Olivia Ruiz : « Il mio dovere è mantenere viva la memoria »

Articolo pubblicato il 18 gennaio 2017
Articolo pubblicato il 18 gennaio 2017

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Da La femme chocolat a À Nos Corps Aimants, il suo ultimo album, Olivia Ruiz è stata in grado di combinare gli stili e i generi per poi metterli via, forgiandosi una personalità mutaforma. Solo una cosa è rimasta costante in lei : le sue origini spagnole e la notevole storia della sua famiglia di immigrati che ha ispirato il suo ultimo spettacolo, Volver. Intervista impegnativa.

cafébabel : Lungo il tuo percorso artistico, hai spesso parlato della tua condizione di bambina immigrata spagnola. Quanto ti definisce come individuo ?

Olivia Ruiz : Quando si costruisce la priopria personalità crescendo accanto a delle persone segnate dall'abbandono delle proprie radici, si prova qualcosa che non si può davvero spiegare. Spesso associo questa sensazione a una ricerca di legittimità che forse non è la mia. Ho l'impressione che crescendo in una famiglia di migranti, ci si senta illegittimi un po' dappertutto e ci si debba giustificare in misura maggiore. Sicuramente avere un lato più combattivo e più diligente rispetto agli altri deriva da questo. 

cafébabel : Ti sentivi diversa dai tuoi coetanei ?

Olivia Ruiz : Ero più consapevole della necessità di lavorare molto. Ma questo approccio era solo mio, lo imponevo a me stessa. Non c'è stato un solo momento in cui mi sia sentita in lotta contro la società. Quando sei bianco e porti un cognome francese (il vero cognome di Olivia Ruiz è Blanc, ndr), non conosci alcuna forma di rifiuto. 

cafébabel : I tuoi nonni sono degli esuli del franchismo. Hai detto « portare il fardello dell'esilio familiare sulle spalle »...

Olivia Ruiz : Sì, ma lo faccio per le persone che amo e non in funzione di ciò che causa alla mia vita. Penso ai miei nonni che mi hanno cresciuta per un periodo e mi dico che se la Francia li avesse accolti quando sono arrivati, la loro vita sarebbe stata completamemnte diversa. Ecco perchè il mio dovere è mantenere viva la memoria.

cafébabel : In che modo ti hanno trasmesso la loro storia ?

Olivia Ruiz : A poco a poco. Uno dei miei cugini si è documentato molto sulla storia familiare e successivamente ci ha raccontato ciò che era veramente accaduto. Ma anche oggi, quando parlo con mia nonna 87enne della sua infanzia e del periodo in cui ha lasciato la Spagna, scoppia in lacrime. È una ferita aperta, come se fosse successo ieri. La sua partenza dal paese, il suo arrivo in Francia per raggiungere la sorella malata... Ciò che porto con me, è lo strazio. In genere, non si partiva in famiglia. I figli lasciavano il nido uno dopo l'altro.

Olivia Ruiz - « À nos corps aimants »

cafébabel : Tutto questo ha ispirato la pièce teatrale che hai scritto e interpretato - Volver - e che mette in scena il percorso di una giovane donna esule. Com'è nato lo spettacolo ?

Oliva Ruiz : Le storie nascono a partire da alcune canzoni dei miei primi quattro album scelte da Jean-Claude Galotta (il coreografo dello spettacolo, ndr). Come « Les Vieux Amoureux », Una canzone che racconta la storia di due anziani che decidono di suicidarsi insieme spinti dalla paura di morire in momenti diversi. Per portarla avanti bisognava trovare un passaggio. Quindi ho raccontato che Franco aveva messo una taglia sulle loro teste e che piuttosto che rischiare di morire ognuno per conto proprio avevano deciso di farla finita. Io stessa sono stata ispirata dalla storia di una delle mie prozie sulla cui testa era stata realmente messa una taglia poichè era stata direttrice della gioventù repubblicana. In seguito, nello spettacolo, la giovane esule rimane incinta. Penso che se non lo fossi stata per davvero durante la scrittura, non ci avrei mai pensato. Ma sono stati i miei nonni a ispirare Volver in quanto ogni personaggio nega totalmente le proprie radici. Uno di loro mi ha sempre detto : « Io non sono spagnolo ». Era talmente sconvolto quando è arrivato, che ha passato la sua vita a rinnegare le sue origini. Si rifugiava nell'idea di essere un vero francese. Benchè io abbia dei genitori spagnoli, mia madre non lo parla perchè suo padre si rifiutava. Mi ispira molto. 

cafébabel : Ma è anche dura. Scrivere la pièce ti ha provocato dolore ?

Olivia Ruiz : No, al contrario. Era necessario. 

cafébabel : Oggi, come vedi la crisi migratoria in Europa ?

Olivia Ruiz : Mi sento molto orgogliosa a volte. Mio fratello fa lo psicologo per i giovani migranti non accompagnati quindi quando lo vedo lavorare, mi dico : « È bella la mia Francia ». Beneficia di numerosi finanziamenti per ospitarli, affinchè portino a termine i loro studi... Ormai so che la Francia non lascia un minore in una situazione di precarietà qualunque sia la sua origine. Ma allo stesso tempo, la non accoglienza mi rende molto pessimista. Ci fanno credere che siamo un paese in crisi ma questo non giustificherà mai che 50 000 persone vengano respinte. Ci hanno bombardato con « le ondate di migranti alle porte della Francia ». In primo luogo, non è vero e secondo, non è sull'accoglienza o meno di qualche decina di migliaia di persone che si basa il benessere della Francia. 

cafébabel : Sei sensibile a un provvedimento cittadino o politico che potrebbe servire al problema della non accoglienza ?

Olivia Ruiz : Anche se sembra un'eredità delle vecchie dittature, si potrebbero requisire degli appartamenti vuoti. Parigi, ad esempio, ne è piena. Abito in quello che si potrebbe definire un bel quartiere del 18esimo arrondissement e nella mia via ci sono interi immobili che sono abitati solo per qulche settimana all'anno. 

cafébabel : Qual è la tua prima reazione di fronte a ciò ?

Olivia Ruiz : Mi sento triste e in colpa di fronte alla mia impotenza. 

cafébabel : Come artista, come traduci questo sentimento ?

Olivia Ruiz : Scrivendo Volver. Alla fine della pièce viene mostrata una scritta che dice : « 500 000 morti dopo la guerra di Spagna » e che termina con le cifre della nostra epoca. La gente lascia il teatro con un'immagine significativa. « La storia si ripete e rifacciamo gli stessi errori »... Forse addirittura esce dalla sala pensando prima a questa piccola frase che alla performance. Era spontaneo, non ho riflettuto. Doveva esserci.

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Da ascoltare : 'À nos corps aimants' di Olivia Ruiz (Polydor/TF1 Musique/2016)