Norvegia, una sopravvissuta racconta "il giorno più brutto della mia vita"

Articolo pubblicato il 26 luglio 2011
Articolo pubblicato il 26 luglio 2011

Khamshajiny Gunaratnam, 23 anni, fa parte della direzione dei giovani laburisti norvegesi, ha concesso a Cafébabel di ripubblicare il suo racconto dei tragici eventi vissuti il 22 luglio. Sessantotto giovani sono stati massacrati dall'estremista di destra Anders Behring Breivik dell'Isola di Utøya, aggiungendosi alle 8 vittime della bomba scoppiata nel centro di Oslo.

Sono ancora sotto shock, appena arrivata a casa. Il padre di Prableen è venuto a prenderci all'Hotel Sundvollen e ci ha riaccompagnati. Non riesco a versare una sola lacrima. Non riesco a crederci: oggi ho rischiato di essere uccisa. Catturata e uccisa. L'ultimo pensiero normale che è passato per la mia testa riguardava l'AUF (Giovani del Partito laburista) e il seminario che avevamo organizzato a Utøya. Stavo per cominciare il mio turno alla bancarella che vendeva le magliette del movimento.

Poi un mio caro amico si è avvicinato e mi ha raccontato cosa era successo a Oslo. Mamma mia! Il palazzo del governo e la Piazza Youngstorget!? Ho sentito un nodo alla gola. Mai così forte. Per prima cosa ci siamo visti noi della direzione per assicurarci di avere tutti la stessa (e corretta) informazione. Molti chiamavano i familiari a Oslo per sapere se stavano bene. Quando ha saputo che la mia famiglia era fuori città ho tirato un sospiro di sollievo.

Improvvisamente abbiamo sentito degli spari ai piedi della collina...

Che cazzo succede, ci siamo detti. Chi di noi non ha pensato fosse semplicemente uno scherzo? I ragazzi del servizio d'ordine ci gridavano di nasconderci, di rifugiarci nell'edificio principale. Sono corsa verso i bagni vicino alla bancarella. Gli spari si avvicinavano. I secondi passati in quel gabinetto sono stati terribili. Piano piano e con calma ho tolto la suoneria dal cellulare e l'ho messo nel mio reggiseno per non perderlo. Quindi ho sentito una voce familiare. Dovevamo correre dietro i bagni della Nato (si chiamano così) e nasconderci a destra del pontile.

Siamo caduti, rimanendo intrappolati tra rocce e cespugli. Ho tagli dappertutto. Con me c'erano 15, forse 20 persone. Ci siamo rialzati e abbiamo continuato a correre. Il peggio è stato quando abbiamo saputo che il killer era vestito da poliziotto. Di chi potevamo fidarci? Provavamo comunque a chiamare la Polizia. Ho dato il mio telefono a Muni chiedendogli di scrivere su facebook che chiunque avesse una barca sul fiordo doveva aiutarci. Abbiamo corso avanti e indietro a seconda della provenienza degli spari. Matti ci ha detto di nuotare. Il segretario generale, Trond Agnar, è comparso all'improvviso. Ci ha detto che molti avevano provato a farlo, ma l'acqua era troppo fredda, e la riva troppo lontana.

Avrei preferito affogare che essere uccisa

Mi sono tolta la maglietta. Nuotare diventava pesante, così ho tolto anche i pantaloni. Un freddo pazzesco. Matti mi ha salvata. E' riuscito a farmi nuotare ancora a lungo.  «Kamzy, non guardare indietro. Guarda verso la riva dall'altra parte e pensa che è la nostra meta». Continuavamo a sentire gli spari. Mi è stato detto in seguito che lui (Anders Behring Breivik) stava in piedi dietro di noi. Per questo Matti mi ha detto di guardare avanti. Era esattamente nel punto in cui ci eravamo nascosti poco prima. Una barca ci ha lanciato dei salvagenti ma è subito andata via. Anche quando siamo riusciti a salire su quella successiva non riuscivo a calmarmi. Poteva ancora colpirci con la sua mitragliatrice! Ho toccato terra sulla riva opposta all'isola. Non mi sentivo al sicuro. I locali sono venuti ad aiutarci. Ci hanno dato degli asciugamani e ci hanno portato in macchina a una stazione della Esso dove ci aspettavano ambulanze e squadre di polizia. Suganthan mi ha ridato il cellulare, scusandosi perché non funzionava più. (...) Siamo arrivati tra i primi all'Hotel Sundvollen, e abbiamo visto arrivare gli altri, uno dopo l'altro, tra lacrime e grida. Li capisco benissimo. Ma non capisco ancora perché non riesco a versare una sola lacrima. Vorrei solo liberarmi da questo stato di shock.

Siamo giovani come tanti altri. Facciamo politica per costruire un mondo migliore, mi sono persa il momento in cui siamo diventati i cattivi.

Chi ha fatto tutto questo? Perché far saltare in aria palazzi istituzionali a Oslo e uccidere i futuri dirigenti dell'Arbeider-party (AP) riuniti per un campeggio estivo a Utøya? Cosa abbiamo fatto di male? Sembra tutto surreale. Raccomando a chiunque di rivedere la conferenza stampa del primo ministro Jens Stoltenberg e del ministro della Giustizia Knut Storberget (entrambi del partito laburista, n.d.t.): «Nessuno deve costringerci al silenzio, né con le bombe, né con gli spari». E' il momento di prenderci cura di noi stessi, di aiutarci l'uno con l'altro. Non sopporterei di raccontare la storia un'altra volta. La mia è solo una piccola versione di quel che è accaduto. La paura che abbiamo provato non potrebbe descriverla nessuno. Ci hanno comunicato i nomi dei 68 amici uccisi, qui non li scrivo. Sarebbe sconsiderato nei confronti delle loro famiglie. Non meritiamo di morire. Siamo giovani come tanti altri. Facciamo politica per costruire un mondo migliore, mi sono persa il momento in cui siamo diventati i cattivi. Penso a ogni singola persona che oggi si trovava a Utøya. Spero davvero che siate sopravvissuti. Meritate di meglio. Era importante per me condividere questo dolore. E' importante.

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Leggi il post integrale sul blog dell'autrice, pubblicato in norvegese e in inglese.

Immagini: main (cc) *MDN+SDS*/Doddy Shinta/Flickr/mdnsds.tumblr.com/ Video (cc) Russia Today/You Tube