Nick Mulvey, un talento libero e istintivo

Articolo pubblicato il 01 maggio 2014
Articolo pubblicato il 01 maggio 2014

A soli 26 anni é stato nominato per il premio Mercury. Poco dopo, ha deciso di lasciare il gruppo di cui faceva parte per continuare la carriera da solista. Oggi, Nick Mulvey è considerato come una delle giovani promesse dell’anno dalla BBC. Lo abbiamo incontrato in un piccolo hotel vintage di Parigi e abbiamo parlato del suo nuovo album e dell’istinto libero che si cela dietro la sua musica.

Ar­ri­va ve­sti­to con una ca­mi­cet­ta nera a ma­ni­che corte e dei jeans lo­go­ri, men­tre si av­vi­ci­na con i suoi sti­va­li di pelle mar­ro­ne, una col­la­na di perle al collo e un mezzo sor­ri­so. Si trat­ta di Nick Mul­vey, una delle pro­mes­se mu­si­ca­li del 2014 se­con­do la BBC. Ep­pu­re visto da vi­ci­no, col suo sguar­do sin­ce­ro, sem­bre­reb­be un tipo or­di­na­rio, un ra­gaz­zo "del suo tempo". Ed è pro­prio così. Lui stes­so si de­fi­ni­sce "un ra­gaz­zo nor­ma­le della sua ge­ne­ra­zio­ne". Il suc­ces­so che sta ri­scuo­ten­do, però, è fuori dal co­mu­ne. Ci in­con­tria­mo a Pa­ri­gi, dove il mu­si­ci­sta si trova per al­cu­ni gior­ni, nel mezzo del suo tour eu­ro­peo per pro­muo­ve­re "First Mind", se­con­do album che usci­rà i primi gior­ni di mag­gio dopo "Fever To The Form", il primo EP che ha pro­dot­to da so­li­sta.

Que­stio­ne d'in­tui­to

In qual­che modo, la sua se­con­da opera de­scri­ve il suo modo di la­vo­ra­re e di ve­de­re il mondo, come ri­co­no­sce lui stes­so. "Quan­do com­pon­go co­min­cio dalla mu­si­ca, dai suoni, e dopo passo alle pa­ro­le... Passo dal caos al­l'or­di­ne. Dalla 'feb­bre alla for­ma', è da qui che co­min­cio a crea­re", spie­ga Mul­vey. "Dalla feb­bre alla forma é il modo in cui rap­pre­sen­to il caos della vita nella mu­si­ca. Tutto ar­ri­va col sen­ti­men­to, l'ho sco­per­to dopo aver­lo fatto per anni".

A quan­to pare, l'in­tui­zio­ne gioca un ruolo fon­da­men­ta­le nella vita di Mul­vey. "Tutto quan­to ha a che fare con l'i­stin­to, con l'in­tui­zio­ne. La mia ispi­ra­zio­ne ri­guar­da lo spa­zio, il luogo in cui nor­mal­men­te la tiro fuori”, ci con­fes­sa il mu­si­ci­sta. “Vo­glio stac­car­mi dal mondo che mi cir­con­da e la­scia­re che l'i­spi­ra­zio­ne ar­ri­vi. Ov­via­men­te il mio pas­sa­to, la mia cul­tu­ra, la mia espe­rien­za, sono parti fon­da­men­ta­li della mia vita, ma non vo­glio pia­ni­fi­ca­re nulla, non vo­glio pen­sarci". E il posto in cui in cui tutto que­sto ac­ca­de si trova in un pic­co­lo stu­dio di East Lon­don. È qui che il gio­va­ne si la­scia tra­spor­ta­re da tante in­fluen­ze mu­si­ca­li e dove poi com­pi­la gli spar­ti­ti della la sua mu­si­ca. 

Anche que­sta volta, come sem­pre, senza pre­ven­ti­va­re il ri­sul­ta­to. Nien­te da cal­co­la­re si­gni­fi­ca, in­fat­ti, nien­te da con­trol­la­re. E se il ri­sul­ta­to, alla fine, è così buono, lo si deve pro­prio al fatto che non fosse stato ri­cer­ca­to o pre­vi­sto. "Il ri­sul­ta­to viene da sé, sem­pli­ce­men­te", sot­to­li­nea. No­no­stan­te ri­co­no­sca di es­ser­si sen­ti­to "molto lu­sin­ga­to" per la men­zio­ne della BBC e per es­se­re stato in­clu­so "nella stes­sa lista di altri mu­si­ci­sti che am­mi­ra", Mul­vey ri­tie­ne che la so­stan­za "non cambi molto". "Avrei con­ti­nua­to allo stes­so modo con o senza ri­co­no­sci­men­ti, per­ché non im­por­ta quel­lo che ot­tie­ni, e le op­por­tu­ni­tà che ti si pre­sen­ta­no, visto che alla fine è tutto una spe­cie d’il­lu­sio­ne… Devi se­guir­la muo­ven­do­ti, devi crea­re", con­clu­de, men­tre spa­lan­ca gli occhi.

