Palestina, Ecco perché possiamo essere ottimisti

Articolo pubblicato il 04 gennaio 2005
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Articolo pubblicato il 04 gennaio 2005

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Galia Golan, attivista dell’organizzazione pacicista israeliana Peace Now, traccia per café babel le prospettive di pace che si profilano a seguito delle elezioni palestinesi del 9 gennaio prossimo.

Le elezioni palestinesi, soprattutto le elezioni presidenziali di gennaio, ma anche le comunali e locali che hanno avuto inizio a dicembre e quelle per il Consiglio Legislativo di Palestina, previste per maggio, rappresentano una sfida importante. Costituiscono una sfida per Israele, soprattutto per il primo ministro Ariel Sharon, perché contraddicono la sua convinzione secondo la quale sul fronte palestinese non ci sarebbe un partner politico degno di questo nome. La morte di Arafat ha eliminato il pretesto adottato da Sharon per evitare i negoziati, soprattutto la presunta cattiva volontà del leader palestinese di perseguire la pace. La successione, affidata al moderato Mahmoud Abbas, noto anche come Abu Mazen, che si è distinto per il valore conferito ai negoziati piuttosto che all’uso della forza, rappresenta una sfida che Sharon non potrà ignorare tanto facilmente. Inoltre, la scelta del Fatah di scommettere sulla candidatura di Abbas per le elezioni presidenziali, ha già attribuito notevole legittimità ai negoziati. Inoltre la pressione che ha esercitato nei riguardi di Marwan Barghouti per ritirare la sua candidatura, costituisce un ulteriore segno di tale legittimità, considerato il fatto che Barghouti, pur essendo fautore di pace in Israele, è senza dubbio il leader di Fatah più coinvolto nel ritorno alla lotta armata con la seconda Intifada. Se le prossime elezioni, sia locali che parlamentari, daranno ulteriore legittimità alle argomentazioni di Mahmoud Abbas, Sharon e Israele si troveranno di fronte ad una nuova realtà da non sottovalutare.

Piccoli passi verso la democrazia

Le elezioni palestinesi rappresenteranno anche una sfida per gli USA e soprattutto per George W. Bush. Il presidente americano ha attualmente posto la “democratizzazione” al vertice degli obiettivi della sua politica mediorientale. Sembra inoltre che i palestinesi abbiano tutte le chance per superare qualsiasi altra società araba nella corsa alla democrazia. Con una società civile largamente sviluppata, ansiosa di costituire istituzioni democratiche, il popolo palestinese sta impegnandosi profondo sulla strada che porta alla demcorazia. Sebbene le elezioni non siano completamente al riparo da corruzione e pressioni politiche, a lungo sono state caratterizzate da procedure democratiche e da un certo ordine. Se questa situazione viene confermata durante tutto il processo delle elezioni, i palestinesi saranno sulla via giusta per adempiere gran parte dei compiti fissati dal presidente Bush. Ma anche gli altri membri del Quartetto (Ue, Onu e Federazione russa) dovranno dare manforte per aiutare i palestinesi in quella che è la prima fase della Road Map: la loro democratizzazione.

Inoltre, per sostenere il processo di democratizzazione, Israele ha concordato il ritiro delle sue forze armate dalle città e dai villaggi della Palestina (nuovamente occupati dopo l’inizio dell’Intifada) e la rimozione di barricate e blocchi stradali all’interno dei territori per i pochi giorni delle votazioni. E’ qui che risiede l’opportunità per Israele di adempiere al primo compito della Road Map: ampliando e generalizzando questo disgelo. Le elezioni potrebbero poi creare una base per l’avvio della Road Map, soprattutto se la legittimità che saranno in grado di fornire alla nuova leadership palestinese la metterà nelle condizioni di realizzare gli altri punti della prima fase della Road Map: riorganizzare e riunificare i servizi di sicurezza palestinesi, dichiarare un cessate il fuoco e procedere alla cessazione delle violenze.

I motivi per essere ottimisti

Questa è, senza dubbio, una visione ottimistica della situazione e delle sue prospettive. Ma un tale ottimismo viene probabilmente supportato da due sviluppi. Il primo è il cambiamento che appare già evidente nel popolo palestinese. I sondaggi più recenti indicano un’impennata, a livelli di assoluta maggioranza, nel supporto rivolto alla fine della violenza e alla soluzione di due Stati. Secondo un’inchiesta recente, i palestinesi non sono convinti del fatto che la nuova leadership sia in condizione di avviare i cambiamenti necessari ma, tutto sommato, la maggioranza ritiene fermamente che ci siano adesso maggiori opportunità di pace. Il medesimo ottimismo circospetto si riscontra anche fra gli intervistati israeliani. Pare che entrambe le popolazioni siano pronte a lasciare la violenza alle spalle. Entrambe sono convinte del fatto che l’eccessivo spargimento di sangue non ci abbia assolutamente portato più vicini alla pace. Anzi.

E’ pur vero che viste le grandi ostilità e l’enorme perdita di vite umane avvenute nel corso degli ultimi quattro anni, c’è ancora un grande scetticismo sulla volontà di entrambe le parti di volere la pace. Ma il secondo motivo che porta all’ottimismo è che la sfida presentata a Israele, agli USA e al resto del Quartetto, con l’elezione di una nuova leadership palestinese, legittima e rivolta alla ricerca di pace, potrebbe ben condurre ad una ripresa dei negoziati, superando ogni scetticismo. E riportandoci sulla via della pace.