"Non smantellate la Pac"

Articolo pubblicato il 04 agosto 2002
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Articolo pubblicato il 04 agosto 2002

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Il punto di vista di Massimo Pacetti, presidente di uno dei più grandi sindacati agricoli italiani, sulla riforma della Pac.

Nessun atteggiamento di chiusura pregiudiziale, ma attenzione, disponibilità al dialogo e al confronto serio e approfondito. Sul complesso delle proposte della Commissione Ue relative alla revisione di medio termine della Politica agricola comune la Confederazione italiana agricoltori ha un giudizio articolato. Come abbiamo evidenziato allo stesso Commissario all’Agricoltura Franz Fischler durante l’incontro avuto a Roma, siamo pronti a discutere in maniera franca. Tuttavia, l’obiettivo irrinunciabile per noi rimane la tutela degli agricoltori, delle loro imprese, dei loro redditi, soprattutto davanti alle nuove difficili poste dell’allargamento, dal Farm Bill Usa e dal negoziato Wto.

Le proposte della Commissione Ue evidenziano un atteggiamento difensivo. Giustamente si punta l’attenzione verso i cittadini-consumatori. Sarebbe però opportuno rispondere anche alle indubbie esigenze e necessità degli agricoltori. In quest’ottica il superamento dell’1,27 per cento delle risorse proprie non deve essere considerato un tabù anche ai fini dell’allargamento.

Da parte nostra, c’è preoccupazione per la proposta di disaccoppiamento degli aiuti, poiché sottende una filosofia politica che anticipa un graduale smantellamento della Pac e un abbandono progressivo delle politiche di mercato. Inoltre, tale sistema non può essere praticato unitamente alla modulazione dinamica. Devono essere attentamente valutati i riflessi finanziari per l’agricoltura italiana.

Crediamo che non vadano assolutamente toccate le organizzazioni comuni di mercato (ocm) che non erano nell’ipotesi di revisione di medio termine, come l’olio d’oliva e il tabacco e confermiamo un fermo “no” alla proposta della Commissione Ue relativa al grano duro, in quanto penalizza fortemente i produttori italiani.

Al contrario, siamo molto interessati allo sviluppo rurale, soprattutto quando si parla di qualità, di tracciabilità, di tipicità, di valorizzazione territoriale. Tale sviluppo potrebbe essere finanziato riducendo le sovvenzioni alle esportazioni e non con il disaccoppiamento, che, peraltro, è stato teorizzato in passato e in modo trasversale anche nel nostro Paese.

Nel capitolo “sviluppo rurale” troviamo tre punti qualificanti della Pac: le politiche di sviluppo rurale, che sono gestite dagli stati membri nella logica della sussidiarietà; i finanziamenti recuperati con la modulazione, che sono ridistribuiti tra gli stati membri secondo parametri economici e sociali; le politiche di sviluppo rurale, che incorporano i capitoli sulla qualità e la sicurezza alimentare.

Manca, però, qualsiasi riferimento all’adozione di strumenti assicurativi a copertura dei rischi produttivi e di mercato.

Insomma, quello che chiediamo -come evidenziato nel nostro documento che abbiamo presentato nello scorso mese di giugno a Bruxelles al presidente della Commissione Ue Romano Prodi- è una Pac che risponda efficacemente alle esigenze dei produttori ed elimini le distorsioni e gli squilibri che tuttora sussistono tra le produzioni mediterranee e quelle continentali. Una Pac, insomma, che consenta un riequilibrio dei mercati, un riequilibrio territoriale, un riequilibrio sociale.

La nostra posizione parte, d’altronde, da un preciso presupposto: l’attuale Pac non ci soddisfa pienamente. Come agricoltori italiani ci sentiamo sacrificati non soltanto quando parliamo di comparti e di Ocm mediterranee, ma anche, e soprattutto, quando si parla di produzioni continentali. Non possiamo più accettare che posizioni eccessivamente preconcette condizionino pesantemente ogni ipotesi di riforma equilibrata della Pac.

E’ necessario ora che l’Italia metta a punto una proposta unitaria capace di rendere forte la propria posizione nel confronto che si è aperto in Europa.

Comunque, per quanto riguarda il prossimo allargamento ai Peco, siamo del parere che esso ha un il valore storico per l’Unione Europea e rafforzerà la stabilità e la sicurezza del continente europeo e contestualmente lo stesso peso politico dell’Unione a livello internazionale.

Ma l’ingresso di dieci nuovi Paesi nell’Unione potrebbe anche risultare un vero e proprio shock socio-economico sia per i Paesi candidati che per l’Unione Europea se non si adotteranno misure in grado di assorbirne gli effetti più destabilizzanti.

Non possiamo, quindi, non condividere le preoccupazioni che l’allargamento comporterà per la Pac in termini di bilancio.

L’applicazione integrale delle attuali misure ai nuovi paesi farebbe esplodere la spesa agricola a livelli incompatibili con i vincoli stabiliti a Berlino e validi sino al 2006.

D’altronde, garantire una politica di bilancio coerente con gli impegni dell’allargamento e che corrisponda ad interessi generali nell’ottica della solidarietà finanziaria, non dovrà in alcun modo penalizzare il settore primario ed il reddito degli agricoltori.

Condividiamo, pertanto, in linea di massima, la proposta della Commissione di una fase transitoria e progressiva nell’erogazione degli aiuti. Solo l’auspicabile superamento del gettito pari all’1,27% delle risorse proprie dell’Ue -ripeto- potrebbe, infatti, rendere disponibili mezzi finanziari supplementari necessari per un sostegno più ampio e più rapido ai Peco che non incida negativamente sui loro settori agricoli e su quello dell’Unione europea che è chiamata, peraltro, a ben più impegnativi compiti di sviluppo, coesione e sicurezza.

In alcuni settori sarà, infatti, particolarmente difficile, per i Peco, un’armonizzazione con le politiche e la regolamentazione comunitaria. In campo sociale, l’adeguamento dei nuovi membri al modello sociale e quindi a “l’aquis comunitario” comporterà uno sforzo veramente epocale. Nel settore agricolo, i problemi potranno prodursi sia nell’Ue, a causa della concorrenzialità di prodotti dei Peco per il basso costo del lavoro, sia negli stessi Peco in ordine alla migliore organizzazione gestionale del sistema agricolo-alimentare dell’Unione europea, alla più spiccata managerialità delle aziende agricole, ai più elevati contenuti tecnologici dei prodotti, alla superiore qualità di quelli trasformati.

In materia di norme veterinarie e fitosanitarie nonché di benessere animale e di protezione dell’ambiente, sarà indispensabile una assistenza tecnica ed anche investimenti adeguati per consentire l’adattamento dei Paesi candidati a norme ed a standard che li vedono nettamente in ritardo.

Per quanto riguarda, infine, i futuri criteri per definire l’eleggibilità delle zone all’Obiettivo 1) sottolineiamo come il solo criterio di un Pil per abitante inferiore al 75 per cento della Ue allargata, comporterebbe la fuoriuscita della quasi totalità delle regioni del Mezzogiorno d’Italia. E’ necessario, quindi, inserire altri parametri come ad esempio il tasso di disoccupazione. In ogni caso, riteniamo essenziale prevedere un periodo di transizione per le regioni che dovessero essere escluse dall’Obiettivo 1) per effetto dei soli dati statistici.