Nagorno-Karabakh: si può avere una vita normale in un "non-stato"?

Articolo pubblicato il 20 marzo 2018
Articolo pubblicato il 20 marzo 2018

Il Nagorno Karabakh, una ex regione sovietica nel Caucaso meridionale, ha combattuto per l'indipendenza dall'Azerbaijan per più di 25 anni. Nonostante un cessate il fuoco abbia posto fine alla guerra, oggi continuano a verificarsi scoppi di violenza. Pablo Garrigós, fotoreporter spagnolo, ha viaggiato attraverso le vette montuose della regione per raccontare le storie dei ragazzi che vivono lì.

Il Nagorno Karabakh è un paese in stallo. Questo è il risultato di una guerra lunga sei anni, in cui l'Armenia e l'Azerbaijan hanno combattuto per rivendicare il territorio. La guerra è finita nel 1994 con un cessate il fuoco, ma i contendenti non sono mai arrivati a firmare un trattato di pace e da allora la situazione non ha visto progressi. L'accordo per il cessate il fuoco, stipulato per evitare ulteriori spargimenti di sangue, non è nemmeno stato rispettato completamente. Entrambe le parti hanno riportato fino ad oggi delle violazioni in merito, dopo quasi 25 anni dal suo raggiungimento.

Né guerra né pace

In questa guerra cominciata nel 1988 e combattuta in terra di nessuno sono morte fino a 30.000 persone, secondo i dati della BBC, e il bilancio delle vittime continua a crescere. Oggi, la repubblica dell'Artsakh (nuovo nome del Nagorno Karabakh) governa la regione di fatto, ma nessun membro delle Nazioni Unite la riconosce come un paese vero e proprio. Di conseguenza, il Nagorno Karabakh non è né in guerra né in pace.

Inoltre, le persone che vivono nella regione percepiscono l'atmosfera di guerra quotidianamente. In prima serata la TV è piena di programmi militari e il patriottismo è il tema comune di molti film, musica e spettacoli teatrali.

La mancanza di riconoscimento della regione causa gravi inconvenienti ai suoi abitanti, i quali sentono maggiormente il peso di vivere in un territorio conteso. Ad esempio i passaporti artsakhi non sono accettati in quasi nessun paese. La maggior parte della gente ha un passaporto armeno, paese con cui il Nagorno Karabakh ha stretti legami culturali. Senza quello sarebbe impossibile per loro viaggiare al di fuori del paese, che è grande come un terzo del Belgio.

150.000 persone vivono lì, "intrappolate" in una regione fatta di piccoli paesi nascosti dietro le montagne che raggiungono quota 3.000 metri. Le montagne sono così imponenti in quest'area che sono considerate un simbolo del territorio.

Fotografare la repubblica dimenticata

Pablo Garrigós, giovane fotoreporter spagnolo, si è diretto in quella repubblica dimenticata per capire come fosse la vita per i ragazzi in un territorio conteso. La prima volta che ha messo piede nel Nagorno Karabakh lo ha fatto nel 2015 come osservatore nelle elezionioni parlamentari. Per arrivarci ha preso l'aereo fino a Yeravan, la capitale dell'Armenia, e poi ha viaggiato in autobus attraverso le strade ventose delle catene montuose della regione per più di sei ore. Step'anakert, la capitale della repubblica dell'Artsakh, ha un aereoporto ma l'Azerbaijan aveva bloccato l'atterraggio di tutti i voli commerciali per motivi di sicurezza.

Da quel momento Garrigós ha viaggiato nella regione molte volte per seguire le vite dei ragazzi che vivono in quei piccoli paesi di montagna. Con il passare degli anni, nel mezzo di questa guerra congelata, il giovane fotografo ha catturato gli sviluppi principali di questa gioventù intrappolata. "Il resoconto di un conflitto ha senso quando riusciamo a vedere come si trasformano le vite delle persone," spiega, "alcune si sono sposate, altre hanno aperto delle attività..."

Vedendo ciò che stava accadendo di persona, lo spagnolo ha deciso che fosse doveroso mostrare al mondo il volto umano di questo conflitto in stallo. I giovani della regione stanno per diventare la generazione dei potenziali portatori di pace ma le continue violazioni al cessate il fuoco ostacolano il loro sviluppo e le loro vite rimangono spesso sospese. Garrigós ha presentato il suo lavoro in una esposizione a Bruxelles, rimasta tre mesi lo scorso anno, ma ammette che è stato difficile vendere la storia ai media: "È un conflitto paralizzato", dice.

"Inizi a vivere per il tuo paese e non per te stesso"

Nell'aprile del 2016 alcuni sporadici attacchi da entrambe le parti hanno portato a un serio combattimento durato quattro giorni. Grigor, un insegnante di costruzioni di 25 anni, è stato uno dei tanti ragazzi spinti a lasciarsi tutto alle spalle e imbracciare i fucili.

Formatosi in Francia grazie al supporto di una fondazione franco-armena, Grigor era tornato nella sua terra natale per aprire un ostello della gioventù in una casa che aveva comprato. Essere un imprenditore in una terra instabile, incline a scoppi di violenza, è cosa a dir poco ardua. "Quando vai al fronte, non hai il tempo di pensare a quello che ti sei lasciato alle spalle. Il primo giorno ti chiedi se sopravviverai. Il secondo ti rendi conto che saresti potuto morire il giorno prima. Il terzo la tua mentalità cambia: inizi a vivere per il tuo paese e non più per te stesso", aveva raccontato Grigor al fotografo spagnolo.

