Non passa lo straniero: il calcio "made in Italy" anni '70

Articolo pubblicato il 28 maggio 2015
Articolo pubblicato il 28 maggio 2015

Dopo la sconfitta della Nazionale contro la Corea del  Nord nel 1966, la Figc decise il blocco dei giocatori stranieri nel campionato italiano. Per un decennio il Paese visse una vera e propria autarchia calcistica. Con risultati alterni. Buoni per la Nazionale, pessimi per i club.

Juventus-Lazio, finale di coppa Italia 2015. Lo speaker dello stadio Olimpico di Roma annuncia le formazioni delle due squadre. Nella Juve ci sono cinque giocatori italiani, nella Lazio quattro. Nove in totale, quasi un’intera squadra. Un’enormità se paragonata alla media del campionato italiano, letteralmente “invaso” da giocatori stranieri.

L'era (lontana) del calcio autarchico

Per un momento ho chiuso gli occhi, immaginando come sarebbe stato il match se in campo ci fossero stati solo atleti italiani. Ma soprattutto, ho pensato che ci fu un periodo in cui questo accadeva davvero. Stiamo parlando del calcio autarchico, o se preferite "made in Italy", degli anni ’70. Un fenomeno che non nasce per caso, ma è legato ad un episodio che costituisce ancora oggi una delle pagine meno onorevoli della storia calcistica patria. Ai Mondiali del 1966, vinti dagli inglesi, la Nazionale italiana di Fabbri era stata clamorosamente eliminata dalla Corea del Nord. Il giustiziere degli azzurri era stato Pak Doo Ik, un nome che non avremmo più dimenticato, e non solo per il goal che ci buttò fuori da quel campionato del mondo.

Corea del Nord - Italia, Mondiali 1966

La sconfitta, bruciante e inaspettata, aveva causato parecchie polemiche. Fu allora che la Federazione italiana giuoco calcio (Figc) decise di chiudere le porte agli stranieri. Rimasero solo quelli che erano venuti in Italia nei decenni precedenti, dominati da danesi e svedesi. Tra questi, Liedholm, Hansen e il mitico Nordhal, capace di vincere per ben 5 volte la classifica dei cannonieri con il Milan degli anni '50. Poi arrivarono campioni del calibro di Charles - che fece la fortuna della Juventus nel mitico trio con Sivori e Boniperti - mentre Jair e Suarez portarono l’Inter in cima al mondo negli anni '60 insieme a Corso e Mazzola.

I campioni del Nuovo Mondo e il blocco agli stranieri

Un caso a parte gli oriundi, giocatori di provenienza estera, ma figli di italiani. Il Sud America si rivelò una miniera d’oro di talenti. A partire dagli anni '50 in Italia sbarcò un consistente gruppo di calciatori che danzavano sul pallone: dagli uruguagi Ghiggia e Schiaffino, eroi del Mondiale brasiliano del 1950, a Vinicio, Sivori, Altafini e Angelillo. In realtà gli oriundi erano un fenomeno anche più antico, che risaliva agli anni '20. La Nazionale campione del Mondo del 1934 ne contava due: Monti e Orsi, quest'ultimo celebre per i suoi goal direttamente da calcio d'angolo. Altro giocatore oriundo di grande fama era Renato Cesarini, la mezzala juventina che realizzò diversi goal al novantesimo minuto. Proprio da una sua rete all'ultimo minuto in un incontro tra Italia e Ungheria, vinto dagli azzurri per 3-2, nacque la "zona Cesarini", locuzione utilizzata ancora oggi per indicare i minuti finali di una partita. Gli oriundi furono una soluzione di ripiego seguita ad un grande trauma collettivo. Dopo la tragedia di Superga (4 maggio 1949) che aveva causato la perdita del grande Torino, il calcio italiano si era enormemente impoverito. I risultati non arrivavano, il gioco stentava. La colpa fu attribuita ai giocatori stranieri. Nel 1953 l’allora ministro dell’interno Giulio Andreotti, su richiesta del Coni, decise di bloccarne l’ingresso. Potevano essere tesserati solo quelli che annoveravano antenati italiani. E arrivarono anche le prime novità. Nel 1956 la Fiorentina vinse il suo primo scudetto grazie a Julinho e Montuori, facendo anche un figurone contro il Real Madrid di Di Stefano, allora trionfatore assoluto in Europa.

Quella prima chiusura durò poco. Appena 4 anni dopo, gli stranieri ripopolarono il nostro calcio. Milano trionfò in Europa conquistando 3 coppe dei Campioni tra il 1963 e il 1965 (una i rossoneri, due i nerazzurri). Poi il disastro del '66, e porta di nuovo chiusa agli stranieri. Con un paradosso: la Nazionale che, dopo aver vinto gli Europei del 1968 ed essersi distinta durante i Mondiali in Messico del 1970, ottenne un prestigioso quarto posto in Argentina (1978), preambolo del successo del 1982 in Spagna. 

