"Non chiamateli kamikaze"

Articolo pubblicato il 05 luglio 2016
Articolo pubblicato il 05 luglio 2016

(Opinione) Il kamikaze oggi comunemente inteso è un attentatore suicida, che con il proprio martirio cerca di generare quanta più morte e distruzione possibile. Ma esiste una serie di motivi per cui noi tutti sbagliamo a chiamarli così, e non dovremmo più continuare a farlo.

Siamo in guerra da molto tempo in realtà. Una guerra sottile, diversa da quelle a cui siamo normalmente abituati a pensare. Gli attacchi all’aeroporto Atatürk di Istanbul e all'Holey Artisan Bakery di Dacca si aggiungono alla lunghissima lista di attentati terroristici avvenuti negli ultimi 20 anni. Dagli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti fino ai massacri in Indonesia, Nigeria, Iraq, Egitto, Regno Unito, Spagna e Francia: una guerra periodica, fatta di colpi bassi e con dei protagonisti infami. Cosa hanno in comune questi tragici eventi? La maggior parte di essi sono di matrice suicida, compiuti da terroristi guidati dalla follia e spesso dall'interpretazione distorta ed esasperata di un credo, che si fanno saltare in aria con l'obiettivo di creare il maggior numero di vittime e danno possibile.

Un po' di storia

La definizione più frequentemente ricorrente sui media per qualificare questi assassini suicidi è quella di "kamikaze". ignorando nel modo più totale l'origine e il significato di questa parola così antica e sacra per il Giappone e per l'esercito imperiale. La parola kamikaze nasce infatti nel 1281, al tempo dei conflitti mongolo-giapponesi. Nel momento di maggiore difficoltà per i nipponici, secondo la leggenda, una tempesta di vento avrebbe spazzato via le flotte mongole, salvando l’isola di Kyoto. Kamikaze vuol dire infatti "vento di Dio" in lingua nipponica, una definizione sacrale che ancora oggi viene solennemente onorata e celebrata dai giapponesi.

Il termine ricompare nel vocabolario corrente giapponese durante il secondo conflitto mondiale, dove il kamikaze si materializza trasformandosi da vento in soldato. Giovani piloti giapponesi dell’esercito imperiale adottarono la strategia dello schianto suicida contro le imbarcazioni Alleate, una volta terminate le munizioni o quando colpiti, allo scopo di affondarle o danneggiarle gravemente.  La storia, i libri e le testimonianze ci hanno svelato come andò a finire quella guerra. Gli Alleati vinsero, il Giappone si arrese. Ma, nel mero contesto della battaglia, prevalse l’onore del soldato giapponese kamikaze. Egli solitamente un giovane, che studiava e credeva in un Giappone fiero, imponente e dominatore. Spinto dagli ideali del patriottismo, il kamikaze era semplice da arruolare nell’esercito: il rispetto, l’onore e la difesa del proprio paese passavano oltre la morte, lo schianto e il sacrificio. Ideologie e terminologia forse figlie di un'altra epoca, ma che sicuramente non hanno nulla a che vedere con chi attacca civili, luoghi sacri (di qualsiasi religione) o pubblici: il kamikaze giapponese attaccava solo il nemico, sul campo di battaglia e quasi esclusivamente per difesa.

Un concetto distorto

Il moderno concetto di attentatore suicida prevede invece l'esatto opposto: consapevoli di essere nettamente più deboli in uno scontro diretto con il "nemico", preferiscono colpire l'innocente e l'indifeso, quasi sempre in luoghi pubblici affollati o luoghi sacri. Lo stesso attentatore suicida, nel Giappone moderno, viene infatti definito come jibaku tero (terroristi autoesplodenti, n.d.r.), a dimostrazione della valenza di gloria e onore patriottico che ancora oggi riveste il termine nella cultura nipponica. Cosa c'è di kamikaze giapponese in questo genere di attacchi? Cosa c'è di patriottica fiera difesa del proprio paese? Semplice, nulla. Perciò non chiamateli come tali.

Ci sarebbe da fare un’altra considerazione, questa riguardo a coloro che utilizzano questi attacchi in ossequio alla propria religione islamica. L’Islam, nel suo testo più sacro che è il Corano, vieta espressamente il suicidio e l’omicidio: «Chi uccide un uomo è come se avesse ucciso l’umanità intera» (Corano, 5:32). Considerazione forse banale, ma sempre utile da ricordare a chi afferma che "Sono stati loro, gli islamici". No, non sono stati gli islamici. Sono stati dei terroristi. Non kamikaze, non musulmani. Semplicemente degli assassini, uomini senza onore, senza gloria e senza alcuna lode possibile, in questo mondo o nell'altro.