Nell’occhio dell’IRA

Articolo pubblicato il 16 novembre 2002
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Articolo pubblicato il 16 novembre 2002

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Da poche settimane il controllo dell’Ulster è tornato nelle mani di Londra, ma negli occhi sono vive anche le immagini di un recente film…

Da poche settimane il controllo istituzionale delle sei contee dell’Ulster, Londonderry, Antrim, Down, Armagh, Tyrone, e Fermanagh sono tornate ad essere amministrate direttamente da Londra ponendo momentaneamente fine alle conquiste del trattato di Belfast del 1998 ed alle speranze che si erano create dopo il recente disarmo dell’IRA. La pietra caduta sulla strada verso la pace è stata gettata da due deputati dello Sinn Féin, accusati di essere spie dell’IRA. Forse è stata inevitabile la scelta presa a Downing Street: inaccettabile che i membri di un parlamento si accostino ad un gruppo terroristico. Tante volte in precedenza, anni di sforzi per sedersi attorno ad un tavolo erano stati spazzati via in un battito di palpebra. Un secondo, un’esplosione nella quale il sangue prende il sopravvento sulla ragione e il lavoro di anni s’incenerisce. Più o meno negli stessi giorni nel buio di una sala cinematografica veniva fatta luce su un’altra scelta delle autorità inglesi. Derry, 1972, 24 manifestanti disarmati ed inermi colpevoli di chiedere di poter esprimere i propri desideri, di essere rappresentati a casa loro da chi volevano loro, di poter scegliere liberamente la scuola dove mandare i propri figli e l’abitazione sicura dove poter dormire la notte, vennero assassinati da reparti speciali inglesi che ritennero assurde quelle richieste elementari e in quel maledetto giorno decisero di aprire il fuoco ad altezza d’uomo. La scelta delle truppe inglesi ricevette anche gli onori da parte della Regina, una medaglia come ricompensa per il loro coraggio, davvero ammirevole. E' in domeniche come quella di Derry che l’IRA crebbe, che trovò consensi, proseliti e uomini disperati con le spalle al muro pronti a spargere sangue perché tante volte i loro padri avevano versato lacrime nella lotta per veder loro riconosciuta una patria nella battaglia per riappropriarsi di una dignità calpestata e conquistare degli elementari diritti. L’occupazione inglese dell’Irlanda ebbe inizio nel 1171 con l’invasione normanna e a lungo l’umanità ha testimoniato persone divenire vecchie, amaramente sconsolate, dalla continua inabilità della specie più potente della terra nell’affrontare le continue conseguenze negative delle sue stesse azioni dove la sporcizia dell’esistenza è reale e non figlia della fantasia che si respira in qualche film. Occupazioni di terre, spogliazioni di diritti, i massacri cromwelliani, leggi faziose, la grande carestia, la coscrizione, la partizione, la segregazione, scioperi della fame, l’introduzione della legge marziale furono tutte drammatiche vicende reali in carne ed ossa. Agli inizi dell’ottocento compare nei vocabolari delle camere britanniche l’home rule, l’autogoverno. Ne parlo perché esplicativo del modo in cui troppo spesso si sono affrontate le vicende irlandesi, trattate sempre nell’ottica degli interessi inglesi e quasi mai in quella del popolo d’Irlanda. Da questo punto non si può prescindere. “L’autodeterminazione dei popoli non è una mera frase. E’ un principio d’azione imperativo. Una legge comune per le nazioni, grandi e piccole, - fondata sulla volontà delle nazioni – per rendere rari i duelli” Queste parole vennero pronunciate da Woodrow Wilson nel 1918. “Se questo il suo scopo allora Dio le tenderà la mano e l’accompagnerà tra i nobili della storia”, fu la risposta di Eamon de Valera, da dietro le sbarre della prigione di Lincoln. L’autodeterminazione rimase una parola con cui tanti uomini di stato vendendo un sogno si sarebbero in futuro sciacquati il palato nella speranza illusoria di nobilitarsi. Il 1921 sancì l’indipendenza irlandese, ma anche la partizione, che escluse le sei contee (il paradosso è che gli abitanti di Antrim e Down solamente tre anni prima avevano manifestato attraverso un voto la loro volontà di separarsi dall'Inghilterra!) dallo stato libero, e lo scoppio della guerra civile che gettò sull’isola il calice avvelenato che sorseggiato negli anni futuri avrebbe insanguinato parte dell’Ulster.

