Per una filosofia politica europea

Articolo pubblicato il 08 settembre 2003
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Articolo pubblicato il 08 settembre 2003

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La costruzione dell’Europa politica costituisce una questione filosofica di importanza primaria, nella misura in cui è il destino delle nostre comunità politiche ad essere in gioco. Come orientarsi nel pensare, se non grazie ad alcune letture?

Cosa ci fa la filosofia politica in un dibattito sull’Europa? Vorrei suggerire in un primo tempo che questa è in grado di portare molto, per la sua doppia qualità, per così dire, “metodologica”.

Da una parte, la filosofia politica può suggerire una problematica intorno al concetto stesso di Europa, la cui storia va a congiungersi con quella della nostra civiltà occidentale, e va a riconsiderare la pertinenza di un regime politico a livello europeo. Tenendo sempre presente, d’altra parte, l’attualità, scottante, della costruzione europea rappresentata dalla redazione di un progetto politico- una Costituzione-, che per forza di cose porta l’intellettuale a prodursi in uno sforzo utile al </>decision maker.

E’ questa capacità di mescolare quello che è propriamente filosofico con quello che è propriamente politico, iscrivendo rigorosamente il lavoro di pensiero nella storia in divenire, che mi fa credere che i filosofi politici hanno molto da insegnarci sull’identità e sulla “coscienza” europee, contribuendo così ad eliminare le strade sbagliate, quando non arrivino a pronunciarsi sulla strada da seguire. E’ in qualità di cacciatori di stereotipi e, ciò facendo, in quanto fornitori di idee nuove, che hanno l’autorità necessaria per partecipare al dibattito.

Un conflitto delle tradizioni

C’è innanzitutto un problema storico dell’Europa: una specie di “conflitto delle tradizioni” che risale all’Antichità. In un’opera indispensabile, perché ricca di una conoscenza acuta di questo periodo, Rémi Brague coglie il versante romano della coscienza europea. Léo Strauss invece aveva già sottolineato l’opposizione tra Atene ( sinonimo di filosofia e paganesimo) e Gerusalemme (che incarnerebbe l’autorità della fede ebraica, e poi cristiana), che struttura e dilania l’Occidente.

Paul Valéry sintetizza mirabilmente questa triplice origine: “Laddove hanno avuto significato e autorità i nomi di Cesare, di Caio, di Traiano e di Virgilio; di Mosè e di S.Paolo; di Aristotele, di Platone e di Euclide – è là che sta l’Europa. Ogni razza e ogni terra che è stata progressivamente romanizzata, cristianizzata e sottomessa, in quanto allo spirito, alla disciplina dei Greci, è assolutamente europea.”

Quando si evoca la storia lontana dell’Europa, non si ricorda spesso che la Grecia, mentre il “Vecchio Mondo” è plasmato da referenze multiple riunite intorno a tre focolai, il cui amalgama costruisce sempre un problema. Il lettore curioso d’Europa deve tracciare un cammino iniziando dalle tre grandi civiltà occidentali. Di sicuro una ricerca faticosa!

Europa, nazione e democrazia: un dibattito impossibile?

Pierre Manent, nel suo Corso familiare di filosofia politica, spiega come il futuro dell’Europa, necessariamente posto sotto il segno di un regime democratico, è intimamente legato all’avvenire della nazione. Ma, se da una parte la nazione ha permesso alla democrazia di realizzarsi in Europa, essa in seguito è paradossalmente divenuta la referenza obbligata dei nemici della democrazia.

Questa bipartizione ha determinato secondo Manent i termini del dibattito tra i “pro” e gli “anti” europei: “quelli che sono maggiormente sensibili allo stretto legame che c’è tra democrazia e nazione guarderanno alla ‘costruzione dell’Europa’ con molta diffidenza e timore: avranno tendenza a vedere nelle istituzioni europee una macchina oligarchica estranea alla vita dei popoli europei, privandoli sempre più del loro self-government. Quelli invece che sono più attenti alla forma antidemocratica e bellicosa presa dal nazionalismo delle nazioni europee del XX secolo, avranno tendenza a vedere nel fatto nazionale, in particolare nella sovranità nazionale, il loro ultimo ostacolo, mentre sta per essere sormontato.”

