Pedalando a Roma: un viaggio negli inferi

Articolo pubblicato il 12 aprile 2011
Articolo pubblicato il 12 aprile 2011
Dapprima ciclista per circostanza, l’abitudine ha fatto di me una ciclista convinta. Venendo da Strasburgo, città dove le due ruote la fanno da padrone, ho fatto di tutto per poter disporre di una bicicletta a Roma, malgrado gli ansiosi commenti di familiari e amici: «È un suicidio!».
Avevano ragione: dopo quattro giorni di solitudine in una città dominata dalle automobili, ho scoperto che andare in giro in bicicletta può essere equiparato a fare il kamikaze…

 A Roma, spostarsi in bicicletta è come inscenare quotidianamente il combattimento di Davide contro Golia. Vado quindi all’attacco in sella alla mia bella ‘Violetta’ col cuore in gola, perché devo fidarmi dei suoi freni poco efficienti.

Una (rarissima) pista ciclabilePrimo resoconto: fra la stazione Tiburtina e il centro storico, girovagando senza meta per ben tre ore, non incrocio nessun ciclista. Mi preoccupo e decido di di contarli: meno di 20 in quattro giorni! All’inizio pensavo che circolare nel solo centro storico avesse potuto falsare i conti. Infatti, anche se le biciclette sono ben tollerate nelle zone pedonali del centro, non ci sono invece percorsi ciclabili sulle carreggiate stradali. Solo due giorni dopo, nei quartieri di Testaccio e Trastevere, scopro qualche (rarissima) pista ciclabile, immancabilmente deserta!

Anche le biciclette comunali hanno fallito

Esiste (o meglio esisteva ?) un sistema di bike-sharing inaugurato nel 2008, che avrebbe dovuto abituare i cittadini alla presenza delle due ruote. Ma curiosamente le biciclette sono generalmente assenti dalle stazioni apposite. Il proprietario di un negozio pensa che le biciclette siano state addirittura rimosse. A causa – dice - degli interminabili scandali che hanno colpito il processo di assegnazione del contratto di gestione di questo servizio. Ma allora, perché rimane ancora qualche bicicletta abbandonata nelle postazioni? Una cosa è certa: per chi si sposta in motorino questi ciclo-posteggi vuoti sono una manna venuta dal cielo!

Sul punto di perdere la pazienza, mi ritrovo faccia a faccia con un gruppo di turisti in bicicletta. La loro guida è olandese, come olandesi sono anche i suoi clienti. Sono i soli ad optare per questo tipo di visita guidata “ecologica” e sportiva. bicicletta Vista la loro familiarità con le due ruote, non si lasciano intimidire dalla disastrosa reputazione del traffico locale. Ma nessuno di loro ne sa più di me sulle norme di circolazione stradale, che sembrano inesistenti. Ognuno a Roma ha la sua propria interpretazione personale: all’affermazione «Sì, certamente potete circolare nelle corsie preferenziali riservate ad autobus e taxi», si ne oppone un’altra: «certo che no, rischierete la pelle, autobus e taxi non sono certo disposti a condividere il loro spazio con voi, li fate rallentare».

Avvio di una ciclo-rivoluzione

Il gruppo di turisti olandesi

Salvo questi olandesi, ho incrociato solamente dei ciclisti in azione e non ho potuto fermarli per paura di metterli in pericolo. Difficile quindi capire il profilo dei ciclisti romani: quanti sono? (solo 5.000 stando ai negozianti di biciclette), come affrontano il traffico caotico? Andare in bicicletta a Roma sembra essere più una questione di necessità o di militanza che una pratica legata al piacere di bruciare in velocità chilometri di selciato. Di fronte alla pessima qualità dei trasporti pubblici, dei quali si lamentano in continuazione, i romani prendono due posizioni opposte: alcuni subiscono passivamente, altri si fanno astuti. Per esempio mettendo insieme una ciclofficina popolare, dove ci si può attrezzare per poco o niente recuperando vecchi telai di biciclette che si impara a restaurare da soli. Un’iniziativa poco apprezzata in uno dei negozi di biciclette più antichi della città. Una banda di « anarchici» che non rispetta le basilari norme di sicurezza, e che organizzando eventi di critical mass «causa scompiglio e suscita quindi più odio che ammirazione», ci dicono. Al contrario, un noleggiatore di biciclette che organizza anche delle visite guidate della città su due ruote, non è per nulla spaventato della concorrenza fra commercianti e ciclofficine: «Più si usa la bicicletta, meglio è».

Ciclismo, una nuova forma di ribellione sociale?

Se per svariati motivi la popolazione è ancora restia ad usare la bicicletta (forza dell’abitudine, ignoranza, pigrizia, inquinamento, scoraggiamento e paura del traffico), niente è stato fatto per incoraggiare un cambiamento nel loro comportamento e per promuovere modi di trasporto più rispettosi dell’ambiente. Tutti i miei interlocutori, senza eccezione, ritengono che a livello comunale la politca dei trasporti sia inesistente. E le rare iniziative in questo senso come il progetto di bike-sharing? «Greenwashing» (lavaggio del cervello in chiave ecologica, ndr), mi ribattono. Senza incoraggiamenti provenienti «dall’alto», è improbabile che i comportamenti cambino, spiega con rammarico un rappresentante di Cittalia, fondazione dell’associazione nazionale dei comuni italiani che sviluppa studi su tematiche urbane. E l’inerzia politica in materia non è una questione di fazione politica: «In Italia l’ambiente non è mai considerato una priorità».

A Roma l’uso della bicicletta resta quindi legato alla militanza. Rendiamo omaggio ai coraggiosi ciclisti romani, che con il loro assiduo uso della bici, anche se non ne sono consapevoli, stanno forse facendo muovere le cose dal basso. Altro segno incoraggiante: in un ambiente comunque ostile (anche se ciò non è sempre visibile a occhio nudo), tanto le statistiche ufficiali quanto le cifre fornite dai professionisti della bicicletta sono chiare: il numero di biciclette in circolazione non smette di aumentare.

Questo articolo fa parte del progetto Green Europe on the ground 2010-2011, una serie di reportage realizzati da cafebabel.com sullo sviluppo sostenibile. Per saperne di più su clicca su Greeen Europe on the ground.

Foto: Home-page (cc)Estevão Passarinho/flickr; nel testo ©Tania Gisselbrecht