Ora anch'io sono tedesco: percorso interiore di un israeliano verso la naturalizzazione

Articolo pubblicato il 09 giugno 2015
Articolo pubblicato il 09 giugno 2015

Quali sono i motivi che portano le persone arrivate da un altro paese a optare per la cittadinanza tedesca? E come si trovano una volta ottenuta la nuova nazionalità? Daniel TkatchKarolina Golimowska raccontano le loro esperienze.

Sul mio passaporto preferirei avere un orso, piuttosto che un'aquila federale. Non l'orso della bandiera berlinese – con gli artigli rossi, le zanne e la lingua in fuori –, ma verde, quel verde patinato dei piccoli bronzi sullo spartitraffico della A115 a Dreilinden, una volta passati i controlli alla frontiera. Quanto è piacevole salutarli quando lascio Berlino e quando torno indietro!

Cosa mi disturba veramente dell'aquila federale?

Io la guardo e non posso che pensare alla mia nonna russa. Nella storia della nostra famiglia nessuno (tra i tedeschi) ha vissuto direttamente la Seconda guerra mondiale. Ma lei, nata nel 1931 in un villaggio in Inguscezia, da bambina era fuggita a causa dell'avvicinarsi del fronte, mentre suo padre aveva evitato la guerra rovinandosi il palmo della mano destra con un colpo di fucile. Nei miei ricordi, il bisnonno ha sempre un fazzoletto avvolto intorno a quella mano.

Mia nonna ha fatto sì che l’idea di cosmopolitismo si imprimesse presto in me: «Ogni uomo cattivo è mio nemico, mentre ogni uomo buono è come un fratello, e può essere sia ceceno che tedesco» diceva, citando suo nonno. Anche per questo vorrei tanto parlare con mia nonna del fatto di diventare tedesco. Purtroppo è venuta a mancare nove anni prima di quella primavera in cui comprai un biglietto di andata e ritorno per la Germania e lasciai scadere quello di ritorno.

Così mi ritrovo a discutere da solo del "tema Aquila" e, personalmente, la trovo troppo araldica, troppo patriottica. 

Essere tedesco. Preferirei quasi diventare cittadino europeo, così da liberarmi fin dall’inizio dall’idea di un singolo stato nazionale. L'“idea europea” mi ha permesso un'identificazione almeno superficialmente più facile. E per il mio superficiale problema di identificazione, per una volta, non c'era bisogno di nient'altro che di una soluzione superficiale. In fondo la maggior parte delle persone a cui importa del mio essere tedesco, se ne interessa solo superficialmente, nel momento in cui compare sulla carta d’identità ed è sufficientemente dimostrato. Ma una cosa mi è chiara mentre scrivo queste righe: io sono diventato talmente tedesco che adesso mi sembra anche di avere un problema con il mio essere tedesco. 

Ho sempre trovato alquanto strana la particolarità che hanno i tedeschi di non sorridere o di non ridere affatto, quando racconto loro delle mie prime esperienze con la lingua tedesca, nonostante la mia comprensione razionale per la difficoltà della tematica. Che io abbia imparato per prima cosa dai bambini in cortile «Attenzione!», «mani in alto» e «Hitler morto», mentre giocavamo alla guerra, non sembra divertente  alla maggior parte dei tedeschi. Soffro anch'io di quel complesso che mi ha irritato in tutti questi anni? Quando è uscito nelle sale il film Bastardi senza gloria, ho comprato subito un biglietto per la proiezione nel cinema internazionale sul viale Karl Marx. Volevo assolutamente vederlo in un cinema grande, in mezzo a tanta gente. Che piacere, che incredibile sollievo è stato per me vederli ridere durante questo film.

I primi tentativi di diventare patriota mi sembrano oggi un qualcosa di imbarazzante

Sono nato nella repubblica socialista sovietica del Kazakistan e uno dei miei primi ricordi è la gioia di quando leggevamo di nonno Lenin  su un abbecedario il primo anno di scuola, pieni di gioia e riconoscenza nei confronti di quest’uomo meraviglioso. Ero così felice, così orgoglioso di essere nato in Unione sovietica e di non essere ad esempio un figlio di servi nel tetro occidente. Al di là di Lenin, però, a quei tempi la mia patria sovietica stava andando alla deriva (e anche alla svelta) e i miei genitori avevano deciso di trasferirsi in Israele alla ricerca di una vita migliore.

