Ornette : «Ho odiato Serge Gainsbourg»

Articolo pubblicato il 30 settembre 2011
Articolo pubblicato il 30 settembre 2011
“Se le avessero detto che un giorno avrebbe cantato, non ci avrebbe creduto”, questa è la prima frase che possiamo leggere nel promo dell’album Crazy. Ornette ci mette della voce nel suo primo disco. Tra il conservatorio, una famiglia un po’ strana e un computer rotto, la cantante di 28 anni ha creato un progetto musicale di alto livello: un pop che resta come una macchia indelebile.

«Le cantanti sono tutte belle, piacciono ai ragazzi. Io, invece, non sono mai piaciuta a nessuno». La osservo. Alta, bionda platino, solare…il solo dettaglio che potrebbe toglierle un po’ di sicurezza, sono quei grandi occhiali, la cui montatura nasconde degli occhietti maliziosi. Quindi Ornette è graziosa. Modesta. E' difficile darle credito quando si schernisce. Difficile crederle quando assicura che, sulla sua voce, non ha mai lavorato. All'interno del gruppo jazz MOP (poi diventato Electric MOP), lei era «la pianista con gli occhiali. Il pianoforte mi andava bene e non avevo altro che progetti strumentali. In realtà, non mi sono mai vista cantante».

Scuola militare, Regina Spektor e smalto per unghie.

Ornette - "Crazy"Non ne ha neanche mai avuto l’occasione, in effetti. Ornette ha seguito un percorso classico, per più di 20 anni è stata in conservatorio. Una scuola “militare” dove non si discute: «Non avevo il diritto di mettermi lo smalto alle unghie», ci dice mostrando le sue unghie macchiate di rosa, «bisognava essere vestiti di nero e con maglia bianca. Una scuola intransigente. Quello che facevi non era mai abbastanza o abbastanza preciso, era troppo veloce e mai esatto. E io amo le cose imperfette». Anche il suo ultimo album è spontaneo e imperfetto come piace a lei. Lo testimonia la copertina del disco dove c’è un viso impiastricciato di pittura e il nome dell’album, Crazy: “Avevo bisogno di sentirmi altrove, in un altro mondo”. Una sorta di reazione ad un mondo troppo asettico, troppo civilizzato. E’ da qui che nascono tutte le tinte dorate e il look elettrico. E’ da qui che nasce la voglia di libertà. A cominciare dal nome. Perché se Ornette si chiama così, è per omaggiare una grande figura della musica, Ornette Coleman, saxofonista d’avanguardia e precursore del free jazz.

«Sono passata attraverso il jazz per arrivare all’improvvisazione libera, come reazione al conservatorio. Anche se mi rendo conto che è stato lui ad avermi dato molte cose, non necessariamente umane ma artistiche. Infatti ho almeno dei riflessi di armonie classiche. In una canzone come The Lion and the Doll, ho messo dei violini perché mi fanno impazzire». Un delirio supportato da 12 pezzi che non si assomigliano l’uno con l’altro. Le influenze, da Regina Spektor a Peter Von Poehl, passando per La Roux, fanno dell’album un disco eclettico, profondo ma, soprattutto, coraggioso. E spesso questo passa attraverso la semplicità: «Non avevo come scopo quello di rivoluzionare niente. Ho fatto delle cose semplici, con delle melodie molto semplici sulle quali ho scritto parole semplici che parlano della mia vita». Ovvero?

«Io suonavo La Javanaise mentre gli altri cantavano quasi stonando»

Beh. Perché Crazy, allora? Bisogna cercare la risposta nei ricordi, tornando a casa, all’epoca in cui Ornette era solo Bettina Kee. E anche nel contrasto perfetto con l’ambiente del conservatorio: «Vengo da una famiglia di artisti un po’ fuori di testa. A casa, vedevo molte feste. Siccome ero quella che sapeva leggere la musica, mi mettevano in mano il libro delle canzoni di Serge Gainsbourg. E io dovevo suonarlo. Fino a che non l’ho iniziato a detestare per qualche annetto. Avevo 10 anni e quando facevano le feste, bevevano un po’ tutti. Io suonavo La Javanaise mentre gli altri cantavano mezzo stonando. Quindi ho dei ricordi bizzarri». Ornette è cresciuta tra una mamma commediante che ascoltava musica contemporanea e si chiudeva a chiave per fare dei vocalizzi, e un padre che amava “le cose polifoniche” e canticchiava l'opera lirica.

Un po’ di pop-corn

Il contesto è chiaro. L’universo ha cospirato affinché la giovane studentessa non si diluisse completamente in quell’atmosfera festiva della sera e che, invece di diventare una ragazza sfacciata, diventasse molto saggia. «Rispetto ai miei genitori, sono molto saggia, molto docile. Ma hanno capito subito la mia scelta. Non gli ho mai dovuto dire come stavano le cose, ho sempre fatto musica ed era evidente». Evidente anche che Ornette facesse una carriera sul grande schermo, al cinema. Ha già recitato sotto la direzione di Jacques Rivette in “Histoire de Marie et Julian” e di Pascal Bonitzer in “Petites Coupures”, al fianco di Daniel Auteuil, Emmanuel Devos e Kristin Scott Thomas.

In breve, Ornette è tutto questo. Crazy è un miscuglio di gamme di colori, di feste, di pianoforte, di ottoni, di tinte e di smalti per unghie. Niente di rivoluzionario, ma qualcosa di nuovo, simpatico e rinfrescante. E’ un pop con carattere. Un tipo di album che ci spinge a fare delle cose stupide, mettere le dita nella pittura dopo una battaglia di cuscini. In piena discussione su smartphone e Internet, lei mette il suo cellulare sul tavolo. Non ne resta che una carcassa tenuta insieme miracolosamente dalle idee di due scolari. “Io ho due bambini ed è meglio non avere un telefono… due giorni fa mio figlio ha rotto la tastiera del mio computer. Ha dunque decretato che per ripararlo sarebbe stato utile fargli un lavaggio nasale con l’acqua di mare. E’ una soluzione molto igienica, ma non funziona più.” Una stupidaggine sì. Deve aver ascoltato l’album di sua madre.

Photos : Une et visuel ©discograph Ornette-foulard et Ornette-chapeau ©vittoriobergamaschi, Vidéo ©Discograph