Ossa, corpi, memorie: Kosovo, i resti di una guerra

Articolo pubblicato il 25 gennaio 2013
Articolo pubblicato il 25 gennaio 2013
Quattordici anni dopo il conflitto in Kosovo, continua la ricerca delle persone scomparse e l'angoscia dei sopravvissuti diventa un'urgenza sociale.

Ogni mattina, alle 8, Alan Robinson arriva nel suo ufficio. All’obitorio dell’ospedale pubblico di Pristina. La struttura, di un color giallo pallido, si trova tra un parcheggio, l’unità psichiatrica e ampie tende, che portano l’insegna della Croce Rossa. “Qui che vengono deposti i resti delle persone scomparse, una volta che sono state numerate e identificate. Ha fatto colazione?”. Spalle forti, sguardo penetrante e braccialetto di cuoio: il look di Robinson ricorda più Indiana Jones che un medico legale.

La cerimonia ufficiale per la consegna dei resti

Fin quando le famiglie non sanno cosa sia accaduto ai loro cari restano bloccate nella loro quotidianità

Questo inglese di 39 anni, nato in Messico, è il vicedirettore del Dipartimento di medicina legale della missione europea Eulex. Archeologo, si dedica alla perizia medico-legale alla fine degli anni Novanta, interessandosi alle vittime della dittatura militare in Guatemala. “Questo tipo d’ingaggio offre un beneficio sociale incontestabile: partecipare al processo di riconciliazione di una nazione”. Oggi Robinson parte con la sua squadra per lavorare sul campo nel sud del paese. “Il nuovo proprietario di una fattoria ha segnalato un pozzo ostruito. Teme di trovarci dei corpi”. Quattordici anni dopo il conflitto nel Kosovo, gli scavi e le “celebrazioni di consegna” – le cerimonie ufficiali di “restituzione dei resti” – sono ancora affare quotidiano dell’unità di medicina legale. “Piccoli cartoni che contengono le spoglie vengono restituiti alle famiglie affinché abbiano giusta sepoltura”.

Secondo le stime del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), 1799 persone sono ancora disperse in seguito alla guerra in Kosovo. Per preservare la loro memoria, esistono 22 associazioni ufficiali: ci sono le famiglie degli scomparsi “albanesi” e quelle degli scomparsi “serbi”. “Mi è comunque difficile distinguere l’appartenenza etnica dei pezzi d’ossa, spesso carbonizzati, che ritroviamo”, scherza Robinson, con moderazione, “cerchiamo di restare fuori dalla politica”.

Il tempo è radioso: dopo aver inaugurato i suoi occhiali da sole, stile Men in Black, Robinson e la sua squadra di una decina di persone – traduttrice, poliziotti locali, assistenti … -  salgono a bordo di grosse 4x4, marchiate dalla bandiera dell’Unione europea. Nel 2011, il Dipartimento di medicina legale ha proceduto a circa 350 scavi e riesumato 42 corpi. 51 persone sono state identificate e 79 spoglie sono state restituite alle famiglie. “La nostra missione suscita speranze che non saranno mai soddisfatte da semplici risultati di laboratorio. Avere giustizia è un processo estremamente lungo, che si protrarrà per per diverse generazioni”, sottolinea Robinson.

Sigarette, femori, nastri gialli: la scena del crimine

Giunta a Orahovac/Rahovec, la squadra si presenta agli abitanti prima di raccogliere le testimonianze dei vicini, uomini piuttosto anziani. Il luogo dove effettuare gli scavi si trova accanto a una moschea, davanti a una grossa fattoria, ben tenuta. Alan Robinson traccia un perimetro di una decina di metri che verrà circondato da nastri gialli, simbolo della scena del crimine: gli assistenti si sparpagliano, passano la zona al setaccio e depongono piccoli stendardi, mentre le spalatrici cominciano a togliere terra. Sotto lo sguardo furioso del proprietario del luogo. Dossier smarriti, sepolture di alcune vittime sotto falso nome o ricostruzioni di scheletri con ossa appartenenti ad altri dispersi hanno esacerbato la diffidenza della popolazione verso gli emissari della Minuk, sostituita oggi da quelli dell’Eulex. “Circa il 6% delle questioni 'trattate' dal TPI ha dovuto essere riaperto. Ormai, lavoriamo esclusivamente all’identificazione delle vittime, grazie ai test del DNA. La priorità ora è formare una squadra locale di esperti che possa prendere il nostro posto, perché Eulex non resterà per sempre in Kosovo”. Robinson attraversa a grandi passi il cantiere prima di ispezionare, curvo sui calcinacci e i sassi: là un pezzo di albero, no, una parte di femore. Sigaretta. Scavo. Sigaretta. Numerose ossa carbonizzate sono alla fine disotterrate, accuratamente spolverate, numerate prima di essere fotografate, poi lasciate scivolare nelle "body bag".

Una macchina nera si avvicina lentamente: completo scuro e sigaretta in bocca, il Presidente della Commissione governativa delle persone scomparse fa la sua apparizione. Strette di mano. Chiacchiere. Abbracci. "Si dice che il primo gennaio abbia l’abitudine di portare con sé una bottiglia di rakia, confezionato da lui stesso", precisa Xani, l’assistente di Robinson.

Un anziano dal volto segnato è inginocchiato, perso nei suoi pensieri, ipnotizzato dal balletto incessante di pale meccaniche. Il corpo di uno dei suoi due figli, entrambi uccisi durante il conflitto, non è mai stato ritrovato, ha spiegato la traduttrice. “Fin quando le famiglie non sanno cosa sia accaduto ai loro cari restano bloccate nella loro quotidianità”. Questo fine settimana, Alan Robinson si dedicherà al suo hobby preferito: parapendio. Il paese dei merli neri visto dal cielo. E non sulla terra. “È importante rilassarsi”.

Foto: copertina (cc) khrawlings; testo: Newborn (cc) charlesfred, Orahovac (cc) un_photo tutte via flickr