Musica di protesta made in UK: chi ci fornirà una ragione per uscire dal letto?

Articolo pubblicato il 06 maggio 2015
Articolo pubblicato il 06 maggio 2015

Con l'avvicinarsi delle elezioni inglesi, non c'è più tempo per rimanere in silenzio. È tempo di chiedere cosa sia successo alla musica poltica dell'era Thatcheriana. E cosa potrebbe far di nuovo alzare la voce a musicisti e cittadini.

«L'idea che la cultura popolare debba essere usata per consolare gli infelici e per tormentare gli abbienti è stata spinta da una parte nel 21esimo secolo». Billy Bragg ha giustamente notato come la musica che un tempo dava voce agli ultimi oggi sia tramontata. La Gran Bretagna ha bisogno della rinascita delle canzoni di protesta perché se esiste qualcosa capace di risvegliare la società dal suo status d'ibernarnazione politico, quella è la musica.

Il pubblico dissenso e le canzoni di protesta sono sempre andate mano nella mano. Dagli inni dei Levellers and Diggers del 17esimo secolo fino alle canzoni contro la guerra nell'Inghilterra degli anni '50, ogni movimento di protesta ha avuto i suoi inni. Con l'affermarsi del punk negli anni '70, il genere ha finito per diventare una critica della politica, dell'economica e dei problemi sociali della Gran Bretagna. Oggigiorno, Career Opportunities dei Clash, Ghost Town degli Specials e God Save The Queen dei Sex Pistols sono ricordate per il modo in cui sottolineavano il malcontento sociale e i problemi legati alla disoccupazione che affliggevano il paese.

L'effetto Thatcher

Ma sono stati gli anni '80 (e in seguito gli anni '90), con ben quattro governi conservatori fissi al numero 10 di Downing Street, a segnare il punto più alto della musica di protesta. La vera responsabile di tutto ciò? Margaret Thatcher. Nessun politico, prima o dopo di lei, ha avuto questo impatto (per di più di divisione) sulla società inglese. Come Noel Gallagher ha detto al webmagazine Quietus: «Sapevi dove stare, con la Thatcher. E noi eravamo tipo, ok, è lei il nemico».

Con la Lady di ferro come Primo Ministro, il malcontento generale dei cittadini nei confronti delle sue distruttive politiche neoliberali faceva eco nella scena musicale alternativa. La guerra della Thatcher contro la classe operaia portò addirittura alla creazione di una storica alleanza tra musicisti, la Red Wedge, messa in piedi da Billy Bragg, Paul Weller e Jimmy Somerville, impegnati a far riscoprire alle giovani generazioni il gusto di fare politica, battendo i "tories". Furono molti gli artisti inglesi ad aggiungere il proprio nome all'iniziativa, tra cui Elvis Costello, Madness, Lloyd Cole e gli Smiths. E l'anti-thatcherismo rimase forte fino agli anni '90 quando, come una delle band più influenti del movimento, si affermarono i Manic Street Preachers. 

Dalla protesta alla passività

La vittoria schiacciante dei Neolaburisti nel 1997 riuscì finalmente a scacciare il partito Tory, rimasto al potere per ben vent'anni. Sembrava che la Gran Bretagna avesse finalmente raggiunto la luce infondo al tunnel. Ma, contro ogni previsione, il governo di Blair non fece altro che continuare il periodo buio. I neo laboristi non fecero semplicemente abbastanza per quanto riguardava la disuguaglianza tra persone, con una retorica che suonava troppo simile a quella dei conservatori. Il clima disfattista creato dal governo neolaburista, che non riusciva ad essere all'altezza delle aspettative, fu probabilmente catturato negli album Kid A e Amnesiac, dei Radiohead. 

Mentre il Thatcherismo aveva fatto emergere il carattere combattivo della società, il tempo passato al potere dei neolaburisti aveva scatenato esattamente l'effetto opposto, condannando la società inglese alla passività. Come se non fosse abbastanza, la frustazione dei cittadini nei confronti della politica comprendeva tutto, dal singolo partito all'intero sistema politico, ormai incapace di offrire una scelta valida agli elettori. Morrisey criticava il sistema in canzoni come Irish Blood, English Heart e World Peace Is None Of Your Business mentre il frontman dei Manic Street Preachers, James Dean Bradfieldesprimeva le sue frustrazioni in New Statesman: «Odierò per sempre il partito Tory. Il solo problema è che ora odio anche i laburisti».

Il declino delle canzoni di protesta

Con la (notevole) eccezione di Billy Bragg, il cui attivismo politico è rimasto forte come allora, la maggior parte dei musicisti che hanno fatto la storia della musica di protesta negli anni '80 hanno lasciato decisamente perdere la politica. Paul Weller ha recentemente spiegato perché abbia smesso di scrivere canzoni politiche: «Scriverei semplicente le stesse cose che scrivevo trent'anni fa». E, cosa ancor più preoccupante, sembra che la nuova generazione di musicisti non sia affatto interessata alla politica. Questa potrebbe essere una conseguenza diretta della scomparsa dei rappresentanti della classe operaia nelle classifiche musicali. Dopo tutto, e a prescindere all'interesse nutrito nei confronti della politica, un'altra cosa che accomunava artisti come Bragg, Morrisey e Bradfield era proprio il contesto operaio.

La scomparsa della musica di protesta potrebbe spiegarsi anche con l'affermarsi di generi musicali apolitici, come il pop e la dance, a spese del rock. Secondo Bono: «La musica pop spesso ti dice che va tutto ok, mentre il rock ti dice che non è affatto OK, ma tu puoi fare qualcosa per cambiarlo. Nel rock c'è sfida. La maggior parte della musica popo non ti fa nemmeno venire la voglia di uscire dal letto. Ti spinge a dormire». Ammesso e concesso che sia una scelta delle persone, quella di preferire una musica-sedativo ad una sovversiva, è abbastanza chiaro che la musica di protesta abbia perso di potenza. Di sicuro rimane la pressione delle etichette, che non vogliono che i propri artisti si espongano eccessivamente. Eppure si tratta di cosa che non ha mai fermato i rocker. Anzi, il genere non sarebbe mai esistito se gli artisti si fossero occupati prima delle vendite, e soltanto dopo delle loro opinioni. 

Per quanto difficili possano essere stati gli ultimi decenni di governi disillusi, non c'è più tempo per rimanere in silenzio. Come Ed Miliband ha detto a Russel Brand, il fatto è uno (ed è piuttosto semplice): è l'incontro tra uomini e politica che fa in modo che avvenga il cambiamento. Il progresso nasce dalle persone che chiedono un qualcosa di diverso, per questo è così importante continuare ad insistere. Ora, invece che un politico, immaginate che a pronunciare queste parole - anche se in forma più accattivante - sia stato il vostro musicista preferito. Se non sarà questo a poter spingere le persone a interessarsi alla politica (e a tutto ciò che li riguarda), beh, allora niente potrà farlo.