Neanche una briciola

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2003
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Articolo pubblicato il 16 ottobre 2003

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Con un contributo che resta simbolico, l’Europa ha deciso di non sobbarcarsi i costi della ricostruzione dell’Iraq. Ma la decisione è giusta: chi rompe paga e i cocci sono suoi.

Sono mesi ormai che l’ultimo missile si è abbattuto su Bagdad, ma la settimana scorsa c’è un’altra bomba che è arrivata: il conto della ricostruzione dell’Iraq. Né più né meno di ben 55 miliardi di dollari, secondo le proiezioni della Banca Mondiale. Contrariamente ad altre stime più ottimistiche azzardate in precedenza, questa cifra è, con ogni probabilità, più che realistica.

Lunedì scorso i Ministri degli Esteri dell’Ue si sono incontrati a Lussemburgo per discutere del contributo europeo alla ricostruzione. E c’è solo un paese, la Gran Bretagna – che tra l’altro è già immischiato per benino nel pantano iracheno – che ha proposto un aiuto incondizionato, offrendo ben 375 milioni di euro. Altri paesi hanno scelto invece di non fare tanti sforzi: Berlino e Stoccolma hanno fatto sapere di essere opposte ad un aumento degli aiuti, mentre Parigi è restata in silenzio e i Paesi piccoli hanno fatto valere che l’Ue ha già messo a disposizione 200 milioni di euro. Alla fine saranno solo una minuscola parte dei 55 miliardi di dollari che, con ogni probabilità, usciranno dalle casse di Bruxelles.

Alcuni analisti americani come Thomas Friedman del New York Times possono certo vedervi il segno di una cinica “Vecchia Europa”. Ebbene sì, il cinismo non è estraneo alla logica dei 15. Come ha notato recentemente un diplomatico europeo “chi rompe l’Iraq paga e i cocci sono suoi”.

Ma il fatto è che è piuttosto il cinismo di questa amministrazione statunitense che è al cuore del problema. Non ci si può aspettare che i Paesi europei finanzino un processo di ricostruzione nel quale gli appalti sono stati quasi tutti aggiudicati da società americane: le stesse che finanzieranno la campagna di rielezione dell’attuale amministrazione. Certo, è comprensibile che i contratti sono stati attribuiti alle imprese USA perché si era pensato che le loro casse sarebbero state riempite dal contribuente statunitense e dalle esportazioni di petrolio iracheno. Ma ora che ciò non si è verificato, non sta a noi di prendere il loro posto.

Non dimentichiamo l'Afghanistan

La verità è che gli aiuti dell’Ue potrebbero essere spesi meglio altrove. L’Afghanistan, per esempio, è stato praticamente dimenticato l’anno scorso. Certo, non possiede reddite petrolifere come l’Iraq, ma proprio per questo rischia di restare un’economia basata sull’oppio e un terreno fertile per le violazioni dei diritti umani e il malcontento islamico.

E’ per questo che è ancora l’Afghanistan – e non l’Iraq, come ha dichiarato recentemente Bush – il “fronte centrale” nella guerra al terrorismo. E’ per questo che il nostro principale obiettivo deve restare la ricostruzione del governo afghano, la rivitalizzazione della loro economia e l’estensione delle forze ONU all’insieme del Paese. L’annuncio, fatto in questi giorni dal governo tedesco, di inviare 450 soldati nella regione settentrionale di Kunduz è chiaramente un passo nella buona direzione. E dobbiamo tutti, indubbiamente, proseguire su questa strada.

L’Europa resta il principale fornitore di aiuti al mondo. Ma il costo della ricostruzione dell’Iraq è uan bomba che non esploderà sulla soglia di casa nostra.