Numeri che parlano da soli: la storia infinita tra Orbán e i rifugiati

Articolo pubblicato il 11 luglio 2016
Articolo pubblicato il 11 luglio 2016

Il primo ministro ungherese  Viktor Orbán è alla ricerca di un'ulteriore affermazione internazionale sulla questione rifugiati. Quale idea migliore di un referendum, per domandare ai propri concittadini se vogliono essere o meno un paese che accoglie i rifugiati? Domanda retorica, considerando l'aria di euroscetticismo che tira nel governo e nel paese stesso.

L'Ungheria vuole di nuovo salire sul ring. In principio fu la costruzione di una barriera alla frontiera con Serbia e Croazia per arginare l'ingresso di migranti nel paese. Ora è tempo per il secondo round: un jab diretto all'Europa sotto la forma di un referendum a proposito di immigrazione, che avrà luogo il 2 ottobre. Il quesito referendario non dà adito a molte speculazioni su quale sia il risultato che il governo attende dalla consultazione: «Volete che l’Ue prescriva il ricollocamento obbligatorio di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del parlamento ungherese?» chiederá il conservatore Viktor Orbán ai suoi concittadini. Il pomo della discordia? Le quote imposte dalla Commissione Europea ad ogni stato membro per ricollocare 160.000 dei rifugiati attualmente presenti in Grecia e Italia, i due paesi più intensamente colpiti dalla crisi dei migranti. A questo si somma anche il rifiuto di Bruxelles a procedere con misure disincentivanti (come delle sanzioni) verso quei paesi membri che eventualmente si rifiutassero di accettare tali quote. Orbán non ha mai fatto mistero delle sue idee profondamente euroscettiche, di cui ha fatto sfoggio in diverse occasioni, spingendo per una maggior indipendenza dei membri dai dettami provenienti dall'Unione, chiarificatasi nella possibilità di dire anche "no". 

Quel che è certo è che si tratta di un momento di profonda incertezza per l'Unione europea, specialmente a seguito dell'uscita del Regno Unito e dell'ascesa di diversi partiti di estrema destra, spesso euroscettici, all'interno dell'agone politico di molti stati membri. In Ungheria questo fenomeno prende il nome di Jobbik, il "Movimento per un'Ungheria migliore". Attendiamo il risultato del 2 ottobre quindi, sperando che la scontata vittoria del "no" non soffi sul vento dell'euroscetticismo magiaro, portando ad una potenziale Huxit. Si, stiamo esagerando. Ma non si sa mai, coi tempi che corrono... 

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Questo articolo fa parte della nostra rubrica Numeri che parlano da soli: statistiche, vignette ed analisi, per capire meglio il mondo intorno a noi.