Perché tutti vogliono andare a Lisbona?

Articolo pubblicato il 03 dicembre 2017
Articolo pubblicato il 03 dicembre 2017

Il Portogallo è piccolo, ma anche grande. L'Oceano fa intravedere Vasco de Gama e le grandi conquiste di un tempo su cui si fonda l'attuale società multietnica.

Ruben parla tanto, parla forte, come sempre. Elina è più realista, sogna meno, dosa le parole. Inglese, spagnolo, portoghese, un po’ di russo, qualche parola in lettone. Dicono che sono sulla buona strada per creare il mio esperanto. 

Lui è di Lisbona, felice di essere tornato nella sua capitale, dopo due anni fuori. Lei è originaria di una piccola cittadina lettone, l’ultima porta europea prima della Russia. Poi c’è Anna, mezza portoghese, mezza angolana. 

Siamo al Bairro de Graça, sulla collina che domina il Tejo. Camminiamo sui piccoli sampietrini bianchi e lucidi, tipici qua. Il verduriere, gli azulejos nelle facciate dei palazzi, il tram che fu di Pessoa prima di Tabucchi. La caserma azzurra con le palme.

L’aria è fredda, il vento teso, ma il sole brilla e la luce è quella dei paesi caldi.

Opere di street art ovunque, molte a carattere politico. Una ha solo tre mesi, rappresenta una donna con un fiore in una mitragliatrice. Alcune rimandano al centenario della rivoluzione altre al ricordo della rivolta contro Salazar. Proprio lui che dopo gli anni più duri della crisi sembra perdere popolarità a favore del liberismo che, se da un lato offre tanto al Portogallo, dall’altro provoca l’innalzamento dei prezzi in un paese in cui il salario minimo è fermo a soli 560 euro.

L’arte urbana mi porta anche nel famoso Bairro Alto, dove si va per le uscite notturne. Rappresentazioni a carattere politico e sociale, ma anche scene di cartoni, signore che fumano sigarette giganti, teste bicolore, i famosi cani che decorano i muri di mezza città. Qui, con un po’ di fortuna, si può incontrare Fernando Pessoa. Io l’ho conosciuto al bar mentre beveva un caffè. Il barone di Teive, l’ingegner Álvaro de Campos, Ricardo Reis ed il grande Bernardo Soares. Il Livro do Desassossego, gli scritti esoterici. Quest’uomo, semplice impiegato delle poste, possiede un’immaginazione unica.

 Mi chiede cosa vorrei adesso. 

“Un racconto a quattro mani”

“Il copione è già scritto, ora bisogna inscenarlo. E un testo, anzi un’opera teatrale. E una commedia con i suoi picchi tragici e comici, come la vita”

“E tu invece Fernando cosa vorresti ora?”

“Risolvere il rapporto tra Álvaro de Campos e Ricardo Reis. Con la sola forza della fantasia sono riuscito a creare delle vite vere, subordinate alle passioni umane. Anche se in realtà mi accontenterei anche di una sigaretta”

Lascio Pessoa per varcare il Tejo. Il ponte 25 de Abril è incredibile, bellissimo. Il Cristo Rei domina la collina, sottolineando l’importanza del cattolicesimo nella cultura locale. Stiamo andando “oltre il fiume” che, come sottolinea Anna, è un’altra città. Qua i palazzoni dominano la spiaggia dei surfisti. I prezzi continuano a salire, anche se con duecento euro si affitta ancora un monolocale in centro, ecco perché tutti vogliono venire qua. Gli abitanti con un fare semplice e aperto ed una lingua facile invogliano lo straniero. Il clima è mite, le dimensioni ridotte rispetto alle grandi metropoli globali, ormai invivibili.

Londra, Roma, Rio de Janeiro, Luanda, Lisbona. La storia è la stessa ovunque, si sale tantissimo per poi scendere in picchiata. La bolla immobiliare è nell’aria. Tutto artificiale. Ma qua, in un paese basato principalmente su turismo e agricoltura, dove la crisi è stata dura e i termosifoni sono ancora assenti in molte case, la speranza di un rilancio è fortissima. Molti si lamentano dell’aumento dei prezzi, altri cercano di far fruttare lo studiò della nonna che prima valeva solo qualche decina di migliaia di euro.

Questo paese è piccolo, ma anche grande. Solo 10 milioni di abitanti per una superficie limitata, però l’oceano fa intravedere Vasco de Gama e le grandi conquiste di un tempo. Le grandi onde sembrano essere là per portarci oltre. 

Perché Portogallo significa Brasile, Macao, Angola, Guinea, Mozambico. Perché portoghese significa mondo. Così Ruben, come quando abitavamo in Lettonia, mi bacchetta:

“Credi che il mondo francofono o quello degli hispanohablantes sia immenso, non conosci il Portogallo!”

“Lo senti quest’odore?”

“Oceano!”

“No, Tejo! E diverso. Mi è mancato molto”

“Sì, ma cos’è che ti è mancato di più?”

“La nostra società multietnica. Il nostro legame con l’Africa che porto dentro (suo padre abita a Luanda). I pastéis de nata, l’oceano, la famiglia, la gente con cui fare amicizia in un attimo, la luce”

“Ruben, la prossima volta si va in Angola allora”

“Anche quello fa parte di ciò che mi è mancato di più:

lo splendore del Portogallo"