E se c'è qual­co­sa in par­ti­co­la­re che ha pla­sma­to il gio­va­ne mu­si­ci­sta è stato il viag­gio con­ti­nuo che gli ha per­mes­so di as­sor­bi­re tutte le cul­tu­re che ha co­no­sciu­to in giro per il mondo. A 19 anni è an­da­to a Cuba a stu­dia­re mu­si­ca, un'e­spe­rien­za che de­fi­ni­sce, coe­ren­te­men­te, "molto istin­ti­va". "In qual­che modo mi sono in­na­mo­ra­to del paese. Non penso si trat­ti della rea­liz­za­zio­ne di un'u­to­pia, ma sono ri­ma­sto col­pi­to da come ‘l'al­ta cul­tu­ra’ sia tanto ac­ces­si­bi­le alla gente co­mu­ne", spie­ga.

E un po' di quel­lo che ha im­pa­ra­to a Cuba e in altri posti come Zan­zi­bar, il Bra­si­le o la Mon­go­lia, lo si po­te­va già tro­va­re nei temi di "Fever to the form", per quan­to non sem­pre "in forme sem­pli­ci", come spie­ga Mul­vey. Il gio­va­ne ci spie­ga anche il suo pro­ces­so crea­ti­vo. "La mia mu­si­ca ha in­fluen­ze mol­te­pli­ci, dal folk tra­di­zio­na­le alla mu­si­ca ce­ri­mo­nia­le 'n­bi­ra, dalla mu­si­ca isla­mi­ca ai clas­si­ci mo­der­ni di New York". Que­sto cit­ta­di­no del mondo si é dis­se­ta­to da tutte que­ste fonti, in­na­mo­ra­to della mu­si­ca sin da bam­bi­no (sua nonna è pia­ni­sta e sua madre can­tan­te di opera) e, alla ri­cer­ca af­fan­no­sa di nuove me­lo­die, ha stu­dia­to Et­no­mu­si­co­lo­gia alla Scuo­la di Studi Orien­ta­li e Afri­ca­ni di Lon­dra. 

L'in­ti­mi­tà della mol­ti­tu­di­ne 

No­no­stan­te abbia viag­gia­to tanto, il gio­va­ne in­gle­se con­fes­sa di non avere "un'o­pi­nio­ne ri­guar­do al­l'Eu­ro­pa". "Non ho un sen­ti­men­to d’i­den­ti­tà eu­ro­pea, non ho ne­ces­sa­ria­men­te una mia idea in pro­po­si­to, ho solo vis­su­to espe­rien­ze di­ver­se in tanti paesi", con­fes­sa. " A Na­po­li sono ri­ma­sto col­pi­to nel ve­de­re che le fa­mi­glie si pre­sen­ta­va­no al com­ple­to per ve­de­re il mio con­cer­to. Dai nonni ai ni­po­ti, erano tutti molto ele­gan­ti e de­si­de­ro­si di es­se­re coin­vol­ti”. E qui Mul­vey si ri­fe­ri­sce alla "con­nes­sio­ne" che si crea tra il pub­bli­co e l’ar­ti­sta. "Il prin­ci­pio di base è con­ti­nua­re a pro­va­re, seguo solo quel­lo che m’in­te­res­sa, cerco nel sub­con­scio, a quel­la sorta di co­scien­za se­con­da­ria, e il mes­sag­gio, alla fine, viene da solo", ci spie­ga. "Credo che la mu­si­ca sia una forma di te­ra­pia, che fa bene agli altri e a me stes­so, mi estra­nea dalla real­tà. È come ti­ra­re un pro­fon­do re­spi­ro". Ha solo 26 anni, sta at­tra­ver­san­do l'Eu­ro­pa per pre­sen­ta­re il disco e poi par­ti­re in tour, ma con una mol­ti­tu­di­ne di espe­rien­ze alle spal­le e, no­no­stan­te tutto, è un ra­gaz­zo sem­pli­ce a cui piac­cio­no le cose sem­pli­ci, quel­le quo­ti­dia­ne. Un tipo tran­quil­lo che guar­da al fu­tu­ro con ot­ti­mi­smo, che non co­no­sce il pros­si­mo passo, ma che ha ben in mente cosa vor­reb­be in­con­tra­re, stra­da fa­cen­do. "Vedo il fu­tu­ro come una mol­ti­tu­di­ne enor­me e si­len­zio­sa, penso alla sen­sa­zio­ne di avere un gran nu­me­ro di per­so­ne in­tor­no a me, in si­len­zio. È que­sto che mi emo­zio­na, l'in­ti­mi­tà che porta con sé una gran­de mol­ti­tu­di­ne".

Cu­cu­ru­cu. Nick Mul­vey, 2014.