My skinny sister: la forza di due sorelle per superare l'anoressia

Articolo pubblicato il 17 dicembre 2015
Articolo pubblicato il 17 dicembre 2015

Abbiamo intervistato Sanna Lenken, regista svedese al suo primo lungometraggio con My skinny sister. Un dramma intimo sull'anoressia, illuminato dal candore spontaneo delle due giovani attrici e da una scrittura e da una regia che ne accentuano la complicità.

Sanna Lenken è una giovane regista svedese, che dopo una serie TV di successo e alcuni cortometraggi premiati a livello internazionale, esordisce quest'anno con il suo primo lungometraggio. My skinny sister è un'opera fresca e sincera, che affronta l'anoressia attraverso la relazione tra due sorelle adolescenti. Abbiamo incontrato Sanna Lenken durante il suo breve soggiorno a Parigi per la presentazione del film (che in Francia è in sala dal 16 dicembre).

cafébabel: Molti dei tuoi lavori, come Eating Lunch o Double Life, sono focalizzati sull’adolescenza. Cosa ti porta a prediligere spesso questo punto di vista?

Sanna Lenken: Penso che anche quando diventiamo adulti, continuiamo a portarci dentro le questioni della nostra prima giovinezza, perché è là che tutto è iniziato. In quel periodo ogni incontro e ogni esperienza determina come diventeremo e forma il nostro "io" adulto. Tutti possono riconoscersi in qualche modo in un adolescente e, per me, lavorarci in quanto regista significa concentrarmi su una parte di me stessa. Inoltre è interessante perché i teenager in particolare, al contrario degli adulti che fingono spesso di non provare sentimenti, esprimono in maniera forte quello che provano: tutto per loro riguarda l’amore e la morte.

cafébabel: Ciò che colpisce maggiormente in My Skinny Sister è la rappresentazione e l’interpretazione del rapporto tra sorelle. Quanto c'è di autobiografico in questa decisione?

Sanna Lenken: Mia sorella è la mia assistente, ed è proprio lì (ride, indicandola nella stanza). Il rapporto tra sorelle per me è molto importante. Mentre con i fidanzati, dopo un grosso litigio, si può rompere; con la propria sorella o il proprio fratello sai che il legame è così forte e unico che durerà per tutto il resto della vostra vita. È un tipo di relazione che non puoi avere con nessun altra persona. Nel film, si trattava di adottare un punto di vista insolito e quello di due sorelle mi è sembrato il più interessante. Ma Stella e Katja rappresentano più due parti diverse di me stessa, che il vero rapporto con mia sorella. Anche se probabilmente senza la mia reale esperienza come sorella, non l'avrei mai potuto scrivere.

Il trailer di My Skinny Sister.

cafébabel: Le due protagoniste del film vivono entrambe una fase di transizione nelle loro vite: Stella ha appena iniziato il periodo adolescenziale (con le sue tipiche gelosie, fantasie e frustrazioni); Katja si avvicina al mondo adulto (che comporta invece un sentimento diviso tra responsabilità e ribellione). In che modo questi due universi sono connessi e possono comunicare tra loro?

Sanna Lenken: Da ragazzini si tenta sempre di imitare gli adulti e di diventare come loro, perché si ha bisogno di trovare qualcuno con cui identificarsi. Può funzionare o meno, ma sicuramente i due mondi si specchiano a vicenda. I genitori però – specialmente in Svezia – sono troppo spesso occupati e concentrati su se stessi e, pensando che i loro figli possano rapidamente apprendere a comportarsi da adulti, talvolta diventano assenti. Non perché non li amino, ma perché a volte non capiscono che l'educazione è un processo molto, molto lungo.

cafébabel: Le due sorelle si trovano in forte opposizione fin dalla scena iniziale: Stella è colei che guarda e sogna, invece Katja è colei che agisce e vive il suo sogno. Il conflitto, sempre presente, è puntualmente superato. Durante l’ultima sequenza, le ritroviamo fronte contro fronte e capiamo che in realtà le due protagoniste hanno bisogno l’una dell’altra. Si tratta di una risoluzione definitiva o solo di una pausa in mezzo al conflitto?

