Mov(i)e To Berlin - Torino Film Festival: "Dustur", una costituente arabo-italiana 

Articolo pubblicato il 28 novembre 2015
Articolo pubblicato il 28 novembre 2015

Marco Santarelli presenta al pubblico del 33esimo TFF il suo ultimo lavoro: Dustur. Un gruppo di detenuti musulmani nella biblioteca del carcere Dozza di Bologna scrivono una nuova Costituzione grazie all'aiuto di Ignazio e Yassine. Lo scontro tra culture differenti, il carcere, il reinserimento, i valori delle civiltà arabe e occidentali sono al centro del documentario.

“Al Profeta, nella sua prima rivelazione, non è stato detto lavora, credi o ammazza, gli è stato detto: leggi!”, è uno dei passaggi più importanti di Dustur, ultimo documentario di Marco Santarelli presentato al cinema Lux di Torino nell’ambito del 33esimo Torino Film Festival.

Si parte dal titolo: Dustur, in arabo “Costituzione”.

Nella biblioteca del carcere Dozza di Bologna un gruppo di detenuti musulmani del nord-Africa scrive una nuova Costituzione che nasce dal dialogo tra la Costituzione italiana e quelle arabe di Tunisia, Marocco, Egitto. La nuova carta fondamentale ha radici nella mente dei detenuti, ma fiorisce grazie alle capacità maieutiche di Ignazio, monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata che per molto tempo ha vissuto in Medio Oriente, e Yassine, mediatore culturale che traduce i diversi dialetti arabi in italiano e viceversa.

È un incontro-scontro tra culture, concetti, principi, sensibilità opposte, a volte persino insofferenti tra di loro. Come quando, durante uno degli incontri della “Costituente” arabo-italiana, uno dei detenuti musulmani dice convinto, ma senza arroganza, di non poter dividere la stessa cella di un musulmano convertito al cristianesimo, ma sarebbe felice di farlo con un cattolico convertito all’Islam. Si contraddice, ma Yassine e Ignazio mediano, pacificano, conciliano le posizioni antitetiche e illogiche e con metodo socratico indicano la via della logica e dell’etica. Alla fine molti degli intransigenti cambiano idea. I detenuti scrivono la nuova Costituzione, discutono di libertà di movimento, istruzione, tolleranza, dialogo.

Dustur è stato girato tra il novembre 2014 e il maggio 2015, in tempi non sospetti. Anche se terminato prima, la visione del documentario diventa inevitabilmente una risposta ai fatti di Parigi. Più che un film in senso stretto è la rappresentazione per immagini di una ricerca sociologica che scava in profondità più temi, il dialogo tra Islam e Occidente, il tema della scuola, del rapporto traprigione, punizione e rieducazione, quello del reinserimento in società. La prigione, che la cronaca di questi giorni indica come incubatrice dell’integralismo islamico, diventa luogo di reinserimento. Ma questo è un caso reso unico dalla tenacia dei volontari – Ignazio e Yassine – che hanno tracciato questo percorso di integrazione. Il carcere, viene detto durante il film, è luogo di tribolazioni.

Intreccia i temi dell’attualità politica a riflessioni esistenziali, ancor più che religiose. Le parole di Samad – ex-detenuto marocchino in attesa di fine pena e protagonista del documentario – cementano le basi della “nuova Costituzione” interculturale: “Ci sono due cose senza le quali non c’è libertà: istruzione e ricchezza, se hai i soldi e non sei istruito non sei libero, se sei istruito ma non hai i soldi, non puoi mangiare”. Conseguenza logica ferrea, sono due dimensioni inscindibili della libertà. La libertà o è così o non è.

La questione posta da Dustur va oltre la dimensione geopolitica del conflitto e oltre la collisione tutta politica tra Islam e Occidente. In questo documentario si racconta la vita reale di persone semplici e comuni, a partire da un luogo che della esistenza umana è spesso l’inferno in terra: il carcere. Anche se ricorda Samad ai suoi compagni detenuti nella biblioteca della Dozza che non è che quanto entri in carcere i diritti sanciti nella Costituzione italiana spariscono, no, quelli restano, sono validi anche quando varchi la soglia della galera.

La cosa che più colpisce di Dustur sono proprio le parole di Samad, 26 anni, un passato da narcotrafficante, adesso studente di giurisprudenza a Bologna. Le parole gli sgorgano direttamente dal cuore, parla della nostra Costituzione come se fosse anche la sua, sembra crederci addirittura più di noi. Ma forse, non è solo un’impressione.

Questo report fa parte del progetto editoriale "Mov(i)e to Berlin", una collaborazione tra Cafébabel Torino e Cafébabel Berlino. Nel quadro del progetto le due redazioni offrono copertura bilingue del TFF e della Berlinale tramite uno scambio dei propri reporter.