcoscenico. Non mi piace lo spirito iPod: la musica va condivisa dal vivo.

Qual è la sua opinione sull’Unione Europea?

Sono capace di parlare della mia musica, ma non di politica. Perciò posso solo dire che l’Europa è qualcosa che certamente mi riguarda, innanzitutto perché ho ottenuto una borsa di studio europea per andare in Francia nel 1998. Poi, perché mio padre è tedesco ed è stato profugo durante la Guerra, un avvenimento che oggi sembra così lontano, ma che in realtà è ancora tangibile oggi. Ecco perché non posso dimenticare i motivi per cui l’Europa esiste, anche se il modo di costruirla non è dei migliori. Il trattato di Nizza, ad esempio, è un casino. Il progetto europeo è un work in progress, ma non credo che la situazione attuale corrisponda a ciò che vuole la gente. Serve un interesse comune, altrimenti le persone non si interesseranno mai ai loro vicini.

Peter Von Poehl Going to where the tea-trees are (Tôt ou Tard), in uscita il 30 marzo in Germania e Austria (Herzog Records). In concerto in Inghilterra, al Festival di Bénicassim in Spagna e al Festival di Montreux.