Occupazione giovanile: alle origini della generazione sacrificata

Articolo pubblicato il 30 novembre 2014
Articolo pubblicato il 30 novembre 2014

Lo spazio mediatico è saturato dall'uscita del libro di V. Trierweiler, dall'iPhone 6 e dai glutei di Kim Kardashian. Lungi da noi la pretesa di competere mediaticamente con il posteriore della moglie di Kanye West, vogliamo semplicemente mettere sul tavolo un dossier scottante: la disoccupazione giovanile.  

Con una situazione economica che non smette di peggiorare dalla crisi del 2007, i nostri modelli sociali sono in affanno. Questa crisi finanziaria, che si è trasformata in crisi economica per poi tradursi in crisi del debito, con la sua opulenza e la sua avidità ha stritolato la nuova generazione. Oggi, con una disoccupazione di massa, una crescita pressoché ferma per i più fortunati e la recessione per gli altri, una pressione deflazionistica sempre più alta e un rischio di default sempre più palpabile, le economie europee sono paralizzate. Chi sono quelli che subiscono direttamente le politiche di austerità? In prima linea troviamo i più vulnerabili, quelli che non beneficiano di una rete di sicurezza, tra cui i giovani laureati che non riescono a entrare in modo stabile nel mondo del lavoro.  

L'attualità del gossip ha comunque il vantaggio di farci dimenticare le difficoltà di un quotidiano che oscilla tra disperazione e rabbia. Sei giovane, laureato, pieno di volontà ma fai parte di quel quarto di giovani europei disoccupati! E la classe politica, disconnessa dalla sua epoca, non fornisce nessuna risposta concreta. Come integrarsi in un paese che non crede nel proprio futuro, ovvero nei suoi giovani? Il deficit di rappresentatività politica è evidente. Le nuove generazioni subiscono direttamente i riadeguamenti dovuti alla crisi del debito, senza né un'offerta né una risposta adeguata.

Da dove viene questa generazione sacrificata?

Il fallimento di Lehman Brothers nel 2007, al di là dell'istituto bancario mondiale, ha segnato il fallimento di un'ideologia neoliberista. Questa crisi, che ha origine con la deregolamentazione finanziaria degli anni '90 negli Stati Uniti di Bill Clinton, influenza ancora il nostro quotidiano. A tal proposito bisogna citare l'abrogazione, nel 1999, del Glass-Steagall Act. In vigore dal 1933, sotto la presidenza Roosevelt, vietava la speculazione e imponeva la separazione delle attività bancarie. Essendo saltati i paletti legislativi, la finanza speculativa ha potuto tornare a galla. «La scissione delle banche commerciali e d'investimento è stata quasi totalmente ignorata sia dagli storici della finanza sia dagli economisti» diceva Perkins nel 1971. 

La crisi finanziaria ha quindi determinato un fenomeno di paura generalizzata nei confronti delle inadempienze nei pagamenti. E le nazioni non sono state risparmiate. L'integrazione e l'interdipendenza tra economie hanno colpito in particolare le nostre economie europee che, ricordiamolo, hanno sostenuto finanziariamente le istituzioni bancarie. La crisi finanziaria ha determinato una prima paura, quella dell'inadempienza nel saldo, a cui si è aggiunta quella della recessione provocata dalla crisi economica. La crisi del debito sovrano è scoppiata in quel preciso momento. I creditori degli Stati, messi in allarme dal crollo dei subprime, sono diventati più attenti alle condizioni e alla capacità degli Stati stessi di rimborsare i loro prestiti. Questa situazione ha messo in evidenza l'ampiezza dei debiti pubblici e la vulnerabilità degli Stati nei confronti dei mercati finanziari.

A partire da quel momento, la crisi finanziaria ha generato la crisi del debito che ha dato il via alla crisi economica. Le politiche di austerità e di riduzione della spesa pubblica sono state giustificate dal bisogno di saldare il debito statale. In parallelo, il salvataggio di diversi istituti finanziari e le garanzie fornite dagli Stati suonavano già come un'incoerenza intellettuale. Infatti, uno dei principi di base dell'investimento è questo: più il rischio è elevato, più lo è il rendimento. Teoricamente, in una logica puramente liberista, nessun salvataggio pubblico dovrebbe "truccare" le carte del gioco economico.

Tra obsolescenza dei modelli sociali ed eccessiva cautela economica

Ne sono conseguite delle correnti popolari di protesta troppo eclatanti, troppo circoscritte e forse troppo poco mediatizzate per riuscire a entusiamare l'opinione pubblica. Si possono citare il movimento degli Indignati (occupy wall street), Podemos o ancora l'appello di Éric Cantona ai privati affinché ritirassero i loro risparmi dal sistema finanziario. Il salvataggio delle banche da parte degli Stati, giustificato dal rischio sistemico che gli istituti finanziari fanno pesare sugli attori economici, è stato vissuto da tutti gli europei come un'ingiustizia. La celebre formula del "Too big to fail" appariva come un'evidenza nella misura in cui il rischio di fallimento degli istituti finanziari paralizzava la classe politica. La contrazione dell'attività economica e la riduzione della spesa pubblica hanno portato a un clima economico di depressione (cfr. La gauche française un ambidextre bien maladroit). L'obsolescenza dei nostri meccanismi economici, unita all'incapacità dei decisori politici di offrire una risposta efficace, ha provocato così scetticismo, rifiuto, persino rabbia negli europei.

È fondamentale ritrovare un equilibrio perché la finanza possa servire la società e l'economia reale. La stabilità economica deve avere un prezzo: quello della democrazia. Molte prospettive di crescita duratura, come le energie rinnovabili, i nuovi circuiti economici, i progetti sociali europei (salute, educazione, trasporti, edilizia), sono a portata di mano. Hanno semplicemente bisogno della volontà di questa nuova generazione.