"Parlate con noi": i sex workers in Germania si mettono a nudo

Articolo pubblicato il 26 maggio 2016
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Articolo pubblicato il 26 maggio 2016

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Il progetto fotografico "Rede mit Uns" (Parla con noi) racconta la vita di chi ha scelto di diventare sex worker in Germania. Regolamentata, autodeterminata e consapevole: non chiamatela (semplice) prostituzione.

“Quando pensi alla prostituzione scommetto che la prima immagine che ti viene in mente è quella di una donna che sta in piedi sul ciglio della strada e che poi si appoggia sul finestrino di una macchina per concludere un affare con il conducente. Questa è l'immagine che abbiamo di una prostituta”

A parlare è Hannah, una sex worker intervistata a Berlino durante la realizzazione del progetto fotografico Rede mit uns, ovvero “Parla(te) con noi”. Per “noi” s'intende l'esteso gruppo de* sex workers (da qui utilizzati con pronome maschile, ma da intendersi per entrambi i generi ndr) , o prostitute auto determinat*. Hannah si presenta con un corsetto rosso a pois bianchi e una maschera alla Groucho Marx, compromesso trovato durante la realizzazione del ritratto che le ha permesso di non essere completamente riconoscibile, pur mantendendo il contatto visivo con la macchina fotografica e di esprimere un tratto importante della sua personalità. “Anche se credo che, chiunque mi conosca bene, vedendo questa foto saprebbe subito che sono io” ha aggiunto in un secondo momento.

La percezione dell'opinione pubblica sul fenomeno della compravendita di servizi sessuali viene quasi sempre veicolata dai media mainstream, influenzati nella maggior parte dei casi da un certo tipo di morale, come se si alimentassero di quel poco che il pubblico sa, pensa e crede di sapere basandosi sui propri pregiudizi, in una sorta di circolo vizioso mediatico e moralista. Sappiamo già che il fenomeno della prostituzione esiste, cosa ci sarà mai da aggiungere? I media  propongono di continuo l'idea che il sex worker è innanzitutto vittima, se non di un racket, quantomeno di sè stesso, ma solo in rarissime occasioni si ricordano di interpellare i diretti interessati.

“Purtroppo ho sempre visto utilizzare la tematica della tratta solo per far zittire i sex workers. “ prosegue Hannah “Quando questi hanno la possibilità di parlare in pubblico del proprio lavoro e dei problemi che affrontano nella società, c'è sempre qualcuno che chiede ‘Ma allora la tratta?’ invece di ascoltare che cos'ha da dire il sex worker. Preferiamo che sia una vittima, perché in qualche modo questo non mina le nostre certezze. Alla fine le conversazioni prendono sempre questa piega e il sex worker non riesce mai a dire quello che vorrebbe. Vogliamo solo sentir parlare di tratta, che è un argomento completamente estraneo rispetto al lavoro sessuale.”

Parlando con Hannah è inoltre emersa la questione della definizione: prostitut* o sex worker?

Digitando la parola “prostituzione” sulla versione italiana di Google Immagini, otteniamo fotografie che abbiamo visto centinaia di volte: strade, gambe, minigonne, auto di notte.

È esattamente come diceva Hannah, se vogliamo considerare Google Immagini un riflesso del nostro immaginario collettivo.È interessante invece osservare come il tipo di immagini cambi radicalmente se invece su Google digitiamo “sex work”.

Nella maggior parte delle foto le persone sono a volto scoperto a manifestare per i propri diritti di lavoratori sessuali, e questo già la dice lunga sulla mancata ricerca di un certo tipo di terminologia. Verrebbe quindi da chiedersi se e perchè il prostituto non manifesti per i propri diritti e un sex worker invece sì.

Hannah ribadisce il suo punto di vista sulla questione: “Credo che molti di noi contribuiscano alla discriminazione della parola ‘prostituta’, per via di tutta questa mentalità del ‘Tecnicamente sarei una escort’ oppure del ‘Sono una dominatrice e tocco il cliente solo con la frusta’. Ma anche io faccio dominazione, ma allora quando faccio la dominatrice non sono una prostituta? Certo che lo sono, sto vendendo sesso!”.

Lucia, un'altra ragazza intervistata, parlando di quando ha detto del suo lavoro di dominatrice “intoccabile” a sua madre ha detto: “Non mi piace ragionare in termini, ma è vero che dire di fare la dominatrice ha socialmente un peso diverso rispetto a dire che fai la prostituta: uno si immagina una dominatrice come una una donna forte, in qualche modo istruita, autoritaria, sexy. È molto improbabile che venga relegata nel ruolo della vittima, e forse per mia madre è stato più facile accettare quello che faccio anche per questo motivo.”

Johanna Weber, la fondatrice dell'associazione di categoria per I servizi erotici e sessuali in Germania (BesD e.V.), negli anni '80 lavorava ad Amburgo come tassista per pagarsi gli studi, e passava sempre dalla Reeperbahn, la celebre via del quartiere St. Pauli in cui si concentrano moltissimi locali a luci rosse. Durante la nostra intervista ha detto: “Passavo spesso dalle Reeperbahn, e quando sostavo alla fermata dei taxi, osservavo quelle donne in piedi mentre lavoravano. Ho sempre pensato che fossero fantastiche e che sembrassero orgogliose. È molto interessante constatare che il modo in cui guardiamo una persona influenza totalmente il nostro modo di percepirla”.

è comprensibile che la percezione che possiamo avere, se veicolata dal tipo di immagini a cui siamo abituati, sia univoca e non lasci spazio all'interpretazione. Se sono sfruttate, perché lo permettiamo? Forse perché probabilmente non ci interessa, la prostituzione non è qualcosa che ci riguarda e viene percepito come un qualcosa di lontano, che ha a che fare con persone migranti prive di istruzione, di cui non conosciamo le storie e di cui non sentiamo la voce. Le immagini che ci arrivano di queste persone ci comunicano una cosa: non esistono.

Ma coloro che non sono sfruttati perché non hanno la possibilità di mostrarsi pubblicamente e parlarci del loro lavoro? Un esempio di come il lavoro sessuale autodeterminato può funzionare, potrebbe servire da stimolo a combattere quello che autodeterminato non è.

La legge italiana non vieta la compravendita di servizi sessuali tra adulti consenzienti, ma punisce il reato di sfruttamento della prostituzione, quindi un sex worker autodeterminato in Italia, pur non facendo nulla di illegale, si trova in un limbo burocratico in cui non gli viene data la possibilità di pagare le proprie tasse e di esercitare il proprio mestiere liberamente. Anche per una questione di discriminazione sociale, che è forse il problema più grande che ancora oggi si trovano ad affrontare i/le sex workers del mondo.