Pegida: perché proprio a Dresda? (Parte I)

Articolo pubblicato il 16 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 16 gennaio 2015

Pegida si fa sentire. E il respiro non si trattiene soltanto a Dresda. Osservazioni sullo Stato, sulla società civile e sulla cultura politica nella capitale della Sassonia.  

Parte I: continua

Nella DDR – Repubblica Democratica Tedesca – l'impegno nella società civile non era desiderato, soprattutto in quella valle di ignavi che era la regione intorno a Dresda. Anche il governatore che fu eletto dopo la caduta del muro, Kurt Biedenkopf, dovette fare i conti con l'immobilismo politico della Sassonia. Tutti i discorsi che avrebbero dovuto mettere in dubbio il potere costituito venivano respinti: le scuole non potevano invitare dei politici, e nemmeno il ministro dell'istruzione in qualità di pubblico ufficiale. Per lungo tempo alle associazioni studentesche venne impedito di organizzare dibattiti politici nelle aule delle università, e tutto questo per preservare un'aberrante "neutralità dello stato". Le testate giornalistiche, dal canto loro, non riuscirono neppure una volta a organizzare dei dibattiti tra i candidati prima delle elezioni. 

Società civile indesiderata

Già nella DDR, il discorso pubblico era confinato allo spazio privato delle mura domestiche, e lì è rimasto. Si tratta di un'osservazione che spesso viene taciuta, ma è maledettamente vera. A portarla alla luce è stato l'autore Uwe Tellkamps, nel suo libro Turm, dove le critiche alla DDR si limitavano alla difficoltà di approvvigionamento, ai rubinetti gocciolanti e alla libertà di movimento negata. Il vaglio di alternative politiche, insieme all'analisi delle contraddizioni della DDR, restavano fuori dalla portata delle critiche. 

Estratti dal film-TV "Der Turm". La versione cinematografica dell'omonimo libro è stata realizzata dal regista Christian Schwochow, nato e cresciuto nella Germania dell'est. 

Ancora oggi, sono molti gli uomini ben istruiti - e talvolta compiaciuti di sé - che hanno fatto di una nicchia privata il loro habitat naturale e, soltanto in quella confortevole nicchia, vivono il loro essere cittadini. Del resto del mondo – o anche soltanto della loro città – sembrano interessarsi unicamente attraverso la mediazione della letteratura. Tuttavia, le lamentele sulle condizioni attuali (sono davvero diverse rispetto a 25 anni fa??) sono in fin dei conti onnipresenti. La "politica" in quanto "discorso pubblico" diventa "quella cosa sporca", l'inevitabile nei confronti del quale ci si sente estranei.  

Accucciati nelle proprie nicchie

In quelle innumerevoli nicchie create dai circoli parrocchiali, di vicinato, di lettura, e così via, si inizia palesemente con un approccio troppo moderno: laddove il sistema DDR forniva ancora pretesti giustificabili per una vita condotta al riparo nel proprio nido, le critiche illuministe e il romanticismo sono un richiamo all'ipocrisia. Oppure, per dirlo con le parole del grande storico e filosofo del diritto Gerd Roellecke: «Gli abitanti di Dresda non sprecano neppure un pensiero per gli interrogativi sul bene comune». 

Il discorso pubblico teso a interrogare il sistema politico non era ben visto neppure dalla CDU (Unione cristiano-democratica ndt), il nuovo partito di stato che bollava i critici come buoni a nulla capaci soltanto di fare chiasso. Lo stato libero di Sassonia poteva però contare sull'appoggio di moltissime industrie che – direttamente per cittadinanza o per complicate reti di amicizie – erano in qualche modo legate allo stato e ai suoi rappresentati. Così la Sassonia, grazie a generosi finanziamenti e a una ferrea disciplina, potè vantare un prodigioso sviluppo economico, almeno in confronto alle aree vicine che continuavano a patire di stenti. I problemi della società restarono però esclusi dal discorso pubblico. L'opposizione politica era del tutto indesiderata. Persino la buona gioventù dei Grüne (i Verdi, ndr) finì sotto il mirino dell'Ufficio Federale per la protezione della Costituzione a causa dell'attivismo contro le centrali nucleari. Nel frattempo, Böhnhardt, Mundlos und Zschäpe si infiltravano nelle maglie della NSU (Clandestinità nazionalsocialista) e progettavano i loro delitti – senza che la polizia si preoccupasse di muovere un dito. 

Le dimostrazioni in luoghi pubblici erano semplicemente non gradite. Non importa di che genere. Manifestazioni contro la costruzione di un'autostrada o di un ponte, oppure contro lo smantellamento dello stato sociale, contro la chiusura di scuole o asili, ma anche dimostrazioni neonaziste – in continua crescita a partire dalla metà degli anni Novanta – erano indesiderate, e non vennero proibite ufficialmente soltanto perché la lontana costituzione federale ammetteva la libertà di riunione.  

