Nuova Costituzione ungherese: non democratica o semplicemente debole?

Articolo pubblicato il 06 ottobre 2011
Articolo pubblicato il 06 ottobre 2011
L'estrema destra ungherese ha preso di mira la Costituzione nazionale, presunta responsabile dell'inefficacia dei governi che si sono succeduti negli ultimi vent'anni. Ma il nuovo testo che entrerà in vigore a gennaio non cambia le carte in tavola. La spiegazione di Béla Pokol, politologo e membro della Corte costituzionale.

La nuova Costituzione sostituisce quella che ha avuto origine nell’era stalinista (1949), passata poi per una profonda revisione durante la transizione democratica del 1989-90. Una delle preoccupazioni sorte durante il dibattito che si è aperto in Ungheria sulla nuova Costituzione riguarda il mancato rispetto del principio di ‘separazione dei poteri’, da sempre caposaldo del dettato costituzionale universalmente riconosciuto. Il professor Béla Pokol, prestigioso ed eccentrico sociologo eletto da non molto membro della Corte costituzionale, non è d’accordo. Sostiene che, come avviene in altre costituzioni europee, l’attuale testo ungherese non è basato sul principio di separazione dei poteri e neppure il nuovo testo dovrebbe esserlo. Punta invece il dito sulle inefficienze del governo ungherese degli ultimi due decenni.

Un confronto tra il sistema dell’UE e degli USA

Il contrasto tra il significato comunemente accettato di ‘separazione dei poteri’ e quanto afferma Pokol può essere dovuto ad un malinteso: a tale definizione si attribuisce un senso del tutto diverso sulle due sponde dell’Atlantico. Negli Stati Uniti ci sono due poteri effettivi: il popolo elegge direttamente il presidente e il congresso. Essi sono del tutto separati in quanto l’uno non richiede la fiducia o l’approvazione da parte dell’altro per esercitare la propria funzione, ma le loro decisioni non diventano concrete se i due organi non lavorano congiuntamente.

Per contro, in Europa ‘separazione dei poteri’ significa ‘divisione dei poteri’ in senso lato. Mentre le funzioni dello Stato sono divise tra diversi organismi istituzionali, esse non sono tra loro necessariamente separate. In Europa il potere esecutivo è subordinato al potere legislativo, il che rende necessario un atto formale di fiducia perché essi rimangano in carica. Le costituzioni parlamentari europee conservano così la struttura delle monarchie assolute, dove c’è un’unica posizione di vertice: un tempo il re, ora il parlamento. In alcuni casi, il legame tra governo e parlamento è piuttosto stretto: in Germania – e in Ungheria – si applica il concetto di ‘sfiducia costruttiva’. Questo significa che il parlamento non può togliere la fiducia al primo ministro a meno che non ne venga contemporaneamente nominato un successore. Ciò rende il governo talmente stabile da fargli seguire quasi inevitabilmente le sorti del parlamento. Nella storia della Germania moderna, la sfiducia costruttiva è stata applicata due volte e ha funzionato in un solo caso: Helmut Kohl sostituì così Helmut Schmidt nel 1982. Visto che in Ungheria si è adottato lo stesso sistema parlamentare, definibile come ‘democrazia del cancellierato’, Pokol può avere ragione nell’affermare che la costituzione ungherese non è basata sul principio di separazione dei poteri.

Il caso ungherese

Secondo Pokol le inefficienze del sistema politico ungherese non sono dovute ad un’errata interpretazione della Costituzione ma all’adesione al modello democratico tedesco, imperniato intorno alla figura del cancelliere. Non è detto che un governo stabile sia per forza efficiente, in quanto la sfiducia costruttiva consente di mantenere un governo in carica anche se esso produce scarsi risultati. Purtroppo non si tratta di un evento raro: in Ungheria negli ultimi vent’anni ne sono passati sette in cui vari governi, evidentemente troppo deboli, sono arrivati alla scadenza dei propri mandati anche senza riuscire ad attuare riforme significative. Ad esempio, durante il mandato del governo conservatore tra il 1990 e il 1994 si è perso un milione di posti di lavoro, con la maggioranza dei dipendenti dirottati verso la pensione d’invalidità o il prepensionamento, creando così problemi al bilancio dello stato sociale. Passati vent’anni, il paese non ha ancora coperto i posti del settore pubblico lasciati vacanti e la propaganda politica si rivolge principalmente ai pensionati. Il governo socialista del 2006-2010 non è stato in grado di ridurre le spese nel settore sociale né di limitare i costi della burocrazia aumentando così il debito pubblico del 50%. L’Ungheria è stata, di fatto, priva di governo per più di un terzo di questi ultimi vent’anni, un lusso che un paese non si può permettere.

Dall’entrata nel sistema democratico avvenuta in seguito alla caduta del Muro, ci sono state due crisi politiche: la prima nell’ottobre 1990, definita come l’‘assedio dei taxi’ in quanto i tassisti bloccarono completamente il traffico nelle strade principali per i pesanti aumenti ai prezzi dei combustibili imposti dal governo. La seconda è scoppiata nel settembre 2006, per il cosiddetto ‘discorso di Őszöd’: fu reso pubblico un colloquio a porte chiuse del primo ministro in cui aveva fatto imbarazzanti ammissioni sul proprio operato durante la campagna elettorale. Entrambi gli eventi minarono pesantemente la credibilità di governi da poco in carica ed ebbero delle gravi ripercussioni sulla loro attività durante tutto il mandato. Nonostante ciò, non ci furono crisi di governo in quanto l’opposizione e i critici interni alla maggioranza non trovarono un accordo su un possibile successore al primo ministro vittima di un crollo di consenso.

Si può così affermare che la struttura della costituzione ungherese sia tra le principali cause dell’inefficienza di governo nell’ultimo ventennio. Non c’è da sorprendersi se si è proposto di accantonare il concetto di sfiducia costruttiva o di trovare un’altra soluzione, per evitare di condurre il sistema politico ungherese in un vicolo cieco. L’ultima stesura della nuova costituzione non cambia l’attuale sistema e si rischia così di sprecare il 35% della durata di ogni mandato elettorale non facendo nulla. Neppure con la nuova costituzione.