Nuova Polonia, nuova arena: storie dallo Stadio Nazionale di Varsavia

Articolo pubblicato il 14 settembre 2011
Articolo pubblicato il 14 settembre 2011
Un nuovo edificio sta crescendo nel suggestivo orizzonte di Varsavia: lo Stadio Nazionale. In ritardo sul previsto, ma ancora in tempo per gli Europei di calcio 2012, dovrebbe essere inaugurato entro l’anno. Costoso e controverso, il progetto sta sorgendo sulle rive della Vistola, un'area ricca di storia.

Tra la polvere dell’enorme cantiere risuonano i martelli pneumatici. A sud dell’ovale bianco e rosso dello stadio, dove comincia il nostro giro, fra le betoniere e le scavatrici, si innalza come un corpo estraneo la statua di tre atleti muscolosi. Le loro facce spigolose e decise sono rivolte ad ovest. “Vengono chiamati I fuggitivi dall’Est a piedi nudi”, racconta Jarek Dabrowski, guida turistica da 23 anni, cittadino di Varsavia da 72. La statua, fino all’inizio dei lavori nel 2008, abbelliva l’ingresso sud dello “Stadio del decimo anniversario del Manifesto di Luglio”, costruito poco dopo la Seconda guerra mondiale sulle rovine di Varsavia. “Era la lapide sulla tomba che la città era diventata”, dice Dabrowski. Venne fatto costruire in occasione di una manifestazione della propaganda socialista: la V edizione del “Festival mondiale della gioventù e degli studenti".

Paradossalmente, lo stadio “X-lecia” (abbreviazione del nome completo Dziesięciolecia, che vuol dire, appunto, decimo anniversario) è diventato famoso per gli atti di protesta contro il regime di cui è stato teatro: nel 1986, in occasione della Festa comunista della raccolta (Erntedankfest), il professore di filosofia Ryszard Siwiec, in segno di protesta contro la sanguinosa repressione della Primavera di Praga da parte delle truppe del Patto di Varsavia, si è immolato pubblicamente dando fuoco a se stesso davanti a 100.000 persone. L’episodio venne messo a tacere; sui giornali nemmeno una parola. Solo dopo la caduta del muro, il regista Maciej Drygas ha reso omaggio al martire con il documentario Höret meinen Schrei (Ascoltate il mio grido,NdT).

Stadio Solidarnosc

Lo stadio è stato teatro anche di un altro leggendario atto contro il regime: “Quando il nostro Papa nell’83 ha celebrato la messa nello stadio è stato acclamato come una popstar”, racconta Jarek Dabrowski, che quel giorno era fra gli 1,5 milioni di spettatori. “Ogni volta che venivano tirate fuori bandiere del Solidarnosc, introdotte allo stadio di nascosto, la folla era in giubilo. Gli spalti c'era un mare di bandiere bianche e rosse”. Papa Giovanni Paolo II dette la sua benedizione al sindacato allora vietato. Appoggiava la loro battaglia per la democrazia e l’indipendenza che riuscirono ad ottenere sei anni più tardi.

Partenza della maratona allo stadio Dziesieciolecia, 1980.

Non c’era illuminazione artificiale: “Auto con i fari accesi erano state disposte lungo tutta la pista”

Proprio come il sistema politico, negli anni ’80 la struttura dello stadio costruito in 11 mesi sulle rive della Vistola cominciò a sgretolarsi.Inoltre presentava dei difetti pratici: a causa della grande distanza fra gli spogliatoi e il campo, si era dovuto raddoppiare l’intervallo durante le partite. Non c’era illuminazione artificiale: “Auto con i fari accesi erano state disposte lungo tutta la pista”, continua a raccontare Jarek Dabrowski. “Con i resti delle rovine si sarebbe potuta costruire una collina!”, spiega con entusiasmo la guida. La sua proposta uscì in prima pagina sul giornale locale Super-Ekspres, ma la città la rifiutò. Altrettanto senza successo è stata la proposta di un gruppo di architetti che, per via della sua storia e della sua architettura, volevano fare dello stadio un monumento storico. Quando la Polonia e l’Ucraina sono state nominate paesi ospitanti degli Europei 2012 è stato deciso di ricostruire un nuovo stadio sui sulle fondamenta delle rovine.

Dal mercato russo all’oggetto di prestigio

L’edificio non è stato l’unica vittima di questa decisione: all’inizio degli anni ’90 il terreno che circonda le rovine e la corona dello stadio erano state occupate da un mercato all’aperto. I venditori venivano dalla Polonia, dai paesi vicini situati ad est e dal Vietnam. La promettente e innovativa “Fiera dell’Europa” diventò presto “il mercato russo”. Tutto ciò che era in qualche modo vendibile qui si trasformava in dollari. “Armi, cani, lavatrici – con pochi soldi si poteva comprare di tutto”, racconta una signora di Varsavia. I trafficanti del mercato nero sussurravano: “Vodka” o “sigarette” e offrivano prodotti che avevano fatto passare di contrabbando alla frontiera orientale. Un venditore mormorava “Ama solo me!”. Voleva vendermi una copia pirata di un film con questo titolo” si ricorda Ewelyna, una studentessa: “Si potevano noleggiare i film russi e in qualche minuscolo bar si cucinavano ricette vietnamite; cocktail di fagioli e frutta – cose pazzesche.” A Ewelyna manca il mercato: “In Polonia non ci sarà mai più niente di simile”. Secondo lei il nuovo stadio sarà un puro oggetto di prestigio.

Nella parte nord del cantiere, davanti all’ingresso della stazione dello stadio, sono rimaste un paio di bancarelle coperte con dei teli di plastica – gli ultimi resti del mercato. I clienti si affollano lungo piccoli sentieri fangosi ricoperti dal cartone. Di nascosto mi vengono offerte “Papieroski” (sigarette). Falsi jeans di marca e pullover di poliestere ondeggiano al vento come bandiere. C’è un barbecue dove offrono caffè e cotolette. Una venditrice racconta che anche le ultime tracce del mercato spariranno entro l’inizio degli Europei. Così migliaia di venditori ambulanti dovranno cercare un nuovo posto: “era facile trovare lavoro qui alla fiera”, racconta con una punta d'amarezza. In alternativa sono stati offerti dei posti di lavoro in un centro commerciale, il complesso di negozi però è molto piccolo e abbastanza lontano.

“Se per gli Europei 2012 tutti gli sguardi saranno puntati sulla Polonia, lo stadio deve essere rappresentativo. La fiera dell’Europa era una discarica”, sostiene un giovane alla fermata dell’autobus. “Si guardi intorno!” mi esorta, facendo con il braccio un ampio gesto che avvolge le bancarelle rudimentali, i venditori e i pullover di poliestere. Come lui sono in molti ad essere contenti che la “Brudasy”, l’immondizia, venga finalmente sgomberata. “Sono fiero del nostro nuovo stadio. È il simbolo del fatto che oggi la Polonia è un paese europeo”. – Sullo sfondo lo stadio dai colori nazionali si staglia verso il cielo. Visto da qui, sembra un UFO venuto da un altro tempo.

Foto: home-page (cc)Zaykoski/flickr;  Testo: ©Johanna Gohde; Maratona (cc)Socialism Expo/flickr; Video: (cc)Youtube