Obamania a Detroit per il Labor day: lezione di sindacalismo all’americana

Articolo pubblicato il 08 settembre 2011
Articolo pubblicato il 08 settembre 2011
Il 4 settembre Barack Obama era a Detroit per il Labor day (il 1° maggio americano): non potevano sperare di meglio le centinaia di migliaia di disoccupati della città (il 16% della popolazione locale nel 2009) e i circa 12.000 operai del Michigan che hanno assistito al discorso.
Un appuntamento che s’inserisce nel cuore di una fitta agenda politica (e di un contesto sindacale incerto): Obama era poi atteso al varco dal Congresso per annunciare le sue proposte per la crescita. Cerimonia obamesca del Labor day e/o rally politico su uno sfondo da pre-campagna 2012 a Detroit. Istruzioni per l’uso:

Regola d’oro n°1: il futuro appartiene a chi si alza presto (e lascia l’ombrello ai controlli di sicurezza)

Per quanto fossimo arrivati puntuali (o quasi), il Labor day si assapora a gomiti stretti: la cerimonia è durata circa 3 ore e l’abbiamo vissuta in mezzo a una folla densa, variopinta e perfettamente reattiva! C’era tutta la combriccola politica e sindacale del Michigan ed era in trasferta perfino Hilda Solis, il Segretario di Stato al Lavoro.

Regola d’oro n°2: decodificare i simboli

Obama (e i suoi consiglieri) non hanno scelto per caso Detroit (e il piazzale del Renaissance Center – QG di General Motors). Città dell’automobile e roccaforte del movimento sindacale negli Stati Uniti, Detroit è una città in piena paralisi economica. I “Big 3” avevano beneficiato di un grande aiuto da parte di Obama nel 2009 quando il presidente neoeletto aveva iniettato più di 81 miliardi di dollari federali nelle casse di Chrysler e di General Motors (GM). Costruttori che, a detta dei loro salvatori, hanno rimborsato una larga parte del loro debito e continuano a fabbricare “le migliori automobili del mondo”.

Regola d’oro n°3: dimenticare la laicità

Tutti sanno che gli Stati Uniti sono lontani dall’essere uno stato laico, basta guardare il retro di una moneta da un cent per convincersene (“In God we trust”). Ma vedere un pastore trascinare un’intera assemblea nella sua preghiera, seguita dalle imprecazioni di una rabbina, fa sempre un certo effetto…

Regola d’oro n°4: utilizzare una retorica impeccabile

Niente da dire, Obama è un oratore nato. Sa anche fare appello ai valori che stanno a cuore agli americani: il lavoro, il sacrificio, il sindacato e soprattutto il barbecue (“This day belongs to you. You deserve a little barbecue” - “Questo giorno vi appartiene (…). Vi meritate un piccolo barbecue”)! Si è spinto fino a citare un passaggio della famosa pubblicità di Eminem per Chrysler: “this is a city that's been to hell and back” (“Una città che è stata all’inferno e ne è venuta fuori… e anch’io la vedo tornare”). Il suo discorso di quasi mezz’ora è andato spedito come una lettera all'US postal.

Regola d’oro n°5: dare spettacolo

Non solo il presidente Obama sa parlare alle folle ma sa anche sfruttarne abilmente le reazioni. E spetta alle folle rieleggerlo d’ufficio intonando “altri quattro anni”. Negli Stati Uniti politica e show-business sono una cosa sola. Nessuna meraviglia che la stella di Detroit, Aretha Franklin, una habitué delle cerimonie obamesche, (pre) riscaldi l’assemblea con il suo famoso "Respect".

Regola d’oro n°6: incensare la classe media

Stati Uniti, ovvero il paese della classe media. Obama non si è fatto pregare per ricordare che è stata Detroit (e i suoi sindacati) a generare “la classe più grande che il mondo abbia conosciuto”. Anche tutti i suoi predecessori sul podio avevano fatto allusione a questa “middle class”, che bisogna nominare sottovoce in tempi di austerità. Un ritornello perfettamente estraneo ai discorsi politici francesi…

Regola d’oro n°7: instaurare il socialismo negli Stati Uniti

Per quanto lo speech di Obama resti molto americano, non si è potuto fare a meno di vedervi dei riferimenti decisamente socialisti come: “Abbiamo vissuto un decennio in cui la ricchezza è stata apprezzata più del lavoro e l’egoismo ha preso il sopravvento sulle responsabilità”. O ancora: [Ci occorrono] “le stesse regole per tutti, dal trader a quelli che non metteranno mai piede a Wall Street (…) Un’economia in cui paga il duro lavoro e in cui non paga stravolgere le regole”. Senza parlare dell’evocazione di conquiste sociali come la settimana lavorativa di 40 ore, il salario minino o l’aspirazione a un migliore regime sanitario, pensionistico o scolastico. Obama se l’è presa anche con i repubblicani che tentano di fare dello stato del Michigan “un right-to-work state” (uno stato in cui l’adesione a un sindacato non deve essere obbligatoria). Secondo lui è tutto pronto, occorre solo che “il Congresso se ne occupi”.

Regola d’oro n°8: salutare Michelle Obama in limousine

Se siamo riusciti a vedere soltanto l’orlo dei pantaloni di Obama, in compenso abbiamo potuto ammirare il balconcino della first lady… Una cosa è certa, anche nel paese di Obama i cortei sindacali non hanno molto a che vedere con i loro equivalenti europei… Si potrebbero definire piuttosto una partita di baseball, con Barack nel ruolo di catcher! Per vedere il discorso integrale di Barack Obama (in inglese) cliccare qui, Il Washington Post ha anche dedicato un articolo all’argomento.

Foto: home-page e testo © Nora Mandray/www.detroitjetaime.com