Perché l'università italiana importa ancora pochi studenti stranieri?

Articolo pubblicato il 21 aprile 2009
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Articolo pubblicato il 21 aprile 2009
cari amici, il tema a noi caro dell'Università è ritornato alla ribalta dei giornali durante questi giorni in seguito alla pubblicazione di un rapporto del gruppo di riflessione "Vision", rapporto che sarà presentato il 20 alla Camera, Palazzo Marini, alla presenza del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini).
Secondo quanto riportato dal Corriere, nel rapporto si afferma che per la prima volta il numero dei giovani stranieri che hanno scelto di formarsi in Italia ha superato quello degli italiani iscritti a un ateneo d' oltreconfine. C'è da rallegrarsi. Restiamo indietro rispetto ad altri paesi, in particolare Regno Unito, Francia e Germania. Le cause? Si dice che anzitutto "c'è la difficoltà della lingua. L'Italiano non è un idioma veicolare (sic!), anche se nei migliori atenei sta aumentando l'offerta di corsi in lingua inglese". Non lo crediamo. Infatti, continuando a leggere l'articolo emerge chiaramente che in realtà il vero ostacolo alla mobilità degli studenti stranieri non è la lingua, ma la burocrazia. Infatti, "La maggiore difficoltà sembra però essere un' altra, almeno secondo l' indagine condotta da «Vision» nel Politecnico di Torino tra ricercatori e studenti di master per lo più colombiani e cinesi: il 60 per cento ha espresso un giudizio negativo sulla nostra burocrazia e il 32 per cento sulle normative in merito agli immigrati."

Prendersela con la lingua italiana insomma non serve. Tanto più che in fondo all'articolo ci si domanda "da dove vengono gli studenti stranieri che frequentano le nostre università? In massima parte dall'area del Mediterraneo. Il Paese straniero più rappresentato nei nostri atenei è l' Albania. La comunità di origine albanese conta 8.500 iscritti e risulta dieci volte più numerosa della comunità francese e venti volte di quella spagnola. È minima la presenza di studenti provenienti da Paesi il cui rapporto con l' Italia può essere considerato strategico".

Insomma, la maggior parte degli studenti viene da aree dove tradizionalmente si impara l'italiano come lingua straniera (Albania, ecc.), e quindi sostituire l'italiano con l'inglese non serve, anzi!. Gli altri studenti, invece, cioè quelli provenienti "da Paesi il cui rapporto con l' Italia può essere considerato strategico", non vengono, e questo non a causa della lingua, ma delle barriere burocratiche. Se l'università italiana fosse già eccellente, la lingua non sarebbe certo un problema. La storia mostra che i migliori studenti, i "cervelli", non si fermano certo davanti ad una lingua sconosciuta se vale la pena studiare in un determinato paese.

Temo tuttavia che questo tipo di notizie non farà altro che portare acqua al mulino dei sostenitori dell'anglificazione del nostro sistema universitario, nell'illusione che basti fare dei programmi in inglese per attirare i migliori studenti stranieri (non studenti qualsiasi), i quali invece, continuano ad andare, ovviamente, nei paesi anglofoni. Non a caso sempre sul Corriere di oggi si riportava la notizia che sempre più italiani, e fra i migliori, vanno a studiare a Cambridge, nonostante i nostri atenei facciano di tutto per trattenerli inaugurando corsi in inglese (ignorando che chi può preferisce sempre l'originale alla copia).