Nicola Ottomano: «La mia vita? Una grande fotografia del mondo»

Articolo pubblicato il 23 dicembre 2014
Articolo pubblicato il 23 dicembre 2014

Da oltre sessant’anni il castellanese Nicola Ottomano racconta il mondo attraverso i suoi scatti fotografici, tra dimensione privata ed enfasi documentaristica. «Il mio viaggio più bello? Il giro del globo in aereo».

Per fare il giro del mondo ha impiegato meno di 80 giorni. In compenso da 66 anni Nicola Ottomano, fotografo di Castellana Grotte (Bari) fa della sua vita un continuo viaggio alla scoperta di se stesso attraverso le culture altre. Galeotta la passione per la fotografia. «Ho cominciato a otto anni e mezzo, nel giugno del ‘40. A causa della guerra le scuole chiusero. Mio padre mi disse che non potevo rimanere in mezzo ad una strada. E così mi consigliò di imparare il mestiere di fotografo». Adesso Nicola ha deciso di raccontare la sua vita in una mostra fotografica nella quale sono raccolti i suoi scatti più belli e significativi. Predominano Mali, Senegal, Yemen, Australia, Cina, Sudamerica, Stati Uniti e Kenia. Ogni immagine tradisce l’emozione dell’incontro con l’altro, come la pennellata di un pittore impressionista. Dalle bambine delle tribù Masai ai fotografi peruviani, dai paesaggi americani ai templi orientali.

Alla scoperta del mondo

Il primo viaggio nel 1952, a bordo di una Fiat 500, alla volta di Italia e Svizzera. Quattro anni dopo Nicola apre il suo primo studio fotografico. Da allora la sua vita è diventata una continua ricerca. Ma il mondo comincia soprattutto dalla sua amata terra, che decide di ritrarre fedelmente in alcune vedute cimentandosi nel campo delle cartoline illustrate. Un genere allora all’avanguardia, che gli ha consentito di far conoscere la Puglia anche all’estero. L’anno chiave è il 1985, quando con suo fratello Donato decide di compiere il giro del mondo in aereo. Più di 15 i Paesi toccati in 27 giorni.

Meta preferita la Thailandia, con i suoi caratteristici agglomerati urbani nevrotici e sovrappopolati che si contrappongono ai templi nelle campagne, dove la vita sembra scorrere ancora in modo ancestrale. Ma, per l'esposizione, Nicola ha deciso di mostrare soltanto una piccola parte dei suoi scatti. Nel suo studiolo infatti conserva decine di album fotografici nei quali sono immortalate foto che alternano la dimensione privata del viaggio ad un’ansia documentaristica ossessiva e molto puntigliosa. È il caso dei riti funerari in Polinesia, o degli sterminati paesaggi canadesi. E che dire del coast to coast da New York a Vancouver?

L’effetto "11 settembre"

La voglia di viaggiare è per Nicola un'esigenza di vita. Perfino quando sembrerebbe impossibile, come nel caso dell'11 settembre 2001. Anche perché, in quel caso, la meta prescelta non era delle più consuete. «Avevamo programmato un viaggio in Uzbekistan ma in molti decisero di ritirarsi, così rimanemmo solo in sette. Io, però, non avevo nessuna voglia di rinunciare». L'attacco all'Afghanistan sarebbe avvenuto poche settimane dopo. Di quell'esperienza ricorda soprattuto la grande paura che si respirava per le strade. «Guardavamo tutti le immagini dell'attacco alle Torri gemelle su qualche vecchio televisore. La gente era terrorizzata. Solo in Yemen me la sono vista brutta. Paese affascinante, ma molto pericoloso».

Nel 2006, dopo 66 anni, Nicola ha chiuso il suo studio fotografico ma non ha messo in soffitta l'idea di visitare altri luoghi. «Finché le gambe reggono». Per lui il viaggio più bello è sempre il prossimo. Perché, in fondo, la sua vita va al ritmo di uno scatto fotografico intorno al mondo.