Nome in codice “paradiplomazia”

Articolo pubblicato il 29 marzo 2004
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Articolo pubblicato il 29 marzo 2004

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Come le regioni più dinamiche stanno rivoluzionando il modo di fare politica estera. Con buona pace degli Stati.

ontrariamente a quanto si possa pensare, l'attuale processo d’integrazione europea rafforza il modello di stato-nazione. Quali margini di azione hanno, davanti a questo fenomeno, le “nazioni senza stato" ovvero le regioni, attraverso i loro governi sub-nazionali? Ricorrere ad una frenetica attività denominata paradiplomazia: una forma di politica estera propria con l'obiettivo di ottenere riconoscimenti internazionali.

In un contesto di accelerata globalizzazione, esistono regioni che tessono la loro paradiplomazia all’ombra di movimenti forti o di sentimenti nazionali. Esempi come Catalogna, Scozia o il länder tedesco di Brandenburgo che ha consolidato le sue relazioni con la vicina Polonia, sono una dimostrazione delle paradiplomazie più dinamiche fra le regioni europee. Ed è interessante vedere il modo in cui riescono a districarsi all’interno di cornici istituzionali così diverse.

Quando lo Stato-Nazione è solo un modello da interpretare

In effetti, nell'Unione europea troviamo stati multinazionali come Spagna, Regno Unito o Belgio che sviluppano la loro paradiplomazia sotto un comune – benché con sfumature diverse – denominatore: il nazionalismo. Nelle comunità spagnole della Catalogna e dei Paesi Baschi vi è ormai una tradizione in questo senso. Il Belgio ne è un altro esempio, essendo spesso descritto come uno "stato artificiale". Ed inoltre la realtà ci mostra che quelle regioni che hanno più successo nelle relazioni internazionali si basano su movimenti nazionalisti (1).

Il nazionalismo implica tre processi in relazione alla paradiplomazia. Il primo è l'identità. Lo sviluppo di agenzie internazionali da parte dei governi regionali è pieno di significati simbolici e rappresenta un'attraente opzione strategica per i leader nazionalisti.

Il secondo processo del nazionalismo è la definizione ed articolazione di lobby regionali che mirano alla difesa della cultura e di un’ideologia che svolge uno di ruoli più importanti della paradiplomazia. La cultura detta l'agenda politica nelle relazioni con l’estero dei governi regionali. Il terzo processo del nazionalismo, infine, è la mobilitazione politico-territoriale con l'obiettivo di dare enfasi ai tratti originali del proprio territorio.

Un fenomeno che fa’ tendenza

La paradiplomazia non è qualcosa di nuovo, ma è solo da un decennio che sembra essere in voga la prassi di aprire uffici all'estero, invischiarsi in organizzazioni internazionali o partecipare senza tregua a conferenze internazionali. Questa attività ottiene i suoi frutti, come l'introduzione nella IV Convenzione di Lomé, coi paesi dell'Asia, Caraibi e Pacifico, di quel famoso concetto di “cooperazione decentrata” dell'UE che permise la possibilità ad organizzazioni diverse rispetto ai governi centrali di utilizzare le risorse destinate dalla Commissione per la cooperazione. Tuttavia, benché la paradiplomazia sia il miglior strumento delle regioni di fronte alla re-centralizzazione delle competenze degli Stati europei, restano ben presenti delle motivazioni puramente economiche sottostanti.

Esistono 250 regioni che devono ripartirsi un terzo del budget comunitario, cioè 210 milioni di euro. Risulta indiscutibile, dunque, l'obiettivo ultimo dell’operosità paradiplomatica delle regioni europee che si tratti di questioni culturali, sociali, economiche o politiche.

Regioni al Consiglio dei Ministri?

L'idea delle regioni come principale livello di governo ebbe il suo apogeo negli anni ‘80, in coincidenza con la regionalizzazione di alcuni stati europei, come la Spagna, e l’appoggio alla politica regionale europea stimolato dalla Commissione Delors. Furono infine le pressioni da parte dei länder tedeschi a facilitare la creazione del Comitato delle Regioni.

Ma c’è di più. Dal Trattato di Maastrich in poi, esiste la possibilità che rappresentanti delle entità regionali o sub-statali partecipino alle delegazioni nazionali che negoziano nel Consiglio dell'Unione. Il che si è presto tradotto in una pratica abituale per alcuni stati membri. Basti notare che ad oggi rappresentanti delle comunità e delle regioni belghe, del governo scozzese, gallese e nordirlandese, dei länder tedeschi ed austriaci, delle regioni autonome portoghesi partecipano alle sessioni del Consigli dei Ministri.

Tuttavia, in altri casi come in Spagna, il governo uscente del Partito Popolare ha negato ripetutamente questa possibilità e consente la partecipazione alle regioni solo in modo rotatorio e solo persso alcuni comitati consultivi della Commissione. La mancanza della Catalogna e di altre regioni europee negli organi di governo rilevanti potrebbe avere gravi conseguenze per le loro economie.

Ecco il quadro dunque: gli stati utilizzano le strutture comunitarie per consolidare la loro legittimità di fronte a minacce provenienti da "nazioni senza stato" e le regioni usano la paradiplomazia per ottenere l'appoggio finanziario dell'Unione europea.

Davanti al protagonismo che stanno acquisendo alcune regioni e nazioni "senza stato", non bisogna perdere di vista quale resta l’obiettivo finale: risolvere i conflitti storici, etnici o culturali del passato. Non si può pretendere di giungere di punto in bianco ad un processo di uniformità regionale. Non tutte le regioni partono da situazioni uguali, né esigono identiche soluzioni. Gli accomodamenti e le trasformazioni istituzionali devono appoggiarsi su uno studio scrupoloso delle difficoltà e della trama istituzionale esistente in ogni paese affinché la paradiplomazia smetta di essere la panacea buona per tutte le stagioni.