Perché il funzionalismo non può funzionare

Articolo pubblicato il 20 ottobre 2003
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Articolo pubblicato il 20 ottobre 2003

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In Europa l’integrazione economica ha dato il via all’unione politica. Nel Mediterraneo questa logica ha bisogno di essere rivista. A tutto vantaggio del multilateralismo.

Ormai sono passati quasi otto anni dal lancio della Partnership Euromediterranea durante la Conferenza di Barcellona ed onestamente rimane difficile rintracciare dei reali progressi nelle relazioni fra l’Unione Europea ed i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. La regione risulta ancora caratterizzata da diversi conflitti, da una grave instabilità economica e da sempre più forti tensioni socio-culturali soprattutto dopo gli avvenimenti dell’11 settembre. Un bilancio sostanzialmente negativo che merita un tentativo di spiegazione.

L'esempio del Medio Oriente

La partnership euromediterranea ha rappresentato un passo avanti rispetto alle precedenti iniziative europee, spesso limitate a settori specifici o ad aree geografiche ristrette, perché prevede fin dall’inizio una cooperazione multidimensionale suddivisa in tre capitoli: affari politici e di sicurezza, affari economici e finanziari, affari sociali culturali ed umani. Questo approccio rispecchia un’evoluzione non indifferente del concetto di sicurezza e stabilità che, visto il grado di interdipendenza dei vari attori in gioco nel Mediterraneo, può essere raggiunta solo se alla prosperità economica si aggiungono anche la comprensione reciproca ed il dialogo sociale.

Infatti al tempo della Conferenza di Barcellona, questo tipo di approccio multidimensionale – che avrebbe dovuto portare i suoi frutti nel lungo termine – era giustificato anche dalla positiva evoluzione del processo di pace in Medio Oriente (Accordi di Oslo) che aveva infuso una buona dose di fiducia sul progresso della cooperazione nel Mediterraneo. Purtotroppo il deterioramento della situazione nel conflitto israelo-palestinese ha finito quasi col bloccare il Processo di Barcellona dimostrando la profonda preponderanza della dimensione “sicurezza” sulla operatività di tale processo.

A questo punto gli “alfieri del funzionalismo” hanno risposto che la Partnership Euromediterranea non era stata concepita per risolvere tale conflitto ma solo per essere uno strumento complementare e di supporto. Secondo questo punto di vista la cooperazione economica e la cooperazione nel campo delle relazioni sociali ed umane avrebbe potuto influenzare positivamente il processo di pace. Si sperava infatti che le relazioni economiche avrebbero potuto produrre un effetto a catena nel settore della sicurezza portando così l’operatività della cooperazione euromediterranea ad un livello accettabile.

Un modello "Commissione Europea"?

Questo tipo di effetto sperato non si é avuto ed al contrario, in seguito alla crisi del processo di pace in Medio Oriente, tutti abbiamo assistito ad uno stallo della Partnership euromediterranea anche nel campo delle relazioni economiche e sociali.

Le ragioni delle difficoltà incontrate possono essere rintracciate principalmente nel modello di cooperazione economica utilizzato nel Processo di Barcellona che é basato principalmente su strutture ed accordi bilaterali di cooperazione; ciò ha portato inevitabilmente ad una frammentazione delle cooperazioni ed una grossa difficoltà di coordinazione fra il framework istituzionale multilaterale e quello bilaterale. Infatti se da una parte gli Accordi di associazione con l’UE, firmati da quasi tutti i Paesi mediterranei, hanno migliorato sicuramente le relazioni commerciali, non si é ancora riusciti a realizzare un’accordo con una dimensione multilaterale con una solida ed efficiente struttura istituzionale in grado di facilitare anche le relazioni fra i Paesi stessi della sponda Sud.

A buon ragione alcuni sostengono che si potrebbe ovviare a questo stato di cose semplicemente migliorando le strutture istituzionali deputate a gestire la cooperazione, sostituendo agli incontri sporadici a livello ministeriale delle istitituzioni permanenti che avrebbero lo scopo di facilitare la convergenza delle scelte dei differenti attori e di modificare anche le loro percezioni sugli obiettivi da raggiungere.

Logica sicuritaria

Se si effettua un’attenta analisi di questi primi anni di operatività della Partnership euromediterranea si può facilmente rintracciare una prevalenza dei temi relativi alla sicurezza sugli altri temi, ed é soprattutto su queste dinamiche che si é avuta la percezione della sterilità della partnership, sostanzialmente incapace di affrontare situazioni difficili. Questa difficoltà é stata la causa di un terribile rallentamento nel perseguimento degli obiettivi di cooperazione economica e culturale ed ha finito per essere un preciso elemento di condizionamento del lavoro complessivo.

Da qui derivano tutte le perplessità che sul Mediterraneo possa funzionare il metodo classico dell’approccio comunitario, sintetizzato dalla prevalenza di forme di cooperazione economica, i cui risultati concreti abbiano poi la forza oggettiva per trascinare la collaborazione politica. Per adesso si può solo prendere atto di una logica inversa. Le questioni politiche e di sicurezza prevalgono e la loro permanente instabilitià finisce per riversarsi sul resto delle iniziative che compongono la Partnership.

Per questo motivo il successo di un rinnovato Partenariato euromediterraneo dipende sia dalla volontà politica dell’UE di creare un vero e strutturato framework multilaterale di cooperazione e dialogo, sia dalla capacità di produrre una politica estera e comune di sicurezza che sia coerente e capace di influenzare il sistema internazionale.