“Non” alla Costituzione o all’allargamento?

Articolo pubblicato il 02 maggio 2005
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Articolo pubblicato il 02 maggio 2005

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Il referendum francese del 29 maggio è alle porte. E il “no” è in testa ai sondaggi. Ecco perché.

L’ultima novità del “no” francese versione 2005? Accanto al tradizionale “no” anti-europeo, ecco apparire un “no” che si definisce “europeista”. Un “no” che mira a dare buona coscienza a tutti quanti ne sono oggi tentati per delle ragioni che non hanno molto a che vedere con l’Europa. Certo, i leader di questo “no” filo-europeo ci dicono che, in fondo, la bocciatura della Costituzione riporterà i capi di Stato e di Governo europei al tavolo dei negoziati e che, di sicuro, questa volta, i francesi otterranno un Trattato migliore. Ma, il “no” francese avrà solo conseguenze negative. Per la Francia e per l’Europa. La decisione che i francesi prenderanno il 29 maggio risponderà non solo al quesito che sarà loro posto, ma anche a un’altra, determinante, domanda: possono ancora gli europei avere fiducia negli altri europei?

La prima breccia

Con l’inizio dell’integrazione europea negli anni Cinquanta, è proprio sulla “fiducia” che si è deciso di costruire una pace europea ben diversa da quella mondiale, assicurata dall’equilibrio del terrore nucleare. Ed è qui che risiede tutta la forza dell’ideale europeo, di questo “sogno europeo”: una volontà di pace, di vivere insieme, di regolare le nostre controversie pacificamente, nel quadro di una solida alleanza. Perché, in definitiva, le parole “mai più” non suonino come pura retorica. Un ideale di solidarietà, di solidarietà sociale senza frontiere.

Ma come pensare l’Europa come futuro politico se non c’è più spazio per i compromessi, se non possiamo più avere fiducia gli uni negli altri? Il “no” è il rifiuto del compromesso, il rifiuto di un lavoro comune.

Un “no” francese alla Costituzione sarebbe di conseguenza la prima breccia. Perché? Perché al contrario della Gran Bretagna –il cui “no” non sorprenderebbe né disturberebbe– la Francia è membro fondatore e motore essenziale dell’Unione Europea. E soprattutto perché la fiducia tra i diversi membri dell’Unione, già fortemente fragilizzata dalla crisi irachena, sarebbe polverizzata.

L’Europa a due?

Per i 10 nuovi Paesi che hanno aderito all’Ue il 1° maggio 2004, la cattiva volontà di cui danno prova i vecchi Stati membri, in particolare Francia e Germania, sul tema del finanziamento dell’allargamento, ha dato nascita a un sentimento di diffidenza di cui si nutrono gli euroscettici locali. Questi ultimi potrebbero tornare al potere tra qualche mese in Polonia e in Repubblica Ceca. D’altra parte, la polemica in Francia sul tema delle delocalizzazioni –divampata ancor più dopo la trasmissione di metà aprile nella quale Chirac ha dibattuto con un panel di giovani– dimostra tutto il malessere francese sul tema dell’allargamento. In fondo, “no” alla Costituzione vuol dire “no” a un allargamento sul quale non c’è stata –è vero– la minima consultazione popolare. Perché i veri francesi non possono avere fiducia in questi “cecoslavi” o “yugoslovacchi”, in queste talpe assoldate dal Grande Satana americano, in queste “orde venute dall’Est”.

La verità è che dopo un ipotetico “no”, anche i nuovi Paesi membri non avranno più fiducia in noi. “Dov’è il problema? –insistono i sostenitori del “no”– noi faremo l’Europa a 6, come all’inizio della Comunità Economica Europea. O anche a due, con la sola Germania, se necessario”. E’ questo il senso dell’opposizione dell’ex premier socialista Laurent Fabius alla Costituzione, quando invoca, attraverso le cooperazioni rafforzate, la creazione di un’avanguardia di Paesi europei. Gli Unni (http://encyclopedie.snyke.com/articles/attila.html) devono restere alle porte dell’Europa, sporchi poveri. E l’Europa sociale? Non è certo cosa per questi ingrati che ci rubano le nostre fabbriche e i nostri posti di lavoro.

E l’Europa? Che vada pure a quel paese...

La verità è che questo Trattato costituzionale rappresenta una possibilità, forse l’ultima, di ricreare, in Europa, la fiducia su un progetto comune, un testo comune che –ricordiamolo– è stato condiviso dai 25 governi dell’Ue all’unanimità. Unanimità che i fautori del no giudicano, al tempo stesso, impossibile da riottenere per modificare il Testo qualora dovesse malauguratamente entrare in vigore e facilissima da ottenere nel caso in cui, grazie al glorioso exploit del “no”, il Trattato sarebbe rinegoziato. Bel paradosso. Il fatto è che non è stato facile ottenere questo testo: quattro anni di negoziati, quattro anni a costruire un consenso che, come tutti i compromessi, non può certo piacere a tutti. Non sarebbe logico rifiutare in blocco questo testo, con il pretesto che non lo si comprende, che Chirac non piace o che lo si vorrebbe sostituire (come fa l’ambizioso Fabius). Chiedere di votare “no” promettendo “un’altra Europa” che non si avrà comunque modo di costruire perché la sinistra radicale non sarà al potere, vuol dire fare demagogia. Votare “no” non impedirà di esistere a tutte le politiche comunitarie iscritte nella III parte della Costituzione. Quelle, esistevano già prima.

Ci priverà “solo” di tutti i miglioramenti apportati dal nuovo testo. Insomma, votare “no” vuol dire soprattutto mandare a quel paese l’Europa intera. Da parte di De Villiers, leader sovranista del Movimento per la Francia, ciò non stupisce. Ma da parte di qualcuno che si dichiara europeista come Fabius e i suoi, è un po’ paradossale. Perché, contrariamente a quanto vogliono farci credere i suoi sostenitori, le conseguenze del “no” saranno gravissime. Sia per la Francia che per l’Europa.