L’Europa, un “orizzonte insuperabile”

Eccoci dunque confrontati ad un secondo problema di dimensioni, particolarmente evidente nel caso francese: questo dibattito contraddittorio non può, nella pratica, avere luogo. In effetti, è difficile oggi in Francia discutere di Europa. E’ impossibile dubitare dell’Europa , con il rischio di essere preso per “reazionario” o “nazionalista” dai media e dai partiti politici fin da ora convinti ancor prima di essersi messi alla prova con una qualche argomentazione. Così tanto che il consenso “pro-europeo” sembra già un “orizzonte insuperabile”….

Direi perfino che è inimmaginabile dire no all’Europa senza essere preso più o meno per un nemico della ragione; perché se qualcuno dice di no all’Europa, è per forza qualcuno di ideologicamente marginale, il cui pensiero non può oltretutto essere altro che mal intenzionato, ispirato da ragioni passionali e dunque, appunto, irrazionali. Questo terrorismo intellettuale non ammette la contraddizione ragionata e non combatte alcun nemico della sua misura, e lascia quindi spazio ad una caricatura, rappresentata da Jean-Marie Le Pen, lo spauracchio anti-europeo della Francia.

In modo tale che, secondo me, -paradosso del paradosso!-, se devo immaginarmi l’Europa, intuitivamente, al punto da sentirne a volte il “desiderio”, non riesco a convincermi razionalmente del bene certo della costruzione europea, perché mi è fino ad oggi impossibile dibattere su queste questioni senza venir preso per un provocatore patentato. Del resto, da un punto di vista generale, mi rammarica riconoscere che il dibattito è contestualmente impossibile in Francia, in cui da una parte sta una generazione di élites che ha oltrepassato la data di scadenza, e da un’altra parte una nuova generazione per la maggior parte affetta da “incuriosità” (Marcel Gauchet)- e, di conseguenza, largamente ignorante.

Dibattito per libri interposti

Si può dubitare che esista una comunità intellettuale europea realmente costituita. Esistono certamente delle affinità elettive tra certi paesi- e non minime- che formano l’Unione Europea. Sul piano filosofico, il legame più evidente è certamente quello che unisce la Germania e la Francia, che, da Hegel fino ad Habermas passando per Heidegger e Gadamer, non ha mai cessato di alimentare le controversie erudite. Tuttavia, questi legami da Stato a Stato non travalicano la cornice viziata delle piccole comunità intellettuali relativamente poco permeabili.

Si possono anche vedere le cose diversamente e considerare che esiste, all’interno delle nazioni europee, un corpus di opere notevoli che tutti noi dobbiamo leggere e confrontare. Un dibattito immaginario per libri interposti, preludio ad un dibattito politico introdotto da una nuova generazione che sembra apparentemente preoccupata dalle sorti di una comunità politica europea in nuce. Un “conflitto delle interpretazioni” insomma, che permetterebbe a questa generazione nata dopo il 1970 di prendere per le corna le questioni poste da questi libri, con l’ambizione di tradurli in progetto politico di grande levatura.

Bibliografia indicativa:

Pierre Manent, Cours familier de philosophie politique, Fayard, 2001

Léo Strauss, La renaissance du rationalisme politique antique, Gallimard, 1993

Rémi Brague, Europe, la voie romaine, Gallimard, 1999

Marcel Gauchet, La démocratie contre elle-meme, Gallimard, 1999

Yves Hersant et Fabienne Durant-Bogaert (éd), Europes, de l’Antiquité au XXème siècle, anthologie critique et commnetée, Bouquins, 2000.