Numeri che parlano da soli: i 10 atleti rifugiati che parteciperanno ai Giochi Olimpici

Articolo pubblicato il 06 agosto 2016
Articolo pubblicato il 06 agosto 2016

Quest'anno a sfilare alla cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Rio ci sarà una squadra in più: quella degli Atleti Olimpici Rifugiati. E siamo convinti che il barone de Coubertin apprezzerebbe moltissimo.

«L'importante non è vincere, ma partecipare», questa fu la frase del barone de Coubertin che passò alla storia come motto e principio ispiratore delle Olimpiadi moderne. Ed alla luce della crisi dei rifugiati che sta flagellando il mondo ormai da anni, a Losanna (sede del Comitato Olimpico Internazionale) devono aver pensato che fosse decisamente il caso di metterla in pratica e fare qualcosa di concreto. Così hanno creato una vera e propria squadra di rifugiati. Ma non hanno semplicemente concesso ad alcuni atleti senza bandiera, perché apolidi o provenienti da Paesi senza Comitato Olimpico Nazionale, di partecipare ai Giochi sotto la "Bandiera Olimpica" (cosa già avvenuta in passato). No, questa volta hanno creato una vera e propria squadra riservata agli Atleti Olimpici Rifugiati (questo il nome ufficiale del team), che gareggeranno sotto questa bandiera in sostituzione di quella dei Paesi da cui sono fuggiti. Sono 10 gli atleti scelti per far parte di questa "Internazionale Rifugiati", e perfino il segretario generale dell'ONU Ban Ki Moon ha messo da parte la sua proverbiale neutralità, dichiarando che farà il tifo per loro. Tra questi uomini e donne si possono trovare storie al limite dell'incredibile. Come quella di Yusra Mardini, nuotatrice diciottenne siriana: per salvare sè stessa e gli altri occupanti del gommone con cui cercava di affrontare l'Egeo in tempesta si mise a spingerlo a nuoto per alcuni chilometri, per poi attraversare a piedi mezza Europa, una volta toccate le coste greche, fino ad arrivare in Germania. O come Anjelina Nadai Lohalith, che correrà i 1500 metri femminili. Fuggita dall'inferno del Sud Sudan, ha espresso il desiderio che qualcuno provasse a ricontattare i propri genitori rimasti nel Paese, i quali all'età di 6 anni la fecero fuggire dall'inferno della guerra, e di cui non più ha alcuna notizia da allora. Chissà se sapranno della propria figlia alle Olimpiadi, e se in qualche modo riusciranno a seguirla, magari da un vecchio televisore scassato.

In altre parole, ecco a voi un'altra nazionale per cui fare il tifo durante questi Giochi Olimpici. Viene da pensare però una cosa: nell'Antica Grecia le Olimpiadi corrispondevano ad un periodo di "pace forzata" e assoluta cessazione di qualsiasi conflitto. Il fatto che nel 2016 invece esista una squadra di Atleti Olimpici Rifugiati significa che, almeno questa regola, non è stata mantenuta.

_

Questo articolo fa parte della nostra rubrica Numeri che parlano da soli: statistiche, vignette ed analisi, per capire meglio il mondo intorno a noi.