Noi e gli altri: il lato oscuro della Hygge

Articolo pubblicato il 03 aprile 2017
Articolo pubblicato il 03 aprile 2017

I Vichinghi hanno conquistato l'Occidente ancora una volta. Questa volta con un obiettivo più semplice: insegnarci a vivere felici. In tutto il mondo, la parola danese hygge è diventata il fenomeno del 2016. Ma in realtà esiste anche un suo lato più oscuro. Nella sua terra di origine, in Scandinavia, non tutti possono sentirsi hygge.

Hygge. La piccola fiamma di una candela balugina su un vecchio tavolo in legno con sopra del vin brulé, si mangiano polpette con la famiglia e con amici intimi, riuniti attorno a un caminetto, durante una piacevole conversazione o in dolce silenzio, mentre si condivide una sensazione di intimità. Numerosissime pubblicazioni hanno invaso di recente le librerie con questo manuale di benessere proveniente dal Paese più felice al mondo. Purtroppo pero', in Danimarca non tutti possono godere dei vantaggi di questa grande campagna di marketing. 

Susan Ahmed è una cantante emergente di Copenhagen. E' molto difficile per lei sfondare qui nel mondo della musica, soprattutto per le sue origini non danesi. " Esistono due tipi di hygge"  spiega Susan, nata in Danimarca da immigrati iracheni. " Un tipo per gli stranieri come me, e un altro per i danesi".         

Sorprende il sentimento negativo nei confronti di una parola associata sempre all'idea di calore, di relax, di piacere e di allegria. Sebbene esista ormai da anni una definizione chiara, molti cittadini in Danimarca fanno esperienze diverse dell' hygge. Storicamente, essa è diventata elemento della cultura danese nel diciannovesimo secolo, quando la Danimarca cedette buona parte del suo territorio alla Germania, alla Svezia e alla Norvergia. Nella società danese si riflette il senso di unicità e di identità insiti nell'hygge.

Non una nazione, ma una tribù.

Il welfare danese, con una settimana lavorativa di 37 ore, promuove attività hygge dopo una dura giornata di lavoro. Carsten Levisen, professore di Linguistica, collega ciò all'importanza del sentimento di comunità che è fondamento della Danimarca. " I danesi non sono una nazione... ma una tribù. Questa è la forza che li rende uniti,  il motivo per cui hanno un'incondizionata fiducia l'uno dell'altro ", afferma Levisen. Susan spiega che lei, pur essendo nata in Danimarca, non è stata mai accettata come danese e che non ha mai fatto prova della vita hygge con i nativi. L'ha sperimentata solo con la sua famiglia e con altri arabi.

Chi è arrivato qui da poco, pensa che la cultura hygge, con la sua amichevole cordialità, faccia sì che i danesi accettino gli stranieri in maniera naturale. Non è così. L'hygge rifiuta le minoranze e immigrati e frena il dissenso. Considerare l'hygge come una realtà essenzialmente danese e limitata solo agli autoctoni  comporta l'esclusione di migranti e stranieri, in particolare quelli provenienti da Paesi non occidentali.

Anche Hugette, immigrata del Burundi e residente in Danimarca da 24 anni, ha raccontato la sua impossibilità a integrarsi. " L'hygge è una cosa molto danese. Non si tratta solo di mangiare insieme. E' un sentimento che solo i danesi provano. Non posso sperimentare l'hygge con loro perché ho sempre la sensazione di essere diversa,  ma non è un problema, ogni posto ha la sua cultura e il suo stile di vita".

Intimità all'estremo

Da anni, gli studiosi analizzano l'uso dell'hygge come strumento di esclusione sociale. L'antropologo danese Jeppe Trolle Linnet ha scritto che "l'hygge stabilisce la sua propria gerarchia di comportamenti, e ne consegue che gruppi sociali vengano stereotipati negativamente e considerati inadatti ." Secondo il Professore Daniel Grimley dell'Università di Oxford, il problema non risiede nel concetto di hygge, ma piuttosto nel modo in cui viene inteso, in particolare come scelta di vita dalla cultura occidentale : " Teoricamente può rappresentare un'insularità che peggiora velocemente" aggiunge Grimley.

Egli sostiene che la Danimarca si sia mostrata in genere sempre molto accogliente nei confronti dei non danesi, e solo di recente sia diventata più diffidente e, in un certo senso, esclusiva. E' un problema comune, non solo in Scandinavia, ma anche in tutta Europa, ed è correlato all'attuale crisi dei rifiugiati, la quale spinge i Paesi del continente ad adottare politiche migratorie più severe e a chiudere le frontiere. Lotte Folke Kaarsholm , un editor del giornale danese Information, ha dichiarato al Guardian nel novembre dello scorso anno: " E' ovvio che l'hygge escluda. Il problema generale in Scandinavia è che questi paesi possono lavorare seriamente solo se si chiudono le frontiere".  