La legge del ritorno israeliana permetteva agli ebrei – e anche ai loro consorti, figli e nipoti – di acquisire la cittadinanza. Così, durante gli anni '90, giunsero in Israele circa un milione di persone in fuga dall’Unione Sovietica, tra cui anche molti non ebrei, persone come me che non erano ebrei per linea materna e quindi non ebrei secondo le norme religiose ebraiche. Ma noi eravamo allo stesso tempo anche non arabi e quindi una soluzione provvisoria del tutto idonea per il problema demografico del piccolo stato ebraico.

I nuovi arrivati ottennero la cittadinanza israeliana automaticamente. La tanto promessa equiparazione, che io allora ingenuamente avevo voluto interpretare come un «adesso siamo tutti israeliani», sembra però esistere solo sulla carta. Ci si confronta ancora con la domanda «siete ebrei?» e si spiega la differenza. Quando mia madre è morta, mio nonno ha dovuto organizzare un funerale privato: in quanto non giudea non poteva essere seppellita in un “normale” cimitero, poiché i cimiteri “normali”, in Israele, appartengono esclusivamente agli abitanti religiosi. Lo stato israeliano non dà indistintamente assistenza a tutti i suoi cittadini, in questo come in tutti gli altri aspetti della vita, tipo il matrimonio. Quelli che non appartengono alla quella confessione religiosa si amministrano da sé.

Il teenager israeliano ingenuo e desideroso di appartenenza che ero simpatizzava con Netanyahu alle prime elezioni. Il suo libro Der Platz unter der Sonne (Un posto al sole, ndt) lo lessi quasi d'un fiato, come se potessi diventare più facilmente un vero israeliano attraverso l’assimilazione di idee conservatrici. E per diventare un vero, apprezzato israeliano, migliore perfino di quanto non lo fossero gli stessi ebrei, volli diventare sionista. Un autografo di Ariel Sharon su un volantino mi ricorda ancora oggi il sentimento patriottico che avevo allora.

Dopo tredici anni in Israele non sentivo ancora di essere un “vero” israeliano e sapevo di non poter fare nulla al riguardo. E poiché la mia vera patria sovietica non esisteva più, l'unica via di scampo era tentare di diventare un cittadino.

Germania: all'inizio non una seria alternativa

Già allora m'interessavo un po' dello spigoloso, ma allo stesso tempo poetico sistema della lingua tedesca, e un po’ anche di filosofia, ma soprattutto del Kraut rock e della musica di due gruppi berlinesi molto diversi: gli Element of Crime e gli Einstürzende Neubauten. Seguì un mese estivo in cui arrivai all’università di Friburgo come studente di tedesco in scambio. Un anno dopo, in agosto, ero all’università Humboldt dove avevo ottenuto una borsa di studio per un progetto di ricerca all’università di Duisburg-Essen per il primo semestre. I miei soggiorni in Israele divennereo sempre più brevi e alla fine mi iscrissi all’anagrafe di Zehlendorf. 

In inverno, dopo aver trascorso il Natale con la famiglia della mia fidanzata a Breslau, tornai a Berlino. Ero di buon umore, in un atmosfera familiare, che in Polonia viene espressa tradizionalmente con pasti abbondanti e solenni. Rinvigorito nello spirito e nel corpo, avevo un buon libro accanto ed ero alla fine contento di essere sulla strada di ritorno per Berlino, la città che avevo scelto per me. A dire il vero, allora mi risultava ancora un po' estranea, e per questo più attraente. Ma già allora, era ufficialmente “la mia città”.

Poiché a quei tempi c’erano ancora i controlli di frontiera al confine tra Germania e Polonia, mi ero ritrovato a mettere da parte il libro – uno in russo di Vladimir Nabokov, del periodo berlinese –, e a mostrare il mio passaporto israeliano. Questo fatto non certo eccezionale era stato accompagnato da un sentimento invece strano, ma forte, di gioia: essere a casa! Sì, già lì sul treno, e non in una terra definita con un suo linguaggio definito, ma tra terre e tra lingue diverse. Paradossalmente, fu in esattamente in quel luogo di passaggio che mi sentii arrivato.

Il giorno della naturalizzazione la mia incaricata, la signora M., ed io avevamo più scartoffie da sbrigare del solito: una firma qui, una firma là e ancora un’altra qui. Ma si trattava, almeno a quanto pareva, di una situazione burocratica del tutto ordinaria e quindi rimasi piuttosto sorpreso della richiesta che mi venne fatta. La signora M. mi diede un foglio A4, già  compilato, e me lo diede da leggere «forte e chiaro”. «Solo leggere?» chiesi ancora, e lessi: «Io dichiaro solennemente di rispettare la costituzione e le leggi della Repubblica federale tedesca  e di astenermi da qualsiasi azione che potrebbe danneggiarla».

