Palermo Metafisica Vol. III, il Nuovo Palazzo di Giustizia

Articolo pubblicato il 11 luglio 2016
Articolo pubblicato il 11 luglio 2016

Tappa conclusiva del nostro itinerario metafisico palermitano. Sempre accompagnati dal fotoracconto di Stefano Lo Voi, Cafébabel vi introduce stavolta all’interno del nuovo Palazzo di Giustizia, originale riqualificazione ultimata nel 2002 e dominata dalla tipica atmosfera che caratterizza la pittura metafisica.

Dopo il fotoracconto dei Cantieri Culturali alla Zisa e del Giardino di Pietra all’Università, l’obiettivo del fotografo bagherese Stefano Lo Voi si posa stavolta sugli spazi del nuovo Palazzo di Giustizia.

Ultimato nel 2002 dall’architetto Sebastiano Monaco, si tratta di un’area urbana che riqualifica alcuni corpi del quartiere Capo in macerie per via dei bombardamenti bellici della Seconda Guerra Mondiale. Ripristinando la morfologia originale di fabbricati, strade e piazze, si è data una triplice identità a un luogo che tiene insieme uffici, spazi all’aperto e percorsi d’arte.

Il linguaggio materico della cittadella giudiziaria prevede soprattutto vetro e cemento, e anche qui irrompe subito una sensazione di mistero, segreto, enigma.

Scopriamo quinte architettoniche che potrebbero benissimo essere state incluse nel ciclo pittorico di Giorgio de Chirico, fondatore della pittura metafisica, dedicato alle Piazze d’Italia.

Del resto le piazze del nuovo Palazzo di Giustizia riflettono la stessa luce del giorno della città mediterranea che caratterizza i quadri metafisici. 

Un elemento distintivo della pittura matafisica è poi la comparsa, dal nulla, di manichini e statue che annichiliscono l’elemento umano e aumentano la dimensione inspiegabile, la sorpresa. Ebbene, i percorsi della cittadella giudiziaria sono anch’essi disseminati di opere d’arte, le più suggestive delle quali sono senza dubbio le sculture-colonne dell’artista Antonio Musarra Tubi.

Realizzate in marmo, sono undici come il numero dei magistrati uccisi durante le guerre di mafia, e sono attraversate, scalfite e avvolte da cicatrici di acciaio e ottone che simboleggiano il giogo della corruzione. Il percorso suggerito dalle colonne culmina però in una piazza e in una scultura con le ali di una nike aperte, secondo noi un simbolo di libertà realizzato da Giovanna De Sanctis.

Se la pittura metafisica s’interroga costantemente sul reale significato delle cose, su una realtà che va oltre ciò che vediamo, è lecito interrogarci su cosa realmente ci trasmette questo luogo. Certamente un’idea di memoria, esplicitata dai nomi dei magistrati uccisi scolpiti nella geometrica teoria di gradini, sedili e muretti.

 In secondo luogo speranza, perché si tratta di un luogo meno silenzioso e vuoto di altri, in comunicazione soprattutto con il fluente vociare del Mercato del Capo, vitale e ricco di stratificazioni culturali diverse. Infine, questi spazi ci ispirano anche responsabilità, perché vediamo tanti genitori giocare con i propri figli a calcio, pallavolo e perfino tennis. Da questa visione estraiamo un auspicio legato alle future generazioni: se nel silenzio degli uffici si lavora alla lotta contro la mafia, anche il cittadino deve intraprendere azioni quotidiane consapevoli. Ognuno deve fare la propria parte, l’antimafia siamo tutti noi.