Dopo l’11/09/2001 nelle relazioni internazionali si parla di dare una definizione al terrorismo. Onestamente credo sia importante comprendere il terrorismo non dargli un’etichetta o trovare un post-it da applicarvi. Le campagne per i diritti civili sorte negli anni sessanta nell’Irlanda del Nord, non chiedevano di annettere all’EIRE le contee dell’Ulster di maggioranza protestante, ma erano richieste di diritti, domande per il riconoscimento di una umana dignità. Si chiedeva democrazia. Il bene più prezioso che l’essere umano abbia mai conquistato, e difeso al costo di chissà quante vite nei secoli, non venne “esportato” dalla democratica Inghilterra. Queste voci non vennero ascoltate, furono ammutolite nel sangue e scalciate negli scantinati dell’indecenza e tutto ciò rese fertile il terreno del terrore su cui crebbe l’IRA. Le vie che portarono all’inferno erano state lastricate questa volta da cattive intenzioni.

Il terrorismo apre la porta a grandi interrogativi, le cui risposte, forse, non hanno tempo. Garantire ad un popolo il diritto di esprimere i propri desideri e vivere in accordo con essi è apparentemente un diritto elementare, ma talvolta ha bisogno della violenza per essere riconosciuto. E’ lecito il ricorso alle armi se la causa è “buona”? Si può utilizzare la forza come mezzo per conquistare la libertà? Qual’è il punto fin dove si può arrivare per resistere ad un potere iniquo? Quali sono i metodi per frenare la violenza e costruire un nuovo stato democratico?

E cosa spinge un uomo a diventare un terrorista? Sono queste le domande su cui si deve riflettere. Bisogna capire per evitare che esistano cause buone da difendere e libertà da conquistare perché già concesse dall’iniquo a cui si chiede semplicemente di essere coerente con il suo status di democratico. Questo ridurrebbe il terrorismo ad un rifugio per pochi fanatici, corsari di folli ideali nel nome dell’odio per il volto dell’altro e soprattutto lo renderebbe più facile da isolare e combattere. Questo vale a Belfast, a Bilbao, a Grozny e lungo la striscia di Gaza. Ogni realtà va “definita” e capita nella sua specificità e non schedata sotto un’unica voce, se la si vuole affrontare, e prevenire la morte di essere umani. La mia non è una difesa di chi semina morte o la giustificazione vile per una codarda auto-bomba, ma un invito a comprendere le sfumature di ogni realtà per non confonderle affrontandole di conseguenza ciecamente. In quest’ottica definire ed affrontare significano insieme conflitto ed accordo, competizione e collaborazione, protesta e celebrazione, cambiamento e conservazione, imparare e dimenticare, e soprattutto dialogare per prevenire, con lo scopo di costruire una società dove i frutti della democrazia, delle grandezze dell’umanità, della terra e dello spazio, diventino le fondamenta della giustizia e della pace.

Oggi con il ritorno del controllo amministrativo a Londra, in tanti additano, nel caso specifico a ragione, la colpa dell’impossibilità di raggiungere la pace all’IRA. Tanti storici affermano che senza il terrorismo probabilmente l’Irlanda avrebbe raggiunto l’indipendenza totale con qualche forma di home rule. “Se Dio e la natura hanno concesso ad un popolo o nazione di possedere delle terre, e qualche altro principe o popolo l’invade o lo conquista, privandolo di gran quantità della sua terra, imponendogli leggi, governo e funzionari senza o contro il suo consenso, non è forse altro che rapina da parte dell’invasore? Non è giusto diritto di chi è invaso e conquistato opporsi ai propri nemici per riavere la propria libertà e ciò che gli spetta?” Non è la frase di un membro dell’IRA, ma la protesta di alcuni soldati inglesi del New Model Army che, nel 1649, si rifiutarono di essere spediti in Irlanda per soffocare un popolo. La storia non si fa con i se, ma se proprio si vuole giocare a questo gioco credo che in pochi mi potrebbero contraddire se affermo che se altri avessero avuto il coraggio dell’anonimo soldato che condannò l’inganno e denunciò l’ingiustizia di un diritto di conquista, si sarebbe raccontata forse la storia di un’Irlanda e di un’Inghilterra migliori.