Si sarebbero abolite volentieri soprattutto le manifestazioni neonaziste, come quelle dalla NPD (Partito Nazionaldemocratico di Germania), così da eliminarle con un gesto elegante dal panorama politico. La pensava allo stesso modo anche il SED (Partito Unificato Socialista) che, alla fin fine, era pure filogovernativo. Biedenkopf condusse questo atteggiamento al culmine con le parole: «I Sassoni sono immuni all'estremismo di destra».

Ci pensa lo Stato

I partecipanti alle manifestazioni di stampo neonazista erano però sempre più numerosi, e lo stato di Sassonia non riuscì a far nulla per opporsi a questa tendenza. Troppo spesso si è detto: «Lasciali dimostrare e non dar loro maggiore attenzione con le contromanifestazioni». Il divieto di dimostrare presso "luoghi storici" della città e in alcuni giorni dell'anno è scritto nero su bianco nelle leggi della Sassonia, ma è a tutti gli effetti incostituzionale. Finora, sono state le iniziative della società civile e dell'Antifa (Azione Antifascista) a scalzare le manifestazioni neonaziste intorno al monumento il 13 febbraio, opponendo loro dimostrazioni pacifiche e blocchi. Alcuni attivisti tra le fila della società civile si sentono, dal canto loro, immuni da procedimenti penali. Eppure sono stati additati come se fossero loro il vero problema. Iniziative in seno alla società civile che avessero voluto beneficiare dei – piuttosto magri – fondi statali per il cosmopolitismo, avrebbero dovuto chiedere ai loro rappresentanti di presentare una richiesta ufficiale allo Stato, anche se si trattava di difendere le vittime di una persecuzione di matrice nazionalsocialista. 

Anche in occasione dell'inondazione del 2002, lo stato non fu nelle condizioni di mantenere le proprie promesse in merito a interventi di prevenzione e assistenza:  in gran parte, furono proprio i cittadini stessi a costruire dighe con i sacchi di sabbia e a lavorare per ristabilire la normalità. Si dovettero, insomma, organizzare da soli per gestire la crisi. 

Dobbiamo poi pensare anche alla successiva grande inondazione, quella del giugno 2013, quando la cricca che poi ha dato vita a Pegida si riunì intorno alla figura di Lutz Bachmann (iniziatore e volto di Pegida, ndr), sviluppando una certa consapevolezza di sé, sperimentando una crescente capacità di far sentire la propria voce e, nondimeno, provando il piacere sottile del prestigio.  Elementi, questi, che possono spiegare, almeno in parte, le loro successive azioni. 

PEGIDA - Fascia media tra i 30 e i 50 anni

Le figure trainanti del movimento PEGIDA sono tutte tra i 30 e i 50 anni. Questa fascia di età è decisamente rappresentata anche tra i dimostranti, mentre è piuttosto difficile trovare persone sotto i 25 anni. Gli over 25 sono stati socializzati nella DDR e spesso soffrondo di una mancanza dell'istruzione teorica e dell'esperienza pratica per partecipare attivamente e costruttivamente alla cosa pubblica democratica. 

Sono pochi i protagonisti di PEGIDA che hanno esperienze concrete coi partiti politici (Siegfried Däbritz – in passato FDP, Thomas Tallacker – ancora oggi CDU), e tuttavia non hanno mai realizzato qualcosa che fosse davvero costruttivo sul piano politico. 

La Sassonia è nota ormai da tempo quale fanalino di coda per la formazione politica in Germania. Dopo la caduta del Muro, vennero raccattati vecchi insegnanti che impartissero l'educazione civica nelle scuole: l'ipotesi di assumere giovani politicamente consapevoli e impegnati non venne neppure considerata. E tutto questo semplicemente perché si puntava al risparmio. Per prevenire l'indottrinamento politico a opera di questo o quel partito, le porte delle scuole, e persino delle università, rimasero per molto tempo serrate per tutti i politici attivamente impegnati. Qualsiasi conflitto o discussione di matrice politica doveva essere tenuto lontano dalle persone comuni. Ancora oggi, la politica spesso non viene intesa come un luogo dove si possono difendere e rappresentare opinioni contrarie, e dunque dove si possono incontrare prospettive e "verità" diverse. 

Con trasmissioni dai titoli come "Fakt" (fatto), "Exakt" (esatto), o ancora "Fakt ist" (questo è il fatto), l'emittente televisiva MDR ha semplicemente contribuito a una cementificazione di quella rappresentazione monolitica della politica tipicamente sassone. Anche dai giornalisti della vecchia guardia non si sente dire altro che i partiti vogliono smetterla una volta per tutte con le dispute e che i politici mirano a un solo, comune, obiettivo. 

Questo articolo è stato pubblicato su Cafébabel granzie a una licenza Creative-Commons da parte di Dietrich Herrmann / Heinrich-Böll-Stiftung. Appuntamento al prossimo lunedì con PEGIDA - Perché proprio a Dresda?