Nuova generazione di leaders cercasi

Articolo pubblicato il 02 giugno 2005
Articolo pubblicato il 02 giugno 2005

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Il doppio no di Francia e Olanda lo dimostra: l’Europa ha bisogno di nuovi leaders. Per uscire da questa pericolosissima crisi di idee.

Laurent Fabius ha il sorriso di chi ha appena calato un poker d’assi. Nella sua prima apparizione televisiva dopo la vittoria referendaria del 29 maggio, il leader del “No di sinistra” alla Costituzione europea annunciava con non-chalance la sua candidatura per le Presidenziali del 2007.

È questa la logica conclusione della sua campagna personale: nessun appello per un’Europa sociale, nessuna iniziativa transnazionale, nessuna conseguenza politica seria e realmente europea che fosse, in ogni caso, all’altezza delle promesse di “magnifiche sorti e progressive” risultanti dalla vittoria del No al Trattato costituzionale. Quel che resta è la strumentalizzazione di una Costituzione ormai gettata alle ortiche per i fini elettoralistici di colui che ha saputo scommettere sul malessere di vasti strati della popolazione francese e spaccare un partito, quello socialista, di cui pure era considerato il “numero due”.

Generazione Fabius

Ma quel che sorprende nella strategia di Fabius non è tanto l’(indiscutibile) abilità del politicante quanto l’indifferenza dell’uomo per le sorti dell’Unione Europea, considerata alla stregua di un mezzo, uno strumento per vincere la corsa all’Eliseo. Leader storico dell’ala destra del Ps, Fabius aveva capito che il candidato socialista del 2002, Lionel Jospin, aveva perso perché troppo moderato. E che poteva approfittare di una disoccupazione ormai al di là del 10% in un solo modo: agitando lo spettro del «liberismo di Bruxelles» in una campagna referendaria resa, così, drammatica. Da qui le invettive contro gli “idraulici polacchi” che starebbero inondando il mercato del lavoro d’Oltralpe (quando, secondo stime del Ministero del Lavoro, i lavoratori polacchi arrivati in Francia dal 1° maggio 2004 sarebbero ottomila). Da qui una retorica degna del peggior Le Pen, che fa dire ai giovani disoccupati di Marsiglia:«Già non c’è niente per noi, non possiamo mica aprire l’Europa a tutti?»

Ma dietro questo gioco d’azzardo alle spese di un’Europa oggi – e per chissà quanto – bloccata, si cela un problema generazionale. Fabius appartiene a quella generazione del dopoguerra che non ha conosciuto gli orrori e gli stenti dei padri fondatori del progetto europeo: dei De Gasperi e degli Adenauer, dei Mitterand e dei Kohl. Quella stessa generazione di Chirac e Schröder che passerà alla storia per aver prima partorito e poi preservato un Trattato di Nizza che fotografa l’Europa degli egoismi nazionali e del deficit democratico.

Generazione Wilders

Il problema è che l’Europa del Programma Erasmus e di Internet, l’Europa delle nuove generazioni privilegiate perché coinvolte nel progetto europeo tace. Anzi, lascia il campo alle nuove leve di demagoghi: meno arroganti dei loro predecessori, suadenti, ammiccanti – come il trentunenne Olivier Besancenot, portavoce di Lega Comunista Rivoluzionaria in Francia. O come l’ossigenatissimo leader del No olandese alla Costituzione europea, il quarantunenne Geert Wilders. Uscito vincitore dal referendum del 1° giugno quando il No alla Costituzione ha riportato ben il 61,6% dei favori, Wilders reclama il titolo di erede di Pim Fortuyn, il controverso leader islamofobo ucciso nel 2002, e seduce con lo slogan «I Paesi Bassi devono durare». Contro l’immigrazione («L’Olanda è già piena»), contro l’Euro, Wilders incarna uno stile giovanile ma non per questo meno pericoloso di un Haider o un Bossi. Uno stile che ha pagato con la netta vittoria del No, assestatosi sul 61,6 % e una partecipazione alle urne pari al 62%.

E noi?

Ma se vogliono dire No a Wilders e a Fabius, al trendy-populismo olandese di destra e alla neo-xenofobia francese di sinistra, le nuove generazioni devono far emergere delle alternative democratiche e transnazionali – liberali o riformiste – alla politica della paura. Perché, oggi, l’ottimismo e l’apertura, la lungimiranza e il coraggio non sono rappresentati nello scacchiere politico. In questa nuova sfida, urgentissima, café babel si propone come il media europeo capace di accogliere questo dibattito rifondatore. Con le sue 6 edizioni linguistiche e le sue 20 redazioni europee, la sua apertura sulla società civile e la sua visione europea dell’attualità.

Due Paesi fondatori che bocciano la Costituzione sono troppi per crederci ancora. Rimbocchiamoci le maniche.