La vita sociale nell'Artsakh, territorio desolato e senza sbocchi sul mare, è caratterizzata da passatempi da noi ormai superati: "La gente non fa altro che fermarsi in piazza e gironzolare nei paesini," spiega Garrigós. Cose come andare a bere qualcosa con gli amici non sono semplicemente fattibili. "Non puoi startene in strada dopo la mezzanotte senza destare sospetti," puntualizza.

Recitare in teatro è qualcosa che molti giovani artsakhi hanno provato per divertirsi: "Gli spettacoli teatrali sono ottimi per intrattenere sia la società civile che i militari. Inoltre è un buon modo per propagandare il patriottismo," rivela Garrigós. Data l'instabilità della regione è però impensabile inoltrarsi in qualsiasi tipo di attività a lungo termine. Nello stesso attacco di aprile del 2016 gli attori maschili del gruppo teatrale 'nazionale' del Karabakh hanno dovuto abbandonare tutto all'improvviso, nello stesso modo in cui Grigor aveva lasciato il progetto del suo ostello.

La direttrice del museo, che non ha rivelato il nome al fotografo, dice che non era preparata a quello che è successo: "Sento le conseguenze della guerra, e tutti vediamo che questo conflitto è lungi dall'essere risolto." Ha raccontato a Garrigós che nonostante l'incertezza del vivere in un territorio conteso, "questo non dovrebbe farci desistere dal vivere qui. Onestamente ho una famiglia numerosa e noi tutti ci aspettiamo di rimanere qui per molto tempo. Abbiamo costruito delle case grandi. Non fermeremo gli spettacoli, anche se la guerra continua."

Nonostante l'attività principale dell'Artsakh sia l'agricoltura, insieme all'estrazione di rame e oro, molti ragazzi scelgono di andare contro corrente e di studiare all'Università del Nagorno Karabakh (oggi chimata Artsakh University). Nana, 26 anni, è una di loro. Ha studiato precedentemente Scienze Politiche a Yerevan ma la sua vita ha avuto uno stravolgimento quando il ministro dell'istruzione del Nagorno Karabakh le ha chiesto di tornare a casa per finire gli studi. Ora è la seconda donna in tutta la regione ad aver preso un PhD in scienze politiche. 

Parlando con Garrigós ha espresso un forte senso di responsabilità nei riguardi della sua terra natìa. "Credo di poter fare molto di più per il mio paese ed essere molto più efficace qui che a Yeravan. D'altra parte, non c'è niente di più importante per me che aiutare il mio paese, e non c'è niente di meglio che farlo da qui" ha spiegato.

"Devo continuare a vivere"

Risolvere il conflitto non sarà facile, ma i giovani Artsakhi sono determinati a continuare a lavorare nei loro progetti di lungo periodo. "Dicono: 'Devo continuare a vivere'," spiega Garrigós. "Avere fede in un futuro incerto è ammirevole, quando non sta per essere risolto facilmente," aggiunge. I giovani nel Nagorno Karabakh sono consapevoli del fatto che sarà difficile trovare pace. Anche se dovesse arrivare, gli intervistati dicono che avrebbero bisogno di 50 anni prima di riuscire a vivere in armonia con l'Azerbaigian.

Sia il governo armeno che quello azero hanno detto di volere la pace, ma le loro condizioni sono incompatibili. L'Armenia supporta l'indipendenza del territorio conteso, che è abitato per la maggioranza da armeni. L'Azerbaigian invece, come soluzione, vuole creare una sorta di 'regione autonoma' su suolo azero. In tutto questo tempo, nessuno è stato in grado di cambiare queste condizioni, nemmeno il Gruppo di Minsk, un corpo di negoziazione internazionale creato per mediare tra le due parti, il quale è diretto congiuntamente dagli ambasciatori di Russia, Francia e Stati Uniti.

Secondo Diogo Pinto, direttore dello European Friends of Armenia (EuFoA), "trovare una soluzione è possibile." Ma perché ciò accada, dice, l'Azerbaigian deve rinunciare alle sue minacce militari. "Quale negoziato sarebbe possibile in questo caso? La gente armena ha paura di scomparire nel suo insieme." Pinto, che è filo armeno, non crede che creare una 'regione autonoma' dentro l'Azerbaigian sia la soluzione. "Questo era proprio quello per cui la gente stava combattendo: per non essere sotto il controllo azero. Oggi, 25 anni dopo, sono ancora più determinati affinché ciò non accada... Le generazioni più giovani sono nate in un luogo per certi versi indipendente, e sono cresciute in questo modo." 

Hikmat Hajiyev, portavoce del ministero degli affari esteri azero, insiste sul fatto che il suo governo voglia la pace. "Sarebbe un elemento di svolta per il Caucaso," dice, aggiungendo che: "l'Armenia trarrebbe beneficio da una pace e dalla cooperazione nell'area... I giovani stanno trascorrendo il loro tempo fra le trincee." Gli avvocati di Hajiyev stanno rinforzando la fiducia fra le due parti, permettendo la realizzazione di una cooperazione a livello regionale nel Caucaso, e che prima o poi conduca a una "prosperità condivisa".

Per come stanno le cose, la pace è una luce tremolante alla fine di un lungo e tortuoso tunnel: per raggiungerla i giovani dovranno muoversi con molta attenzione. Il fotoreporter Pablo Garrigós continuerà a viaggiare nella regione per testimoniare i cambiamenti nelle vite dei "personaggi" della sua storia. La sua prossima visita è programmata per il 2019, 25 anni dopo la dichiarazione del cessate il fuoco. Nonostante faccia avanti e indietro da una zona di guerra non si definisce un coraggioso: "La gente del posto vive in questa situazione difficile ogni giorno. Come europeo, se dovesse scoppiare un conflitto reale i soldati mi porterebbero a Yeravan, la sicura capitale armena."