Nuovi emigranti d'Irlanda: la "diaspora del cucchiaio d'argento"

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2011
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2011
Erano migliaia i cittadini che lasciavano l'Irlanda quando era un paese esuberante, nel pieno del boom economico, e quando il termine “diaspora” suonava più come un capitolo del romanzo "Le ceneri di Angela" - storia di un irlandese e del suo viaggio negli Stati Uniti.
Oggi la nazione vive un periodo tutt'altro che allegro e coloro che si sono trasferiti durante i bei tempi da “emigranti” sono diventati “immigrati” nel giro di una notte: a questi si sono uniti nel 2010 altri 65.000 irlandesi in fuga dal collasso economico della Repubblica.

Gli emigranti irlandesi del ventunesimo secolo sono tutt'altra specie rispetto ai loro antenati, che abbandonavano il paese negli anni '80 per lavorare nell'edilizia a Londra e a Boston. Prima di tutto, sono decisamente più istruiti: proprio in risposta alla forte ondata migratoria degli anni '80, infatti, il governo irlandese ha introdotto la formazione universitaria gratuita, con la speranza di seminare una ricchezza intellettuale che sarebbe poi tornata all'Irlanda. Ha funzionato. E il successo irlandese ha nutrito l'economia della “Tigre celtica” su scala internazionale. Tuttavia, mentre l'emigrazione rallentava, la libera università aveva sempre più successo – per via di una forte pressione sociale – e oggi gli atenei irlandesi esplodono letteralmente di studenti. In secondo luogo, la nuova generazione nutre ben altre aspettative rispetto alla precedente. «Chi emigrava 20 o 25 anni fa si accontentava di qualsiasi tipo di lavoro», spiega all'Irish TimesMark O'Brien – allenatore di una squadra di football gaelico a Toronto. «I nuovi emigranti, invece, tendono ad avere molte più pretese: storcono il naso di fronte a impieghi che non ritengono alla loro altezza. Sono stati imboccati con il cucchiaio d'argento».

Anche quegli irlandesi ventenni che nulla hanno potuto assaporare da quel prezioso cucchiaio, potrebbero essere perdonati per la visione distorta del loro potenziale fiscale: dopo tutto, per 15 anni, hanno visto chiunque attorno a loro arricchirsi esponenzialmente in breve tempo. Il boom è stato anche visivo: abitazioni quadruplicate in termini di grandezza, villaggi completamente trasformati. La giovane generazione irlandese non è quindi solo la migliore e la più brillante, ma anche la più borghese che il paese abbia mai visto. L'esercito di muratori di un tempo, che sperava di guadagnare almeno l'equivalente di una pinta di birra, è stata sostituita da una schiera di dietologi e fisioterapisti, che si aspettano davvero di poter vivere come nella serie tv “Desperate Housewives”. Ne consegue che: né la connotazione spensierata di “emigranti”, né quella discutibile di “immigrati”, siano sufficientemente calzanti per questa anomalia sociale.

I protagonisti della nuova diaspora irlandese stanno facendo all'incirca gli stessi passi compiuti dai loro predecessori durante gli anni del boom economico: la maggior parte di loro chiede visti professionali per l'Australia, gli Stati Uniti e il Canada, con la speranza di trovare un lavoro che permetta loro di rimanere lì in pianta stabile. L'unica sostanziale differenza è che sono molti di più e che la loro richiesta è diventata più urgente. «"Emigrato" oggi significa semplicemente "immigrato professionale"», spiega John Heffernan, che ha lasciato l'Irlanda per studiare Diritto Internazionale all'Università di Amsterdam. «Io ho sempre pianificato di andare all'estero per frequentare un master - aggiunge, - piuttosto che lasciare l'Irlanda solo perché c'è la crisi finanziaria». E non è il solo: una grande quantità di giovani che puntano in alto – e che una volta erano l'invidia dei paesi vicini – è in marcia per abbandonare la Repubblica. Andrew Byrne, laureato con lode e un tempo rappresentante degli studenti presso il prestigioso Trinity College, ha lavorato con il partito dei Verdi e per il movimento “Ireland for Europe”, ma ora vive e lavora in Germania. «Nonostante tecnicamente qui risulti immigrato - spiega, - so con certezza che tornerò in Irlanda in futuro. Sono convinto che molti altri giovani irlandesi pensino lo stesso. Nel frattempo i viaggi low-cost e Skype permettono di mantenersi facilmente in contatto con la nostra terra d'origine».

Le logiche dell'emigrazione sono certamente cambiate molto rispetto agli anni '80. Attraversare con l'aereo metà del globo per Natale non è certo l'impresa "gargantuesca" di qualche decennio fa e, grazie ai videotelefoni di Skype stile Star-Trek, i tempi delle schede telefoniche e delle cabine sono ormai lontani. In effetti, per molti la nuova cultura dell'emigrazione sembra un romanzo, quasi una moda. All'inizio dell'anno il quotidiano Irish Times ha pubblicato una storia intitolata “Emigration: The Next Generation”, con la foto di una ragazza bionda e sorridente, che posa orgogliosa nel Greenwich Village a New York. La didascalia riporta: "Se riesco a farcela qui". «Teoricamente, tutti dovrebbero emigrare» racconta Steven Lyndon, che ha lasciato l'Irlanda per studiare a Cambridge. «Mettere radici in un ambiente sociale che non è il tuo ti aiuta a crescere: inizi a capire che casa tua non è il centro dell'universo». Ideale o meno, con un Governo in collasso, le imposte in crescita e un futuro nelle mani degli squali del Fondo Monetario Internazionale, i giovani irlandesi non hanno molta scelta. La lunga tradizione dell'emigrazione irlandese è tornata con tutte le forze, ma questa volta il paese esporta una tipologia di lavoratori molto diversa. Quel che sarà della “diaspora del cucchiaio d'argento” negli imprevedibili anni a venire non può ancora saperlo nessuno.

Foto: (cc)FergalOP/missy & the universe/flickr; illustrazione: dalla prefazione alla prima edizione di "An Illustrated History of Ireland from AD 400 to 1800" (1868), di Mary Frances Cusack, illustrata da Henry Doyle (cc)progetto Gutenberg