Questo aspetto esclusivo dell'hygge non lascia sorpresi. Esso riflette i forti sentimenti xenofobi che si diffondono oggi in tutta la Scandinavia e anche al di fuori. Sono le regole stesse dell'hygge a imporre omogeneità culturale: per esempio, la regola di accettare pochi stranieri in una stanza. " L'idea di un ambiente domestico protetto, chiuso in sé stesso, può determinare un rafforzamento dei confini fisici e politici, soprattutto se tale ambiente si ritrova compromesso o minacciato" spiega Grimley.

Uno sguardo al programma di estrema destra del Partito del Popolo Danese (DPP- Danish People's Party) rivela la sua determinazione e il suo impegno nel proteggere la cultura e l'eredità danese contro "l'attacco di immigranti e stranieri". Il sentimento dominante del partito e dei suoi sostenitori è il disprezzo per le ideologie e i valori stranieri, considerati come una minaccia ai loro ideali culturali e alle loro comunità. Secondo Thomas Dencker e Kevin Ramser dell'ONG Humanity in Action :" Il partito del popolo è diventato anche estremamente controverso per la sua retorica e la sua propaganda, le quali hanno contribuito alla creazione dell'immagine degli immigrati e dei musulmani come una minaccia particolarmente pericolosa per la società e la cultura danese.

Una posizione anti-immigrati non è più dominio esclusivo dei politici di estrema destra - loro urlano semplicemente più forte degli altri. Lo scorso anno, la Danimarca ha approvato una legge che autorizza le autorità a confiscare beni di valore superiore ai 1.450 dollari ai richiedenti asilo in cambio del loro mantenimento da parte del governo . Ad agosto, il governo ha tagliato il 45% delle agevolazioni sociali a immigrati e stranieri,  una mossa definita "sussidio di integrazione". Per diffondere tale messaggio, il governo ha pubblicato su un giornale Libanese questa notizia in modo da spargere la voce persino nei più grandi campi profughi.

Censura e tabù

L'avversione per gli stranieri deriva dalla paura che i rifugiati e gli immigrati possano distruggere l'eredità culturale della Danimarca. Tuttavia Nielsen, una co-organizzatrice della casa di produzione di documentari Doc Lounge, che fornisce una visione documentaria in stile hygge , non è d'accordo. Afferma: " La cultura hygge consiste in un'atmosfera intima, accogliente e piacevole, ecco perché candele, torte, vini e fiori sono importanti; non si tratta di razza". Non pensa che essa promuova l'esclusione, anzi, ritiene che faccia sentire tanti ospiti internazionali rilassati e a casa.

Eppure, il relax ha un suo tabù. Nei momenti hygge tutti i dibattiti intellettuali, i temi controversi e le discussioni sui problemi personali sono censurati. Questo avviene  perché si sostiene che discutere di tali questioni disturbi l'atmosfera rilassata all'interno del "bozzolo felice". Nel suo libro Mirror, Shoulder, Signal , Dorthe Nors ammette che l'hygge sia bella e pericolosa allo stesso tempo, con l'obiettivo di ottenere consenso ed evitare qualsiasi conflitto o scontro, come le diverse culture vorrebbero. Per gli stranieri, potrebbe essere difficile stare bene in un ambiente in cui gli argomenti che li riguardano non sono ben accetti.

Siana Ivanova viene dalla Bulgaria e vive da sette anni ad Aarhus, la seconda città più grande della Danimarca. Conferma che i danesi non sentono il bisogno di includere più persone nella loro vita e che l'hygge sia un modo per rimanere nella loro comfort zone. Siana è arrivata qui per studiare all'università e ha deciso di rimanere. Fino ad oggi, ha solo due amici danesi, ad eccezione dei colleghi di un bar in centro. " Fanno parte del mio gruppo di capoeira, non sono dunque danesi stereotipati" sorride, " Abbracciando la cultura brasiliana, sono già usciti dalla loro comfort zone; è stato più facile per me entrare nella loro vita". Siana non considera un problema il fatto che la Danimarca non includa le persone " Va bene così, ma non si finga di essere una società accogliente, è una contraddizione" conclude.

Ritorno alle origini.

Una retorica anti-immigrati viene propugnata ferocemente dai politici di estrema destra, suscitando dibattiti su cosa significa oggi "essere danesi". In passato bastava contribuire in maniera produttiva a dare alla società un senso di identità e di appartenenza. Ma adesso, apparentemente, conta solo la discendenza di sangue. " Il tentativo di rivendicare " la vera identità danese" può tramutarsi rapidamente in motivo di esclusione. In un certo modo, noi dobbiamo superare il paradigma di nazione e di razza, soprattutto nell'era del dopo Brexit e del post- Trump" sostiene Grimley.

Grimley invoca una nuova hygge, con un sapore più umano. E' lì, secondo lui, che risiede il valore e il significato etnologico reale del mondo; non in candeline e in comfort materiale, ma nella gentilezza e nella compassione umana. "L'Hygge dovrebbe includere attenzione e accettazione degli altri, non solo di quelli a noi più vicini. Penso che questo si avvicini di più al suo significato originario. E mi auguro che si possa riacquistare lo spirito di tolleranza e di apertura che caratterizzava il modello sociale danese dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ciò ha reso la Danimarca una grande nazione sotto molti punti di vista" conclude Grimley. Solo così può esserci una vera hygge.