Niccolò Ammaniti e il suo ultimo romanzo ambientato in Sicilia

Articolo pubblicato il 09 aprile 2016
Articolo pubblicato il 09 aprile 2016

Cafèbabel ha assistito all’incontro coordinato dalla libreria indipendente Modusvivendi in collaborazione con il cinema Rouge et Noir. Focus dell'incontro Anna, ultimo romanzo dello scrittore romano, ambientato in un entroterra siciliano selvaggio, tra scofinati campi, antichi ruderi e misteriosi boschi.

"Ore 18.00 - Cinema Rouge et noir - Niccolò Ammaniti – Anna - oggi 4 aprile".

Queste le paroline magiche che canticchio mentre in bicicletta pedalo per arrivare puntuale, rischiando la mia vita e quella altrui. Piazza Verdi, poca gente fuori. "Che sia già iniziato?" chiedo all'istante a un'organizzatrice della libreria indipendente Modusvivendi. Nega indicandomi un uomo con una maglietta verde, e mi sussurra che “lui” è ancora lì. Non vedo e insisto: “Chi, l'autore?”. Lei punta il dito e finalmente eccolo seduto sulle scale all'entrata del cinema. A quel punto lo fisso con un'espressione a metà tra la sorpresa e l'idiozia, ricambiata dal suo sguardo meditabondo.

Ammaniti è lì, vestito casual, un po' stanco forse: umano, autentico. Conversa tranquillamente con un signore accanto a lui, l'intervistatore/regista Roberto Andò, mentre altri lo fotografano, lo salutano, gli stringono la mano. Lui sorride, non si infastidisce ringhiando scontroso (o, se è così, lo cela con grande nonchalance). Un po' come un personaggio del suo ultimo libro, Coccolone.

Quando cominciamo, la sala è gremita di gente di ogni tipo. Le poltrone rosse del cinema fanno risaltare per contrasto noi spettatori/fan/curiosi/lettori, vestiti tutti con tonalità differenti. "Un po' come nelle asimmetrie e nei cromatismi più accentuati che caratterizzano i suoi libri", penso. Sul palco è allestita una scenografia vintage ed essenziale: qualche poltrona, comodino, libreria, un tappeto. Il liberty palermitano fitto di contaminazioni rievoca l'ordine nel disordine caro allo scrittore. Gli ultimi secondi di assestamento: qualcuno siede in ritardo, una tosse random. "Che la festa cominci!", come nel titolo di un suo romanzo.

Andò: Perché nello specifico la Sicilia? Com'è nata questa scelta?

Ammaniti: All'inizio non sapevo dove ambientare il libro e poi ho capito che lo dovevo ambientare qui, non solo perché mi piace la Sicilia, ma perché funziona per le esigenze della trama: il fatto che sia un'isola che nel libro bisognava attraversare per vedere cosa ci fosse dall'altra parte combaciava. 

AndòAmmaniti è uno scrittore che parla del suo paese. Tutti gli scrittori alla fine devono parlare del proprio paese, anche quando scrivono di realtà parallele più o meno possibili.

E così, in un “courant de conscience, il narratore comincia a parlare. Come davanti a un caffè tra amici, racconta dei suoi viaggi fantastici, che lo hanno portato a descrivere la sua personale India in uno dei suoi libri. L'intervistatore e l'intervistato evidenziano più volte che la scrittura ha l'esattezza di un cartografo, pur disegnando mondi fantastici. Tutto è corrispondente e noi ci ritroviamo possibili abitanti.

L'Enciclopedia Treccani ci aiuta con il termine “biosofia”, per indicare una nuova materia aldilà di idealità e obiettività, per afferrare la coesione più profonda e al contempo più strutturata dei diversi eventi della vita.

Andò: Nel retro copertina è riportata questa frase: “La vita non ci appartiene, ci attraversa” e vorrei chiedere: è una sigla dell'infanzia o della vita in senso lato?

Ammaniti:  La sensazione che la vita ci attraversa è qualcosa di filosofico che può aiutarci ad affrontare il percorso. L'idea che dobbiamo viverla appieno, nonostante la bruttezza. A un certo punto, nel libro, Anna si innamora di un ragazzo, e riflettendo afferma che i cani, in fondo, in 14 anni fanno tutto – nascono, vivono, si riproducono – mentre noi umani siamo così legati all'idea che questa vita non finisca mai da obliare l'essenza della vita, quella quotidiana. È un pensiero molto antico ma mi sembrava molto importante.

