Per una strategia della pace contro il terrorismo

Articolo pubblicato il 16 febbraio 2002
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Articolo pubblicato il 16 febbraio 2002

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La vendetta non è la soluzione che permetterà di spezzare la spirale della violenza. Una spirale ingranata dalla politica estera di Washington.

Secondo la legge di Newton ad ogni azione corrisponde sempre una reazione. Ma la politica estera americana ha creato un mostro. Benché sia difficile, qualcuno direbbe addirittura cinico, liberarsi dallo shock emotivo causato dalla spaventosa devastazione di New York e Washington, è vitale analizzare in maniera obiettiva i contorni di questa tragedia, con lo scopo di elaborare una risposta che sia costruttiva e di prevenirne successive repliche.

Durante le ore in cui i primi due aerei si sono schiantati contro il World Trade Center, George W. Bush ed altri uomini politici dell'occidente descrivevano l'attacco come un attacco agli ideali di una società libera e democratica, come se i terroristi rappresentassero un contrasto ideologico rispetto ai principi su cui si basano la Costituzione degli Stati Uniti e, in generale, le altre democrazie occidentali. Nel momento in cui un modo di vivere sembra venire infranto in poco più di un'ora è facile vedere l'attacco come una protesta contro quello stile di vita.

Tale premessa non può essere troppo lontana dalla verità. Ai musulmani esecutori materiali dell'attentato, non interessa che gli USA siano una democrazia o uno stato comunista, la loro protesta è rivolta alla condotta di quel paese in Medio Oriente, che loro considerano non essere stato civilizzato ma reso selvaggio. Ovunque si rivolga il nostro sguardo - Palestina, Iraq (in tempi recenti), Iran, Siria e Libano -, durante gli ultimi 60 anni gli Stati Uniti, in maniera violenta o diplomatica, hanno cospirato per piegare la volontà di governi e popolazioni al proprio interesse nazionale, interesse che vede solo il perpetrare di un informale quanto onnipervasivo impero politico ed economico.

Forse una delle ragioni per cui la Gran Bretagna ancora si aggrappa nostalgicamente al suo vecchio impero è il fatto che i suoi cittadini sono rimasti sempre lontani dalle atrocità dei loro governi eseguite in nome della civiltà. Anche gli americani non sono stati abituati a confrontarsi con le conseguenze delle attività del proprio Paese, sia per ragioni geografiche sia grazie all'intenzionale silenzio dei media. A differenza del pubblico britannico, pesantemente terrorizzato dall'IRA nei decenni precedenti, la popolazione degli USA è rimasta sempre invulnerabile al suo interno grazie alla potenza e alla posizione geografica del proprio territorio.

Ora, però, il periodo di 'quarantena' è terminato." Le conseguenze delle proprie azioni sono ricadute sull'autore delle stesse", per usare le pesanti parole con le quali MalcolmX commentò l'assassinio di JFK. Molti affermano che una strage internazionale che ha coinvolto migliaia di civili sia una risposta esageratamente sproporzionata al cinismo americano. Eppure, se si osservano le statistiche, il bombardamento degli USA contro il popolo irakeno da solo (la maggior parte del quale detesta Saddam Hussein più di quanto non faccia il ministero degli esteri americano) ha sacrificato lo stesso numero di vite. E questo è solo uno dei tanti casi.

Prendiamo, ad esempio, l'azione del governo americano che, negli ultimi 50 anni, in nome della democrazia e della civiltà, ha ucciso milioni di persone. A questo punto si potrebbe ragionevolmente sollevare una provocazione: quali sono i terroristi più pericolosi su questa Terra? Non è solo ipocrisia ma razzismo. Un bianco vale più di una persona di colore, e l'eco dell'oltraggio morale che risuona per tutto il mondo occidentale è un'eco storica, la reazione tipica di società sterminate che si scagliano contro il proprio oppressore.

Ciò che dovrebbe farci comprendere la reazione di entusiasmo di diversi esponenti del mondo arabo alla notizia della recente tragedia è che non si tratta, come molti commentatori potrebbero affermare, di una gioia vergognosamente sadica, bensì della soddisfazione per la vendetta compiuta. Tutti i punti di vista che emergono da tali scene di giubilo si fondono in un solo, semplice messaggio: "Hanno fatto questo a noi per anni ed ora stanno soffrendo". Tuttavia, per quanto conveniente e comprensibile sia per l'America trovare dei capri espiatori all'esterno ed anestetizzarsi dalla verità deve considerarsi essa stessa responsabile della tragedia che l'ha colpita. Tutti ricordano la frase di Charles Heston che

nelle ultime scene de "Il Pianeta delle Scimmie", di fronte alle macerie della Statua della Libertà, grida alla propria specie: "Guardate cosa avete fatto!". Chiedersi il perché ci porta più vicini alla verità, ma la curiosità non va molto di moda.

La vendetta è una caratteristica degli uomini miopi. Tuttavia la sola attività della potenza militare ha fatto sì che il contrasto producesse un estremismo disperato (testimoniato anche nei bombardamenti di Nairobi e nello Yemen) che considera il terrore l'unico modo per piegare ed umiliare il governo degli USA, che a sua volta aveva creduto che bombardare Baghdad avrebbe annientato Hussein. Nei conflitti moderni è, decisamente, l'innocente che viene ucciso. Ma nessuno vedrà la benché minima differenza tra la risposta del governo americano e gli attacchi in casa propria.

L'amministrazione Bush manca di coraggio o d'immaginazione per prendere in considerazione qualcos'altro che non sia l'imponente rappresaglia militare. Ed il pubblico americano, adeguatosi al meccanismo della punizione, la richiederà a gran voce. Potrà assumere la forma dell'azione unilaterale. Oppure gli sforzi di statisti come Tony Blair (evocando i fantasmi un po' retro della presunzione britannica e sperando magari che l'alleanza imporrà un freno) allargheranno la reazione in una più vasta strategia occidentale. La risposta sarà giustificata dal punto di vista ideologico e verrà concepita nella forma più sanguinaria possibile. E non risolverà nulla.

Ciò vale per quanto è stato fatto in Afganistan e per quanto ancora succederà altrove: questa strategia non è solo sbagliata; ma soprattutto non servirà a stanare Bin Laden, né qualsiasi altro 'cattivo' della situazione. Creerà invece generazioni piene di risentimento e fatte di persone pronte a mutilare l'occidente. Forse però non è questo il punto. Il bombardamento è un anestetico emotivo che presumibilmente dà un significato alle migliaia di vite sepolte sotto le macerie del World Trade Center. e questo è il motivo per cui i piani contro-producenti dell'alleanza occidentale vengono fatti proliferare così ciecamente. Moralmente la rappresaglia è come un genitore solitamente violento che condanna una violenza del figlio picchiandolo selvaggiamente, sarà un atto dall'ipocrisia sfacciata. La prescrizione per la cura di una malattia sarà la malattia stessa e, a meno che il governo degli USA non inizi ad accettare che l'origine del terrore sul proprio popolo sta nella povertà e nell'impotenza creata dalla sua stessa politica, questo terribile ciclo di violenza ritornerà negli anni a venire.