Per democratizzare l’UE ci vuole il federalismo

Articolo pubblicato il 10 maggio 2004
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Articolo pubblicato il 10 maggio 2004

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Mai come ora l’UE ha corso il rischio di smarrire l’ambizione dell’integrazione politica. La Convenzione non basta. Ci vuole di più.

A qualche settimana dalle elezioni bisogna rassicurare i funzionari del Parlamento europeo: in Europa le istituzioni internazionali non muoiono mai, sopravvivono riciclando le proprie burocrazie lontano dagli eventi e dalla storia. E’ stato il caso dell’OSCE che, nato all’insegna dell’appeasement durante la guerra fredda, si è specializzato nei monitoraggi elettorali. E’ stata la sorte del Consiglio d’Europa che ha riconvertito le proprie ambizioni post-belliche di unione politica sempre più stretta tra gli Stati europei in generica promozione di diritti umani in tutte le salse, da quelle acide del Caucaso a quelle piccanti del Mediterraneo.

Gli attrezzi di Monnet sono arrugginiti

Quanto all’UE, le Comunità europee (prima) e l’Unione europea (più tardi) hanno gettato le basi per la tregua più lunga nella storia delle guerre tra potenze europee. Hanno permesso una crescita economica costante ed equilibrata nell’intero continente. Hanno consentito alle regioni più povere di svilupparsi, di raggiungere ed a volte di superare le regioni più ricche. Hanno sottratto allo Stato-Nazione l’arma della xenofobia che rendeva gli altri europei estranei più che stranieri.

Oggi però, gli attrezzi di Jean Monnet, così efficaci nell’integrare il carbone e l’acciaio, non sono solo arrugginiti dai decenni, sono semplicemente inadeguati alle nuove sfide ed alle nuove opportunità dell’integrazione europea. Un sistema sostanzialmente consensuale, con un parlamento relegato in posizione subalterna, costretto a lavorare tra Bruxelles e Strasburgo e senza veri partiti politici, un sistema privo di un vero centro di decisione esecutivo e allergico alla trasparenza può funzionare per evitare una nuova guerra sul Reno, può sostituire egregiamente una linea Maginot, può anche servire a trovare qualche danaro per sovvenzionare qualche latifondista amico, ma non riuscirà mai a risolvere i problemi del nostro tempo.

Stati-Nazione fuori dal tempo

Sulla prossima guerra, sul prossimo referendum a Cipro, sul prossimo attacco terrorista, sulle prossime tasse da pagare ed anche sulla prossima svalutazione dell’Euro, l’Europa della Convenzione non avrà nessuna possibilità di prendere decisioni sbagliate. Perché non riuscirà a prendere nessuna decisione, prigioniera di un sistema davvero poco decisionale. Un sistema che rischia di compromettere ogni possibile evoluzione in senso federale dell’Unione europea. Mai prima d’ora l’Unione europea aveva corso così pericolosamente il rischio di finire come le altre invenzioni istituzionali che popolano e ripopolano alcune belle città dell’Europa continentale. Il trattato costituzionale firmato Valéry Giscard d’Estaing fotografa un’Europa che sopravvive a se stessa ed alle proprie tradizioni costituzionali, ormai fuori dalla Storia.

Nessuno stupore se, in questo contesto, sia già iniziata la fuga da Bisanzio. I migliori, forse, tra coloro che hanno vissuto ai vertici di questa Europa negli ultimi anni stanno decidendo od hanno già deciso di cedere al richiamo della foresta nazionale. Prima della fine del loro mandato, Michel Barnier torna a Parigi, Ana Diamantopoulou ad Atene, Pedro Solbes a Madrid, Erkki Liikanen ad Helsinki, Philippe Busquin alla capitale belga, Margot Wallström a Stoccolma ed il presidente Prodi - senza dimettersi - vive da mesi con gli occhi e gli orecchi tutti rivolti verso le antenne e le poltrone in velluto di Roma. E’ l’epifanìa della decadenza di un’Europa che mette i migliori tra le proprie donne ed i propri uomini in condizione di scegliere le carcasse di Stati-Nazione ormai fuori dal tempo, oltreché dalla Storia.

Il prof. Marco Arnone (cliccare per credere) dimostra chiaramente che in un mondo in cui i rapporti dell’Europa con i nuovi grandi del pianeta (Cina, India, Giappone, e Stati Uniti naturalmente) saranno sempre più decisivi, l’Unione non potrà più essere supina all’interesse di questa o quell’altra piccola potenza nazionale nei sussidi alle vacche, piuttosto che nella levata dell’embargo sulla vendita delle armi alla Cina comunista. Anche gli arnesi di Jean Monnet oggi non servono a nulla!

Del resto, i nuovi Stati membri dell’Europa orientale e meridionale non accetteranno mai una Unione accecata dai rigurgiti nazionalisti della vecchia Europa e dai suoi interessi incrociati e incrostati; non rallenteranno mai il loro instancabile sviluppo sociale ed economico solo per cantare l’inno alla gioia, come sostenuto in questo dossier da Piotr Maciej Kaczynski.

Democrazia + federalismo = Stati Uniti d’Europa

Per rispondere a queste grandi sfide - che appartengono al presente e non solo al futuro - gli europei non hanno bisogno di questa Convenzione e nemmeno di dirigenti così letteralmente “irresponsabili”. Gli europei - e non solo l’Europa - hanno bisogno di un parlamento eletto direttamente da tutti i cittadini con sostanziali poteri decisionali, che faccia da contrappeso ad un consiglio che rappresenti gli interessi degli Stati. Hanno bisogno di un governo con reali strumenti di direzione politica, il cui presidente sia responsabile in qualche modo dinanzi ai cittadini. Hanno bisogno di partiti transnazionali che si affrontino lealmente per formare maggioranze stabili in grado di prendere decisioni in qualunque condizione: anche se il ministro della difesa del Lussemburgo ha il raffreddore. Gli europei non vedono l’ora di ridere dei propri governanti, non vedono l’ora di scandalizzarsi grazie ad inchieste giornalistiche, condotte da media europei indipendenti dal potere politico. L’Europa ha bisogno della democrazia che ha predicato a se stessa durante due inutili anni di Convenzione e che continua a predicare, sempre meno ascoltata in ogni angolo del mondo. Questa democrazia europea, prima che Monnet pensasse al carbone ed all’acciaio, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni la chiamarono Stati Uniti d’Europa.

Lasciamo il Consiglio d’Europa a Strasburgo ed ai diritti umani. Lasciamo il cielo grigio di Bruxelles a chi ama questa impossibile Europa. Lasciamo la decadente Bisanzio a chi, come Valéry Giscard d’Estaing, non ama la Turchia. Diamo una chance alla democrazia ed alla federazione europea, ovunque. Lasciamo morire, o vivere davvero, questa Unione europea.

Il 10 novembre a Bruxelles café babel, spazio di dibattito aperto e apartitico, organizza: “Federalismo: l’ultima chance dell’Europa allargata?”, una conferenza che riunirà attori del mondo politico, intellettuale e finanziario.

Per maggiori informazioni, contatta Alexandre Heully, scrivendo a heully@cafebabel.com