#NoSizeFitsAll: ogni corpo è un corpo alla moda

Articolo pubblicato il 28 settembre 2016
Articolo pubblicato il 28 settembre 2016

Anche quest’anno, come molte altre volte prima d’ora, la London Fashion Week ha portato con sé molte polemiche sui suoi irragionevoli e irraggiungibili standard di bellezza. Vediamo come alcune piccole start-up stanno lottando perché le donne vengano rappresentate attraverso modelle che davvero gli assomiglino.

Saremo anche in autunno, ma l'industria della moda sta già preparando le sfilate della prossima primavera. La London Fashion Week è sempre più orientata verso il cliente, con spettacoli in diretta on-line e sfilate per il pubblico. Questo modello di business dalla passerella al negozio sembra d'altronde rappresentare il futuro della moda. Alla guida della "democratizzazione" della London Fashion Week di quest’anno troviamo la multinazionale britannica Topshop, che ha lanciato una collezione chiamata "Settembre 2016" con abiti acquistabili direttamente dalla passerella, senza dover attendere i soliti sei mesi per poterli vedere nei negozi.

Ma se anche la moda si sta sempre più evolvendo in un approccio rivolto verso il cliente, la questione dell'immagine del corpo e il desiderio di bellezza pesano ancora in maniera rilevante sull'industria. Secondo una ricerca commissionata dall’ente benefico Beat nel 2015, circa 725.000 persone nel Regno Unito, l’89% delle quali sono donne, soffrono di un qualche disturbo alimentare. Un sondaggio su oltre 3.200 donne australiane all'inizio di quest'anno ha inoltre rilevato che il 23% di esse considera l'aumento di peso la principale causa di preoccupazione per la salute, più del cancro o di malattie destabilizzanti come la depressione.

Ogni corpo è un corpo da costume da bagno

All'inizio di questo mese, il Women’s Equality Party (WEP), il partito per l'uguaglianza delle donne, ha lanciato una campagna in vista della settimana della moda di Londra 2017, chiedendo al British Fashion Council di garantire che gli stilisti facciano sfilare due taglie campione diverse. La campagna #NoSizeFitsAll è stata ideata proprio per aumentare la consapevolezza di donne e ragazze del Regno Unito sui problemi di percezione del proprio corpo. Si richiede che una delle taglie campione in passerella sia almeno una 44 e che venga modificata la legge in modo che le modelle con un indice di massa corporea (IMC) inferiore a 18,5 debbano essere visitate da un medico perché valuti se sono in condizioni di lavorare.

Il WEP non è il primo partito politico ad intervenire nel dibattito sull'immagine del corpo. Lo scorso anno il Green Party (partito dei Verdi) annunciò che avrebbe cercato di bloccare i finanziamenti municipali delle Fashion Week per i prossimi anni, a meno che non venisse stabilito che le modelle dovessero avere un IMC di 18 o superiore. Sophie Walker, leader del partito WEP, sostiene che il dibattito sull’immagine del corpo non viene preso sul serio dagli altri partiti politici a causa del loro atteggiamento verso le donne in generale. Pensa che l'industria della moda debba riconoscere che ha la possibilità e la responsabilità di portare un cambiamento sul tema della percezione del corpo.

Alcune marche in anticipo sui tempi si servono di modelle diverse, evitando di utilizzare Photoshop come strumento di marketing. Neon Moon ad esempio, un marchio di lingerie femminista con sede a Londra, invece di ritoccare le immagini delle modelle ne mantiene smagliature, peli e lentiggini. Nella loro catalogazione di lingerie non c'è posto per i numeri, ma solo per taglie come "bella" e "favolosa". Un'altra azienda che ha rotto gli stereotipi con le sue modelle è ModCloth , un negozio online statunitense che per il secondo anno consecutivo ha fatto indossare la propria collezione di costumi da bagno al personale dell’azienda.

In opposizione a campagne come quella di Protein World denominata "Beach Body Ready" (un corpo pronto per la spiaggia), ModCloth promuove l'idea che ogni corpo è un "corpo da costume da bagno".

"Vogliamo che ogni donna si renda conto di essere bella così com'è"

Birdsong è l’esempio di come queste strategie commerciali non limitino la popolarità o le capacità di espansione di un’azienda. Questo marchio di moda emergente con sede a Londra ha fatto dei principi etici e femministi il suo marchio di fabbrica e le stesse cofondatrici, Sarah Beckett e Sophie Slater, sono convinte che la moda sia una questione fondamentalmente femminista.

Birdsong dà il suo contributo tramite la vendita di prodotti realizzati da diverse organizzazioni per la difesa delle donne. Il loro obiettivo? Non usare Photoshop e promuovere il loro marchio usando solo modelle scelte per strada tra le donne "normali". Attualmente stanno aumentando gli investimenti per potenziare il marchio e ampliare la loro gamma di prodotti.

L'interesse di Sophie nel coniugare moda e femminismo è iniziato quando era appena adolescente. «Il mio interesse per il femminismo e per la moda sono arrivati, per caso, nello stesso momento» dice, «sono sempre stata interessata ai vestiti, ma mia madre non ha mai smesso di dire di essere una femminista, e questo mi ha influenzata. Ho letto per caso il mio primo libro femminista (Zone umide) intorno ai 14 anni, e nello stesso periodo ho scoperto le riviste di moda».

«Penso che il mio interesse per il femminismo abbia condizionato i miei gusti in fatto di moda. Ho smesso di leggere Vogue, e sono passata a letture più varie e unisex come iD e POP, che mostravano modelle più androgine, con corpi diversi tra loro, e questo rendeva possibile la fusione tra moda e cultura».

Sophie ha incontrato Sarah durante un corso di specializzazione gratuito chiamato Year Here, basato sull'idea di un cambiamento sociale. Non avrebbero mai immaginato di diventare imprenditrici. Sarah era felice di lavorare per gli altri, e non sentiva di avere quello spirito imprenditoriale che altri possiedono: «Ho capito quello che potevamo realizzare solo durante il corso, mentre cercando una soluzione ad un problema abbiamo avuto un’idea che poteva davvero funzionare».

Tra le modelle di questo sito ci sono state l'attivista femminista Hanna Yusuf, che indossa l’hijab in tutti i suoi servizi fotografici, l’attivista transgender Charlie Craggs e Edna, una magliaia 86enne che realizza i maglioni in vendita sul sito. Sophie quand’era molto giovane ha lavorato come modella per un'agenzia a Londra dove le dissero di assicurarsi che la sua taglia rimanesse quella che era nonostante dal punto di vista medico fosse sottopeso. È convinta che l'industria della moda abbia un ruolo fondamentale nel garantire che le donne vengano rappresentate da modelle che gli assomiglino davvero.

«Vogliamo avviare un dialogo e vogliamo che ogni donna che vede i nostri annunci si renda conto che è bella così com'è», conclude Sophie. Niente da eccepire.