Non è un paese per giovani? Come uscire dall’impasse

Articolo pubblicato il 20 maggio 2009
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Articolo pubblicato il 20 maggio 2009
Articolo di Michele Marra Spesso si attribuisce alla crisi economica mondiale la responsabilità dell’attuale crollo del Pil italiano, ma la congiuntura internazionale non ha fatto altro che aggravare un ritardo cronico dell’economia nazionale dovuto anche alla miopia di una classe politica che non investe sulle potenzialità delle generazioni più giovani.
Se dalla metà dei ’90 ad oggi la percentuale della popolazione occupata è salita dal 51% al 59%, i disoccupati under 40 sono passati dal 33 al 20%.

«La crescita occupazionale – spiega in un’intervista a noi rilasciata Tito Boeri docente di Economia del mercato del lavoro all’Università Bocconi di Milano – si è appoggiata in gran parte alla proliferazione di contratti atipici, che hanno permesso alle imprese di rispondere alla flessibilità pretesa da un mercato sempre più globalizzato attraverso assunzioni con scadenza variabile e bassi oneri sociali». Il 50% delle assunzioni dei lavoratori sotto i 40 anni avviene tramite queste tipologie contrattuali: un esercito di precari di 4 milioni e mezzo di persone nel 2008, circa il 20% dell’intera manodopera in Italia.

Foto di Francesca Magistro

Ma il problema è nell’approccio alla flessibilità stessa. Seppur in misure differenti, i governi del Vecchio continente hanno adottato alcune regole che rendono il contratto a scadenza una tappa del percorso verso il posto fisso. Diversa la situazione nel nostro paese: «la patologia italiana continua Boeri – è data dalla creazione di un mercato del lavoro parallelo e secondario, precario e antidemocratico, senza protezione sociale né formazione, né tanto meno rivolto alla stabilizzazione professionale». Oggi tra i lavoratori parasubordinati – i famosi co.co.pro e affini – soltanto 1 su 20 ottiene un contratto a tempo indeterminato dopo un anno, e solo 1 su 10 tra i lavoratori a termine. Il precariato giovanile rappresenta in Italia una delle concause della stagnazione economica nonché del cosiddetto fenomeno sociale dei “bamboccioni”.

Come uscire dall’impasse? Tito Boeri e Pietro Garibaldi, professore ordinario di Economia politica all’Università di Torino, hanno presentato una proposta, contenuta anche nel libro “Un nuovo contratto per tutti”. La ricetta – spiega Boeri – prevede tre riforme per il mercato del lavoro italiano: «l’istituzione di un contratto unico – caratterizzato da un percorso di inserimento professionale di 3 anni propedeutico al “posto fisso”-; la definizione di un salario minimo orario; e la riforma degli ammortizzatori sociali, con un sussidio unico di disoccupazione, accessibile a tutti».

La proposta tuttavia attende ancora che un attore istituzionale la presenti in Parlamento, «anche se – dice Boeri – alcuni dei nostri precetti cominciano ad affiorare nel dibattito politico, seppur con molta lentezza e titubanze. I policy maker italiani, infatti, hanno una prospettiva a brevissimo termine e i giovani rappresentano una popolazione minoritaria che non rende dal punto di vista elettorale».

Ma allora fanno bene i giovani che “fuggono” dall’Italia alla ricerca di condizioni più vantaggiose? Conclude Boeri: «Se devo muovere un suggerimento e allo stesso tempo un rimprovero, credo che i giovani dovrebbero far sentire di più la propria voce, organizzando politicamente i propri interessi…»

Cosa aspettiamo?