Pericolo disaffezione dei cittadini

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2005
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Articolo pubblicato il 03 ottobre 2005

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Il 53% degli europei crede che la loro voce non faccia testo nel progetto europeo. Come ricostruire l’ormai debilitato legame tra cittadini e istituzioni?

I vari referendum sulla Costituzione europea svolti durante la primavera scorsa hanno evidenziato una delle grandi debolezze dell’Europa: l’incapacità delle élite politiche di legittimare il processo di integrazione agli occhi dei loro stessi cittadini. Secondo quanto dichiarato dal filosofo tedesco Jürgen Habermas al quotidiano El País alcuni giorni dopo lo scoppio della crisi costituzionale, i No francese e olandese altro non sarebbero che una protesta «diretta all’intera classe politica».

Se lo dice l’Eurobarometro…

Mesi dopo, l’Eurobarometro – l’ufficio di analisi dell’opinione pubblica della Commissione Europea – conferma l’ipotesi con il suo ultimo sondaggio. Anche se i cittadini europei continuano ad affermare che l’adesione del loro Paese all’Unione è molto positiva e che aspirano ad una maggiore integrazione, l’immagine delle istituzioni europee è peggiorata rispetto al precedente sondaggio pubblicato nel 2004. Da una parte, la Commissione ottiene un livello d’approvazione del 46%, mentre solo un anno fa godeva del 53%. Dall’altro, il 31% degli europei non si fida della massima istituzione di rappresentazione democratica europea, il Parlamento (26 % di sfiducia nel 2004). Ma non dovremmo meravigliarci: le ultime elezioni europee avevano già fatto registrare la peggior affluenza alle urne della storia comunitaria con un misero 45,7 %.

Perché questa mancanza di fiducia?

Come spiegare questa disaffezione? È possibile che una delle ragioni principali sia la carenza d’informazione. Lo stesso sondaggio dell’Eurobarometro precisa che sette europei su dieci hanno poca o nessuna conoscenza delle politiche attuate dalle istituzioni comunitarie. Un’altra causa, in stretta relazione con la precedente, potrebbe essere la mancata valorizzazione delle aspettative dei cittadini verso i Capi di stato e di governo. Ed è così che il 53% degli europei ritiene che la loro voce non abbia importanza davanti alle istituzioni europee.

Tutto questo senza dimenticare una situazione politica ed economica di incertezza rispetto alle trasformazioni dovute alla globalizzazione, che aprono la strada ad argomentazioni e atteggiamenti euroscettici. «Per molto tempo il progetto ha ottenuto la legittimità grazie ai suoi risultati. Ma in tempi di cambiamenti economici su scala mondiale, si avvicinano gravi conflitti nella complessa Europa dei Venticinque, in cui questo tipo di legittimità basata sui risultati non basta. Adesso i cittadini vogliono sapere dove porta questo progetto che influisce quotidianamente sulle loro vite», sottolineava Habermas.

Il dibattito civico come soluzione

Se non vogliono dare il via libera agli euroscettici, le istituzioni europee devono reagire già da ora, ritrovando la fiducia dei propri cittadini. Ci sono molte strade per farlo.

Secondo il sociologo tedesco Ulrich Beck, la soluzione passa per «la creazione di nuovi spazi europei di partecipazione transnazionale e nazionale» e «di una struttura democratica che rafforzi il coinvolgimento e la supervisione, tanto del Parlamento Europeo quanto dei Parlamenti nazionali», come suggeriva nell’articolo “L’anima democratica dell’Europa”, pubblicato sempre da El País.

Secondo il politologo francese Sami Naïr «è chiaro che le élite dirigenti dell’Europa di oggi sono incapaci di promuovere questo progetto europeo comune. Le società civili europee devono appropriarsene e, attraverso un serio dibattito, inaugurare le strade che portano alla formazione di una vera opinione pubblica europea. Non è l’unico a pensarla così. Dall’altra parte dell’Atlantico, il pensatore ed economista statunitense Jeremy Rifkin proponeva nell’articolo “Formare una coscienza europea” di realizzare «un grande seminario europeo sul futuro dell’Europa», in cui si ascoltino le voci delle diverse istituzioni non governative di ogni comunità. Il suo obiettivo? «Che la società civile, il cosidetto terzo settore d’Europa, si faccia avanti. E promuova il dibattito pubblico».

Insomma, le istituzioni devono prenderne nota: solo creando una vera opinione pubblica europea il sogno europeo potrà continuare.