Sanna Lenken: L'amore può non essere sufficiente, ma sicuramente aiuta qualsiasi persona che sta soffrendo, come Katja con l’anoressia. L’amore è salutare. Nell'ultima scena volevo mostrare questo amore perché Katja iniziasse a sentirsi meglio. L'anoressia non ti fa sentire niente e può renderti apatica, ma la presenza di una sorella e del suo amore risolleva gli unici sentimenti che possono aiutarti.

cafébabel: Il tema dei disturbi alimentari porta i personaggi ad entrare in relazione con il proprio corpo. Una è magra (la skinny del titolo), l’altra è paffuta. Potremmo dire che per te il cibo è la porta di accesso alla psicologia delle persone, come nel cortometraggio Yoghurt, dove una ricerca di mercato sullo yogurt diventa una seduta psicoanalitica.

Sanna Lenken: È un buon modo di porre la questione in effetti, perché l'anoressia, come la bulimia, è strettamente legata alla psicologia. L'importante è capire cosa si nasconde dietro il nostro rapporto col cibo, se ci fa sentire più calmi o più ansiosi per esempio. In certi casi, un po' come con l’alcool, si tratta di introdurre qualcosa nel nostro organismo per dimenticare quanto è orribile la nostra vita. L'anoressia è come la dipendenza dalla droga: all'inizio può darci l'impressione di controllare noi stessi e il caos che c'è fuori e dentro di noi. Ma, come ogni abuso, finisce per causare l'esatto opposto dell’indipendenza.

cafébabel: Pensi che la scelta di una vera star nazionale per il ruolo di Katja – la cantante Amy Diamond  abbia aiutato il pubblico svedese ad identificarla come una giovane celebrità, con le sue ambizioni di carriera e le sue fragilità personali? 

Sanna Lenken: In realtà all’inizio non l’avrei scelta! (Ride). Stavo cercando persone non famose per il film. Poi Amy è venuta al provino e non l'ho riconosciuta, anche perché la sua notorietà è legata soprattutto all'immagine di lei a 12 anni (quando ha iniziato la sua carriera, n.d.r.). Lì però si è dimostrata la migliore. E allora l'ho scelta e ho pensato che effettivamente la sua esperienza potesse facilitare l'identificazione del pubblico e anche il suo lavoro sul personaggio, dato che nella sua carriera di giovane cantante ha vissuto problemi in parte simili a quelli dell'anoressia. È una ragazza forte, ne ha passate tante. Il pubblico ha apprezzato che abbia fatto qualcosa di completamente nuovo e in modo così onesto e autentico. Questa esperienza l'ha un po' cambiata, adesso si è trasferita a Stoccolma e vuole continuare a fare l'attrice. E con la ragazzina che ha interpretato Stella sono ancora molto amiche.  

cafébabel: Hai anche lavorato per la TV con la serie Double Life: cosa hai ricavato da questa esperienza e qual è la differenza rispetto al cinema?

Sanna Lenken: In televisione ci si sente più "sicuri", perché sai che quello che stai facendo sarà inserito nel palinsesto, la produzione è più rapida e hai meno responsabilità. Quando lavori per il cinema e stai realizzando il primo lungometraggio senti invece molta più pressione, il progetto dura anche anni e diventa una scommessa: ho messo tutta me stessa nel film e non so come la gente lo giudicherà… o se andrà mai alla Berlinale! Ma è anche divertente e la troupe è più affiatata e volenterosa, mentre per la televisione lavorano dei professionisti che da quarant'anni odiano quello che fanno e non vedono l'ora di arrivare alla pausa caffè!

cafébabel: In un altro film svedese dell’anno scorso, Turist (Forza Maggiore in Italia, n.d.r.) di Ruben Ostlund, si ritrova la stessa attenzione per le dinamiche delicate e instabili interne alla famiglia (e all’umanità in genere), che ricorda lo sguardo di Bergman ad esempio. Cosa pensi del cinema svedese contemporaneo e del suo rapporto con il passato?

Sanna Lenken: Sì, Ruben ha fatto un gran lavoro, si sta affermando a livello internazionale e penso che le sue influenze siano molteplici. Personalmente sento di essere stata più ispirata da personalità come quella di Bo Widerberg, regista dello stesso periodo di Ingmar Bergman, ma più radicale. A dir la verità Bergman lo avevo un po' tralasciato, ma adesso sto riprendendo in mano la sua cinematografia. Un altro autore importante e influente per tutti noi registi svedesi è sicuramente Roy Andersson. In generale trovo che il cinema svedese contemporaneo abbia preso una direzione più esplicitamente politica, un soggetto che se fino a qualche anno fa era maggiormente taciuto, adesso – soprattutto a causa di tutto quello che succede nel mondo – è diventato una priorità.