Noëlle Lenoir: «L’Europa non è uscita dal tunnel»

Articolo pubblicato il 09 luglio 2009
Articolo pubblicato il 09 luglio 2009
Il 31% dei lettori di cafebabel.com che ha partecipato ad un sondaggio sul nostro sito si augura che l’Unione Europea adotti le 35 ore come soluzione alla crisi economica. L’ex Ministro francese delle Relazioni Europee, Noëlle Lenoir, commenta questo risultato.

L’Unione Europea deve rimboccarsi le maniche per combattere la disoccupazione. La constatazione è semplice, ma come fare? Lo abbiamo chiesto ai lettori di cafebabel.com. Tra le soluzioni consigliate, al primo posto, con il 33% dei voti, troviamo la proposta di generalizzare la flessicurezza (situazione nella quale la sicurezza e la flessibilità si rafforzano a vicenda, ndr) alla danese (33%), seguita da quella delle 35 ore. Il 17% ritiene che sia necessario limitare l’afflusso dei lavoratori non comunitari… Noëlle Lenoir analizza queste risposte.

Questi risultati sono realistici?

(DR)Il sondaggio è interessante perché mostra degli europei meno cauti, a discapito di quello che avrebbe fatto credere la loro paura del futuro. Da un lato, il fatto che la stragrande maggioranza degli intervistati ritenga che la crisi non sia passeggera, riflette un’innegabile consapevolezza della stretta relazione tra questa crisi ed il sistema nel quale viviamo. Anche se le banche d’investimento sono di nuovo in pista per ridare impulso e finanziare i progetti, è difficile affermare che l’Europa sia uscita dal tunnel. Ognuno è consapevole che la spirale di disoccupazione non ha ancora finito il suo corso, e che i più giovani saranno i più colpiti. Le inquietudini si concentrano su questo problema e l’Europa sembra essere invitata a rispondere, anche se le sue competenze sono estremamente limitate in materia di lotta contro la disoccupazione. L’azione dei fondi come quelli del Fse o del Fondo di adattamento alla globalizzazione non può che essere marginale. Pertanto, l’Europa è chiamata ad agire!

D’altra parte, gli europei hanno smesso di credere che la soluzione sia quella di sbattere la porta in faccia ai lavoratori stranieri. Si ricordi lo slogan sull’invasione degli “idraulici polacchi” in Francia, arrivati numerosi per impadronirsi dei nostri tubi e per prendersi i nostri impieghi! Questo slogan ha fatto scalpore all’epoca della campagna referendaria del 2005 e ha contribuito, a mio avviso, all’altisonante “no” di cui abbiamo triste memoria. Eh sì, questo “no”, o meglio le ragioni del “no” si stanno attenuando. Questo è rassicurante, perché significa che le tendenze nazionaliste – che si sono manifestate in certi paesi, tra cui i Paesi Bassi, l’Ungheria e la stessa Gran Bretagna – sono state finalmente ben contenute.

Inoltre, le soluzioni, proposte dagli uni e dagli altri, rispecchiano le esitazioni e la diversità. Tuttavia molti cittadini europei sono stati d’accordo sull’accettare delle soluzioni pragmatiche più flessibili per il funzionamento del mercato del lavoro.

Una minoranza, il 10%, non pensa che lavorare di più permetterà di combattere la disoccupazione. Di certo, la crisi finanziaria che ha mostrato i profitti della speculazione ad una gran parte della popolazione europea, ha distolto i cittadini dal “lavorare di più per guadagnare di più”. Questo significa che la società in cui viviamo non ha intenzione di fare a meno del suo “diritto al divertimento”. Meno di un terzo (29%) vorrebbe vedere ancora ridotto l’orario di lavoro. Vedremo le conseguenze dei problemi di trasporto e di urbanizzazione che obbligano gli impiegati a fare dei tragitti insensati per andare dalle loro abitazioni al loro luogo di lavoro? Vedremo le rivendicazioni familiari di quelli che sperano di avere più tempo per i loro bambini? Vedremo – e questo sarà spiacevole – la volontà di ancorarsi ad una società di divertimenti, rifiutando il contributo di ognuno alla ricchezza di tutti? Come saperlo? A dire la verità, questa risposta mi lascia perplessa.

Invece, il 37% degli intervistati, quelli che sono pronti alla flessicurezza alla danese, si augura un’evoluzione vigorosa riguardo l’idea che sia necessario più pragmatismo nell’attuale visione del mercato del lavoro. Io ci vedo una presa di coscienza perché sarà sempre meno frequente mantenere lo stesso lavoro per tutta la vita. Gli europei, quindi, si preparano al cambiamento. È arrivato il momento, infatti, perché il resto del mondo, e in particolare i paesi emergenti, non ci aspetterà!

Rispondere sì o no ad un sondaggio come questo non renderà pronti a delle riflessioni globali. Ma io trovo molto rassicurante che si registri la predisposizione ad un miglior adattamento ai cambiamenti, e ad una uguale accettazione verso l’apertura delle frontiere dell’Europa. Questo è indispensabile, se non vogliamo essere i grandi perdenti nel gioco della globalizzazione.

Questo articolo è stato realizzato in partenariato con il Circolo degli Europei.