Per un Patto di Crescita e Sviluppo

Articolo pubblicato il 15 gennaio 2003
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Articolo pubblicato il 15 gennaio 2003

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La prova di forza dei “carolingi” di Parigi e Berlino non è sufficiente. Bisogna creare competizione tra le economie europee. Focalizzando il nuovo “patto” più sui mezzi che sui fini astratti.

C’era una volta la “cagnotte” di un governo francese che ostentava due anni or sono un avanzo fiscale straordinario. C’erano una volta gli ultimi della classe, che elemosinavano ai propri contribuenti tasse “una tantum” e sacrifici sull’altare del Patto di Stabilità, dell’Euro.

Eppure le “cagnottes” di cui hanno beneficiato alcuni (anzi pochi) cittadini europei ed i sacrifici che hanno afflitto la vita di molti altri non sono serviti a nulla: l’economia europea arranca… e la politica non riesce a trovare una via di uscita, una soluzione innovativa, un mondo possibile.

Crescita “cinese” degli USA

Da un lato gli obiettivi fissati a Lisbona sulla “piena” occupazione somigliano sempre più agli obiettivi millenari e millenaristi contenuti negli accordi FAO. Così come i paesi in via di sviluppo sembrano destinati ad un futuro “di fame” nonostante le vie lastricate di buone intenzioni dalle agenzie ONU di ogni sorta, le prospettive di crescita occupazionale dell’Unione europea rebus sic stantibus disegnano una parabola piatta: crescita zero. Cioè disoccupazione a livelli stratosferici e senza nessuna speranza di improvvisi boom economici: i boom improvvisi non si improvvisano!

Da un altro punto di vista, la crescita della ricchezza complessiva dell’Unione sembra essere sempre più statica. L’Eurostat avverte: le prospettive di crescita del PIL dell’Unione europea dei prossimi anni non superano la ridicola cifra dell’1%! Un dato molto eloquente se paragonato alle performances dell’ultimo trimestre dell’economia USA che, grazie ad alcune misure di Welfare dell’amministrazione Bush ed all’ennesimo taglio dei tassi da parte della Federal Reserve, è cresciuta ad un ritmo cinese del 7%! Di questo passo, basteranno una decina d’anni per assistere ad un sorpasso se non ad un doppiaggio dell’economia europea non solo da parte degli Stati Uniti, ma probabilmente anche della stessa Cina.

No al Welfare State, sì al Welfare

E pensare che è proprio nella politica economica comune e nell’integrazione economica che fin dagli anni ’50 i dirigenti europei hanno investito, perché – come ci è stato spiegato da Schuman e dai suoi apostoli – l’Unione europea si creerà “sulla base di solidarietà di fatto”! Si potevano dare due tipi di risposte all’emergenza imposta da questa situazione.

La prima risposta è quella data da Francia e Germania, con il tacito assenso della Presidenza italiana. Si è, in una parola, rinunciato al rispetto di un patto di stabilità rivelatosi inadeguato alle sfide dell’economia globale, un patto di stabilità che ha garantito la stabilità degli indici di inflazione (ma non dei prezzi!) sacrificando l’occupazione, le prospettive di crescita e quindi di vita dell’economia europea e della vita personale di milioni di europei. E Francia e Germania si sono riappropriate, rompendo il patto comunitario, almeno di una parte delle loro politiche economiche, incapaci di metter mano a quelle riforme strutturali sulla spesa sociale e previdenziale che sole possono garantire una crescita più equa ed equilibrata.

La seconda risposta è quella che non è stata data da nessuno, né dai carolingi, né dai virtuosi. Si poteva, cioè abbandonare un patto di stabilità che lo stesso Presidente della Commissione, Prodi, ha tacciato di “stupidità”, per proporre un nuovo Patto, questa volta, “di crescita e sviluppo”. Un patto che, lungi dal ri-nazionalizzare le politiche economiche, avrebbe creato una forma di competizione tra le soluzioni economiche che in ogni paese si fossero rivelate più efficaci, nella creazione di posti di lavoro, nella realizzazione di grandi opere infrastrutturali, nel migliorare le prospettive di crescita globali. Un patto attento più ai mezzi (cioè alle necessarie riforme dei sistemi di welfare), alle politiche economiche effettive dei singoli paesi, che al fine astratto della stabilità dei prezzi. Perché è soprattutto in economia che i mezzi prefigurano i fini.

Questa seconda risposta resta una ragionevole ipotesi, degna forse di qualche discussione per consentire di superare una crisi sempre più profonda delle economie europee. Perché errare è umano. Ma nessuno vuole che perseverare sia soltanto “europeo”.