Nucleare, l’energia che divide l’Europa

Articolo pubblicato il 14 novembre 2005
Articolo pubblicato il 14 novembre 2005

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Di fronte al dilemma dell’energia nucleare l’Europa si divide. Germania e Svezia dicono no, la Francia continua ad investire. Un gioco pericoloso o l'unica alternativa alla catastrofe climatologica?

L’energia nucleare è oggi più che mai oggetto di discussione, soprattutto in Europa. E le cifre stupiscono: nel 2004 circa 440 centrali nucleari hanno fornito in trenta Paesi il 16% del fabbisogno mondiale di energia elettrica. Centoquaranta di queste centrali hanno sede negli Stati Uniti, sessanta in Francia. Verso la fine del 2004 erano ventisei le nuove centrali nucleari in costruzione, diciotto delle quali in Asia. Nell'Unione Europea a Quindici addirittura oltre il 30% dell'energia elettrica era fornito dal nucleare. La Commissione Europea continua a darsi da fare per sostenere la ricerca sull’energia atomica, ma gli Stati membri restano divisi sulla questione del suo utilizzo.

Al centro delle critiche

Nel corso degli ultimi anni è stata dedicata molta attenzione in particolare agli oppositori dell’energia nucleare, non da ultimo dopo l'entrata in vigore in Germania della "legge sul nucleare" (Atomgesetzt) nel 2002, legge che prevede il graduale abbandono di questo tipo di energia nel Paese entro il 2021. Anche Svezia (1980), Italia (1990), Paesi bassi (1997) e Belgio (2002) hanno deciso di chiudere le loro centrali, decisione che comunque fa ancora oggi discutere, in particolar modo in Italia. Altri paesi come Portogallo, Austria, Danimarca e Irlanda, al contrario, non hanno mai fatto ricorso all’energia nucleare. Lo stesso vale per tre dei nuovi Stati membri, Polonia, Estonia e Lettonia.

L’energia nucleare è troppo pericolosa, la questione dello smaltimento di scorie radioattive insolubile e la minaccia rappresentata da un abuso del materiale nucleare troppo grande: queste le argomentazioni portate dalla voce di coloro che sono contrari. A queste si aggiunge, a loro avviso, la scarsa resa economica a fronte degli alti costi d’investimento legati alla costruzione di nuove centrali. Molti oppositori del nucleare notano inoltre che questo tipo di energia sembra oggi tanto economica, solo perché, dal 1950, è stata promossa da sovvenzioni statali, per un totale di mille miliardi di dollari. Secondo i favorevoli all’abbandono del nucleare il futuro dovrebbe essere affidato al risparmio energetico, alle fonti rinnovabili e ad un uso efficiente di fonti tradizionali quali carbone, petrolio e gas.

I vantaggi economici

Agli “antinucleari” si contrappongono i più importanti produttori di energia nucleare del mondo, che continuano ad essere fedeli alla loro linea. Intanto la Francia, già oggi il paese con la più alta concentrazione di centrali nucleari al livello mondiale – si consideri che l’80% dell’energia elettrica del Paese deriva dal nucleare –, ha annunciato per il 2007 la costruzione di un reattore con sistema ad acqua pressurizzata (Pwr) a Flamanville, mentre in Finlandia sono già stati avviati i lavori per la realizzazione di un nuovo reattore ad Olkiluoto. Anche Ungheria, Repubblica Ceca, Repubblica slovacca, Slovenia e Lituania non sembrano avere alcuna intenzione di abbandonare il nucleare, nonostante la decisione di chiudere alcune centrali dell’epoca sovietica entro il 2009 per motivi di sicurezza. Regno Unito e Spagna continuano a non disdegnare l’energia nucleare, ma almeno per il momento sembrano non avere in cantiere l’apertura di nuove centrali. Al contrario di Giappone, Russia, Cina ed India, paesi che nel 2004 hanno annunciato la messa in funzione o la costruzione di nuovi impianti. Nella lista dei paesi “nuclearizzati” non mancano Stati Uniti, che nella Energy Policy Act 2005 si sono espressi di nuovo a favore dell’uso dell’energia atomica. Entro il 2010, secondo le intenzioni del Presidente Bush, potrebbero essere quindi costruiti nuovi impianti.

È soprattutto il vantaggio economico a muovere i fautori del nucleare, così come i minori costi di produzione e l’indipendenza dalle oscillazioni del prezzo del petrolio. Ripongono attese e speranze nell’innovazione tecnica, che potrebbe esser in grado di render più sicuri la gestione delle centrali e lo smaltimento di scorie radioattive, e sottolineano inoltre, assieme all’Iaea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) le minori emissioni di gas effetto serra legate all’uso dell’energia nucleare. Una “ecologia” che, nell’ambito dell’attuazione del protocollo di Kyoto, rappresenta un ulteriore aspetto economicamente interessante.

Un paradosso irrisolto

Rimane da chiarire come valutare le pieghe che prenderà il futuro dell’energia nucleare. Da una parte, infatti, l’andamento dei prezzi del greggio e i nuovi costi del commercio energetico rendono il nucleare sempre più appetibile. Il Progetto Iter per la costruzione di un nuovo reattore sperimentale termonucleare internazionale, prevista per il 2016, rappresenta un nuovo, pionieristico atto di forza, sostenuto da Ue, Cina, Giappone, Corea, Russia e Stati Uniti sotto l’egida dell’Iaea. E addirittura il Trattato costituzionale europeo, pur riducendone ulteriormente il campo d’azione, continua a mantenere in forza il trattato istitutivo dell’Euratom del 1957 a sostegno dell’energia nucleare.

Dall’altro lato, tuttavia, espressioni come “scorie radioattive” e, dopo gli attacchi dell’11 settembre e le crisi con Corea del Nord e Iran, “terrorismo nucleare” hanno rimesso in discussione l’energia atomica. E il paradosso economico rimane irrisolto: le centrali nucleari già esistenti sono sì l’alternativa più efficiente e liberale all’interno del mercato energetico, ma la costruzione di nuovi impianti senza sovvenzioni statali è impensabile e sfida le leggi della libera competitività.

In questo contesto di incertezza sul futuro energetico non c’è da meravigliarsi, quindi, se anche gli oppositori del nucleare giocano la carta del temporeggiamento.