Meno bene andavano le squadre di club. Dopo le disfatte di Inter e Juventus in coppa dei Campioni contro l’Ajax del calcio totale e di Cruijff (1972-73) per oltre dieci anni nessuna squadra italiana avrebbe più avuto gloria nel calcio europeo. Dominavano gli olandesi, il Bayern Monaco di Franz Beckenbauer e le squadre inglesi, finalmente in grado di dimostrare una superiorità calcistica fino ad allora troppo spesso presunta. L’ultima squadra italiana a diventare campione d'Europa era stata il Milan, nel 1969. Stesso discorso per la coppa Uefa (oggi Europa League). Una sola vittoria italiana, quella della Juventus di Trapattoni, che nel 1977 si impose contro l'Athletic di Bilbao.

Il laboratorio calcistico degli anni '70 e le invenzioni di Gianni Brera

Ma l’autarchia ebbe anche degli effetti positivi. Esplosero i bomber italiani, molto spesso provenienti dalla provincia. Il Cagliari di Gigi Riva conquistò lo scudetto nel 1970. La Lazio di Maestrelli, trascinata da Chinaglia, e il Torino di Gigi Radice e dei "gemelli del goal", Pulici e Graziani, scardinarono il monopolio delle grandi vincendo il campionato rispettivamente nel 1974 e nel 1976. La Juventus, guidata da Giovanni Trapattoni, si affermò con un gruppo di giocatori (Tardelli, Bettega, Anastasi, Capello, Causio, Furino) che l'avrebbero portata  a vincere in Italia e in Europa. L'Inter vantava Boninsegna, cannoniere formidabile ed eroe di Messico '70. In Nazionale si giocò il celebre derby dei fuoriclasse tra Rivera e Mazzola. E non mancarono alcuni miracoli sportivi. Il "Perugia dei miracoli" di Alberto Castagner sfiorò lo scudetto nella stagione 1978-79, arrivando secondo (alle spalle del Milan) con il record di imbattibilità. Un giovane bomber del Lanerossi Vicenza cominciò a mettersi in mostra. Si chiamava Paolo Rossi,  ribattezzato “Pablito” dopo il trionfo Mondiale in Spagna.

Gli anni '70 furono anche forieri di altre importanti novità. La Rai lanciò Novantesimo Minuto, trasmissione sportiva che permetteva di vedere le azioni salienti delle partite di campionato.  Nel 1976 furono trasmesse le prime immagini a colori. Il calcio scoprì di anche avere un suo vocabolario grazie alle geniali trovate di Gianni Brera, che ribattezzava i campioni del momento con soprannomi formidabili. Così Gigi Riva diventò "Rombo di tuono", Paolo Pulici "Puliciclone"e Roberto Boninsegna "Bonimba". Senza dimenticare l'"Abatino" riservato a Gianni Rivera. Molte delle parole da lui inventate (libero, melina, pretattica, cursore, goleador) sono di moda ancora oggi.

La rivoluzione degli anni '80

La vittoria del campionato del Mondo dell'82 chiuse un ciclo. Il calcio, già diventato un fenomeno di massa, si trasformò in un business dietro al quale giravano molti soldi. Iniziarono a comparire i primi sponsor. Il Paese fu frastornato dallo scandalo del calcio scommesse. E ritornano gli stranieri. La prima apertura nel 1980: uno per squadra. Tra i primi ad arrivare in Italia, Michel Van de Korput, difensore olandese acquistato dal Torino. L’Unità fece scherno del suo nome: "Sembra la reclame di un lassativo”. Ben presto il limite fu portato a due giocatori stranieri, poi a tre. Tanti campioni, come Platini, Falcao e Maradona, ma anche tanti bidoni. Qualcosa però era cambiato per sempre. Ed era solo l’inizio.

Le squadre di club ritornarono a vincere in Europa. Il Milan di Sacchi dominò la scena grazie ai tre fenomeni olandesi, ma aveva ancora un'ossatura italiana, così come la maggior parte delle squadre di allora. Fino al 1996, quando la sentenza Bosman eliminò il limite al tesseramento dei giocatori stranieri, eccezion fatta per gli extracomunitari. Da allora ogni anno aumenta il numero di calciatori non italiani in serie A, con cifre che attualmente oscillerebbero intorno al 56 per cento. Tra i pochi club in controtendenza il Sassuolo di Eusebio di Francesco, che si è preso il lusso di battere il Milan a San Siro con una squadra tutta italiana.

In  molti si augurano che il club di Squinzi possa essere un esempio per le grandi squadre della serie A. Tornare ai tempi autarchici degli anni '70 forse è anacronistico, ma è possibile puntare anche sui giocatori italiani, senza voler per questo criminalizzare i calciatori stranieri, elementi portanti di un calcio sempre più globale. Intanto una svolta potrebbe arrivare da Milano. Pochi giorni fa Berlusconi ha dichiarato di voler costruire un Milan tutto italiano. Cinesi permettendo.