Sapevo naturalmente che prima o poi (e da qualche parte) quella dichiarazione avrei dovuto farla per davvero, ma pensavo che sarebbe successo in un contesto ufficiale – per esempio davanti a una commissione, con fiori qui e lì, in piedi, tra altri sorridenti e smarriti aspiranti cittadini, come ad esempio quelli della serie Passt-uns-Poster, con cui Berlino corteggiava i migranti. Ma dato che eravamo solo in due in ufficio, si creò un’atmosfera quasi magica. Per me spettrale. Se non c'era nessun ascoltatore presente a sentire, perché la signora M. insisteva sulla cerimonia? 

Una presenza invisibile sembrava aleggiare per la stanza. E io lo sapevo che era la presenza della Madrepatria. Fu il mio primo intimo incontro con lei e l'imbarazzo era così grande che la formula di quella ufficiale conoscenza non la percepii quasi per niente (né tanto meno me la sarei ricordata più avanti). Così dovetti cercarla su google. Non fu affatto facile arrivare alla formulazione del cosiddetto “riconoscimento ufficiale”. La voce Wikipedia “Naturalizzazione” non mi fu di alcun aiuto: non credo di aver mai visto una pagina più corta nella versione tedesca di Wikipedia.

Ubi bene, ibi patria

Intanto avevo cercato anche la versione del primo giuramento dei pionieri, che non riuscivo più a ricordare. Mi era rimasto solo il ricordo dell’agitazione ansiosa, di quando io, nel 1989, insieme ai miei compagni della quinta elementare e alla nostra insegnante, provavo propro quel giuramento. Poco dopo mi ammalai e scampai fortunatamente al pathos ufficiale. Nonostante ciò divenni pioniere, senza giuramento, probabilmente grazie ai miei buoni voti, ma anche sicuramente perché nessuno badava più a una cosa del genere del genere ai tempi della Perestrojka.

Ubi bene, ibi patria. Dopo gli sforzi di entrambe le ideologie, a me quello che rimane impressa è l’opinione pragmatica di Cicerone: la madrepatria è là dove si sta bene. E come sto io in Germania? O meglio: come sto io nella tua Berlino, Germania? A questo adesso posso rispondere senza essere completamente patetico. Da un punto di vista molto pragmatico, la mia vita come 'Nuovo tedesco', almeno per quanto riguarda le fatiche burocratiche, è diventata sicuramente più facile.

Sono sollevato soprattutto dal non dover più passare nelle sale di attesa degli uffici di registrazione esteri, che già da alcuni anni chiamo “il castello”. Ogni volta mi trovavo su quei banchi a dare ad un soffocante e insondabile arbitrio non solo il mio passaporto, ma la mia intera vita futura. Sentivo di essere completamente in balia degli eventi e di non poter pianificare nulla prima che quelli là, dietro le loro porte e i loro sguardi non amichevoli, prendessero alla fine una decisione.

Ma a poco a poco notai che la suddetta reazione del rigido iter burocratico suonava come una provocazione anche agli autoctoni impiegati e che noi tutti ci sentivamo investiti di un'incombenza ugualmente sgradevole: quella di trovare una soluzione più o meno coerente e funzionale. Forse solo per la possibilità di questa solidarietà umana speciale, timida e implicita, l’autorità si merita quel soprannome kafkiano.

Io sono tedesco. E sebbene questa semplice frase mi suoni ancora un po' strana, è una frase vera. Con la prima parola non ho nessun problema in particolare: so benissimo cosa si intende con “io”. Quasi allo stesso modo trovo poco problematica l’ultima parola. Ogni giorno incontro sempre più tedeschi.

Quindi il problema che ho con questa frase deve essere nel verbo.

L'articolo “Jetzt bin Ich also Deutsch” di Daniel Tkatch e Karolina Golimowska è comparso la prima volta sulla rivista “The Germans”(ed. 05/2013) in due parti. È stato premiato nel maggio 2014 con il Deutsch-Polnischen Tadeusz-Mazowiecki-Journalistenpreis nella categoria stampa. Qui prosegue la parte di Karolina:„Jetzt bin ich also Deutsch: Erika Mustermann und die Wappentiere“.