Questo e altro Ammaniti indaga nei suoi libri. Solitamente con una vena di tragicità – e anche Anna per molti versi la possiede – ma a differenza degli altri romanzi, nel finale di Anna sembra emergere della speranza. "Indole tragica come nell'arte del norvegese Munch", penso. In effetti, l'idea che nella realtà non vi sia soltanto la natura bella ma anche la natura violenta e distruttiva è un pensiero noto nella storiografia dell'umanità. Ma la fiducia conclusiva di quest'ultimo libro, allora? Questa sorta di verismo simbolico? Nel simbolismo, è decisivo il percorso di Gauguin, per la presenza di immagini dove aleggia sempre l'elemento primigenio, arcaico. «Mi ha sempre stupito la capacità dell'uomo di trovare l'ottimismo in condizioni devastanti: penso alle lettere degli ebrei o all'idea che farla finita è proprio l'ultima speranza. Perché, in fondo, anche la vita peggiore vale la pena di essere vissuta», conferma Ammaniti.

Il discorso si sposta anche sull'adolescenza, così presente nella sua opera. In Anna c'è il macrocosmo dell'infanzia, del varco della pubertà. Tuttavia, a differenza delle adolescenze dove ci si affranca dai genitori tramite il conflitto, «[...] qui il mondo adulto non c'è, e dunque tutto è in rapporto all'assenza», asserisce Andò. Un'altra peculiarità riguarda il femminile. Nei suoi libri i protagonisti sono in prevalenza maschili. «In questo volevo quindi qualcosa che non avevo mai affrontato, una protagonista femminile, una ragazza» spiega l'autore, perché le ragazze a quell'età sono più sveglie, più pratiche rispetto ai ragazzi. «Un lavoro difficile, perché solitamente quando tratteggio un personaggio provo ad immedesimarmi, a chiedermi: “cosa proverei se succedesse a me? Come agirei?”. Ma non ci riuscivo, che ne so io della prima mestruazione? E qui si doveva trovare la chiave, preziosa per interpretare i personaggi distanti da sé».

AndòCosa ti ha aiutato a tal proposito? 

Ammaniti: Mi sono detto: “se non posso essere lei, sarà la ragazza di cui mi sarei innamorato a 13 anni”. A quell'età mi piacevano le ragazzine ostinate, “maschie”, che in qualche modo mi spiazzassero. La cosa particolare è che il personaggio ha cominciato a vivere di vita propria, ho sentito di costruire la pista dove farla muovere. Sennonché Anna assumeva sempre più un suo carattere, e in certi momenti sentivo che fosse proprio indipendente, stanca, come a dire “adesso basta, adesso dammi un posto dove posso stare bene”. Non a caso è successa una cosa. Ci sono momenti in cui scrivo quattro frasi appena sveglio, poi elimino tutto perché non sono soddisfatto, e scrivere diventa un parto; altre in cui invece scrivo pagine e pagine di getto e ne sono soddisfatto. Questo è successo per il finale di questo libro. 

Cafébabel: Seguendo l'intervista, Roberto Andò diceva che il percorso per arrivare alla scrittura non è stato immediato, e che da un punto di vista professionale sei un biologo.

Ammaniti: Non sono un biologo, ho studiato biologia, neanche mi sono laureato.

Cafébabel: Ed è una cosa che comunque viviamo tutti, cioè iniziamo con degli studi, pensando che siano questi che ci porteranno al lavoro che faremo, invece nel frattempo facciamo mille altre cose, senza sapere mai consapevolmente qual è la nostra strada, qual è il linguaggio con cui vogliamo esprimere il nostro mondo interiore. Quindi mi chiedo: quando ti sei reso conto che era il tuo mezzo? O meglio, magari hai iniziato così casualmente, ma quando hai avuto la consapevolezza? È stata una folgorazione?

Ammaniti: No, quando mi hanno fatto dei contratti e mi hanno pagato (risate plateali). Le cose diventano sensate quando gli altri ne riconoscono il valore. Io con la scrittura ho sempre avuto la sensazione che fosse la mia strada, ma senza dirlo a nessuno, timidamente. Poi arriva un momento in cui vuoi condividerlo con altri: qui ci vuole la famosa “botta di culo”, che qualcuno vi riconosca del talento. A proposito, devo ringraziare i miei genitori che mi dicevano sempre che non avevo nessun talento (ride tutta la sala), e questo mi ha spronato, mi ha spinto poi a cercarlo. Ci sono quei genitori che si vantano sin da quando i loro figli sono piccoli della loro genialità e tutti gli altri sanno che non è affatto così, o nel tempo questa genialità viene smentita, e quelli che invece ti dicono che fai schifo. Ma è necessario questo per spronarti.

A quel punto interviene uno spettatore in prima fila: "E io che pensavo di avere avuto una brutta infanzia...".