Nasov, ovvero “il terrore per le volpi”: six-string & Brit-humor nelle canzoni di Francesco Bordo

Articolo pubblicato il 17 marzo 2014
Articolo pubblicato il 17 marzo 2014

Postmodernismo. Questo termine è usato quando non si sa precisamente di cosa si tratti ciò di cui si sta parlando, e per farla franca ecco che si dice: “È postmodernismo”. Questa definizione torna però utile per identificare la musica di un ex-gruppo e ora one-man-band, la cui originalità non la si può categorizzare in alcun modo. Si tratta dei Nasov, o meglio di Francesco Bordo. Il superstite.

Del­l’a­mo­re per il pros­si­mo, ma so­prat­tut­to di ani­ma­li e… di volpi

As­si­sten­do a un live di Fran­ce­sco Bordo, la prima cosa che col­pi­sce è la quan­ti­tà di gad­get e pu­paz­zi “stram­bi” dis­se­mi­na­ti sul palco, tra i quali svet­ta una pel­lic­cia di volpe – finta s’in­ten­de – con testa e zampe an­nes­se, che lui at­tor­ci­glia at­tor­no al­l’a­sta del mi­cro­fo­no a mo’ di pi­to­ne. Però è sem­pre una volpe. Che cosa ac­co­mu­na que­sti pu­paz­zi? Sem­pli­ce: sono tutti ani­ma­li, il ful­cro delle can­zo­ni di NASOV, come con­fes­sa lui stes­so: “Le can­zo­ni par­la­no degli ani­ma­li, delle cose del corpo, del­l'a­mo­re per il pros­si­mo; ma pre­va­len­te­men­te degli ani­ma­li.” Ma, so­prat­tut­to, quel­lo che pro­prio – ma pro­prio tanto – col­pi­sce di que­ste can­zo­ni è la loro im­pre­ve­di­bi­li­tà. Pren­di ad esem­pio il riff di una chi­tar­ra acu­sti­ca e una voce con il ri­ver­be­ro che più ri­ver­be­ro devi an­da­re a can­ta­re solo su una mon­ta­gna, che crea­no una me­lo­dia che ri­man­da al John­ny Cash di Ain’t no Grave, salvo poi ren­der­ti conto che Fran­ce­sco ti sta con­fes­san­do di quan­to lo ter­ro­riz­zi­no le volpi, re­mi­ni­scen­ze lon­di­ne­si si po­treb­be az­zar­da­re, con­si­de­ran­do che Fran­ce­sco l’av­ven­tu­ra dei Nasov l’ha ini­zia­ta a Lon­dra nel 2009 e, dopo varie vi­cis­si­tu­di­ni, è tor­na­to a Na­po­li ca­ri­co di quel Brit-hu­mor sfac­cia­to da stand-up co­me­dy. Co­mun­que, tor­nan­do alle volpi, di­ce­va­mo che no­no­stan­te la me­lo­dia evo­ca­ti­va il testo è un con­ti­nuo: “I am afraid of foxes, they look cute but they are not, I am afraid of foxes, they could chop your fin­gers off.” Dav­ve­ro, è dif­fi­ci­le re­sta­re seri quan­do lo senti can­ta­re con tutta l’a­ni­ma (per­ché poi la voce ce l’ha e la chi­tar­ra la sa suo­na­re per dav­ve­ro) men­tre ti dice che le volpi lo ter­ro­riz­za­no.

The Other Side of Nasov: di­sav­ven­tu­re ani­ma­li e… “nip­po­li”

I’m Afraid of Foxes apre un disco – ri­go­ro­sa­men­te au­to­pro­dot­to e au­to­crea­to, come i gad­get messi a di­spo­si­zio­ne du­ran­te i live, tra cui spic­ca­no dei co­pri-wa­ter usa e getta (non po­treb­be es­se­re al­tri­men­ti) e dei pre­zio­si sac­chet­ti mul­tiu­so, di quel­li utili per han­go­ver e cose si­mi­li… ci siamo ca­pi­ti, no? – dal ti­to­lo evo­ca­ti­vo The Other Side of Nasov, cioè Fran­ce­sco che se “la canta e se la suona da solo” per dirla con le pa­ro­le del no­stro, an­na­ta 2012. Gli ani­ma­li sono sem­pre il ful­cro (della vita, del­l’al­bum, di Fran­ce­sco) come si evin­ce nella can­zo­ne You, Me, Sea­gulls and the Sea, in­cen­tra­ta su un gab­bia­no che ha ru­ba­to il sand­wi­ch ad un tipo, men­tre quel­lo se ne stava bello bello a pren­de­re il sole sulla spiag­gia. Sono trau­mi, cose che ti se­gna­no, ecco giu­sti­fi­ca­ta la tri­stez­za e il pa­thos della me­lo­dia di ac­com­pa­gna­men­to. Lo stes­so stato d’a­ni­mo ri­tor­na anche nel brano suc­ces­si­vo, che è una con­fes­sio­ne sul fatto che, delle volte, ca­pi­ti di in­na­mo­rar­si di “so­meo­ne el­se’s dog”. Sì, sono cose che ca­pi­ta­no. Ma l’a­pi­ce di quel­la spu­do­ra­ta co­mi­ci­tà bri­tan­ni­ca, Fran­ce­sco la rag­giun­ge con il pezzo che chiu­de l’al­bum – ah, di­men­ti­ca­vo la cui co­per­ti­na è una ci­vet­ta, di che me­ra­vi­gliar­si? – dal ti­to­lo ca­ri­co di si­gni­fi­ca­to The Fluff, il “nip­po­lo” croce e de­li­zia di in­te­re ge­ne­ra­zio­ni di uo­mi­ni (e dei loro om­be­li­chi, per es­se­re chia­ri). Un brano che di­ven­ta un’in­vo­ca­zio­ne a ca­rat­te­re esi­sten­zia­le quan­do Fran­ce­sco si chie­de dub­bio­so: “Where does it come from?”

Una notte al Te.​Co.

Ho avuto il pia­ce­re di in­con­tra­re Fran­ce­sco in oc­ca­sio­ne di un suo live, lo scor­so 6 marzo al Te.Co., in­sie­me ad An­drea Vir­gi­lio, altro can­tau­to­re che con­di­vi­de il gusto della me­lo­dia e del testo, come dire… post­mo­der­no. Ecco, ap­pun­to. Ciò che ti col­pi­sce, a pre­scin­de­re da tutto – ani­ma­li com­pre­si - è la reale co­no­scen­za della mu­si­ca di cui NA­SOV-Fran­ce­sco dà prova, pla­sman­do­la e adat­tan­do­la alle sue esi­gen­ze di can­tau­to­re, il cui ri­sul­ta­to è un’au­ra di mi­ste­rio­sa mi­sti­ci­tà in­tor­no a dei pezzi che, in fondo… par­la­no di volpi, di gab­bia­ni ladri, di nip­po­li e di star­nu­ti, come il suo ul­ti­mo sin­go­lo Snee­zes Are Fun (2013). Se post­mo­der­no vuole iden­ti­fi­ca­re pure il genio al­lo­ra sì, Fran­ce­sco Bordo, il su­per­sti­te dei NASOV, è post­mo­der­no da capo a piedi.