Motore tedesco: ritiro o pit-stop?

Articolo pubblicato il 02 dicembre 2003
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Articolo pubblicato il 02 dicembre 2003

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Proprio come Ralf Schumacher durante la sessione di prove di settembre, anche l’economia tedesca è andata a sbattere. Ma il modello tedesco può essere salvato o la Germania è fuori gara per sempre?

“Guangzhou, 4 Gennaio. Si è appena aperta la prima fiera mondiale nel modernissimo centro fieristico della metropoli del sud della Cina.” Al centro dell’area espositiva i paesi leader dell’economia, come Giappone e Stati Uniti, sono presenti con i loro stand. La Germania invece ricopre soltanto un ruolo marginale, relegata com’è in un angoletto lontano. Dove i suoi rappresentanti “attendono con imbarazzo una chiamata dal Primo Ministro coreano…Ha degli impegni importanti ma ha assicurato che sarebbe stato presente, se non altro per onorare i gloriosi rapporti che legavano, nel passato, Seul e Pechino.”

Non si tratta di un fatto di cronaca ma dell’ironica speculazione di Henzler e Spaeth, nel loro libro di ben dieci anni fa: “I Tedeschi possono essere ancora salvati?”. La fiera in questione si tiene infatti nel 2022... Ciononostante, si tratta di un’immagine che rende bene l’idea dell’incessante analisi svoltasi negli ultimi dieci anni sulle colonne dei giornali tedeschi.

Classifica UE: solo decimi?!

E non senza ragione. Da dieci anni l’economia tedesca, un tempo “motore dell’Europa”, è in fase di stallo. Lo scorso anno il PIL pro capite era di 26.600 dollari, con la Germania al nono posto in Europa. Causa la forte crescita della Finlandia, le cifre di quest’anno la spingeranno addirittura al decimo posto. La Gran Bretagna non è troppo indietro e, se il trend attuale dovesse confermarsi, supererà la Germania nel giro di due o tre anni. Nel frattempo anche chi arranca, come Spagna e Slovenia, recupererà terreno. L’Irlanda, che al tempo dell’unificazione tedesca era considerata come un’economia arretrata, è oggi in pole position con i suoi 30.500 dollari.

Come Ralf Schumacher durante la sua sessione di prove di settembre, l’economia che ci ha dato BMW, Audi e Volkswagen, è andata a sbattere. Negli ultimi dieci anni la crescita media annuale della Germania è stata di uno scoraggiante 1,3 %, meno della metà rispetto a Regno Unito (2,8%), Spagna (2,8%) e molto indietro rispetto a Finlandia (3,5%), Lussemburgo (4,5%) e Irlanda (7,8%). In altre parole, mentre la Germania è ferma al pit-stop, gli altri paesi non solo la stanno raggiungendo, ma la stanno superando.

Il fatto strano è che i tedeschi non sono i soli ai bordi della pista. Altri paesi continentali, come Austria, Francia, Svizzera o Italia, non hanno fatto molto meglio. In realtà la Svizzera, con la sua crescita ferma all’1% annuo, non se la passa tanto bene.

Non ancora fuori gara...

Cosa c’è che non va in questi paesi? Nel 1960 il sociologo Daniel Bell scrisse un libro profetico: “L’avvento della Società Post-Industriale”. In quest’opera l’autore afferma che dopo la rivoluzione industriale del XIX secolo, con la quale i paesi occidentali erano passati da un’economia agricola a una manifatturiera, ci sarebbe stata una nuova rivoluzione, quella “post-industriale”. In questo saggio si preannunciava, per i paesi in prima linea nello sviluppo tecnologico, una tarnsizione dell’economia dalla produzione di beni alla produzione di servizi: management, software, formazione e cultura. Oggi possiamo constatare come le previsioni di Daniel Bell fossero in gran parte corrette. In tutti i paesi avanzati, con gli Stati Uniti in testa e i paesi scandinavi ed anglosassoni a seguire, il settore dei servizi domina sui settori agricolo e manifatturiero e costituisce il carburante più importante della loro rapida crescita.

La Germania invece è ferma ancora agli anni Settanta. Mentre le società statunitensi hanno allargato la propria attività al settore delle nuove tecnologie (computer, telecomunicazioni e biotecnologie), Berlino ha optato per la produzione di versioni sempre più raffinate dei suoi prodotti, come automobili e altri prodotti meccanici. Purtroppo però il numero di automobili ed attrezzature meccaniche che il mercato può assorbire è limitato. Nel 1997 la Germania ha inciso con un traballante 20 % al mercato mondiale di macchinari ed automobili, ma ha contribuito per un esiguo 7 % allo sviluppo della tecnologia dell’informazione. Tuttavia è nei computer, non nella meccanica, che oggi si possono ottenere notevoli profitti.

E’ chiaro che il problema non è – come dicono gli economisti neoliberali – il modello tedesco di organizzazione degli affari: il cosiddetto “Modello Renano” che dà grande importanza agli investimenti per la formazione dei lavoratori, ai salari alti, con grossi fondi per la ricerca e un continuo miglioramento dei prodotti nello stesso settore. Il problema, innanzitutto, è che le società tedesche non operano nei settori giusti: dovrebbero impegnarsi nello sviluppo della telefonia mobile, dei computer, del software e nel campo delle biotecnologie. Invece di spingere al massimo il perfezionamente del settore automobilistico.

10, 9, 8... Conto alla rovescia!

Tornando alla domanda di Henzler e Spaeth, i tedeschi possono essere ancora salvati? Beh, ci sono dei segnali positivi. Nel 1995 il governo tedesco ha annunciato Bioregio, un concorso per l’assegnazione di sovvenzioni regionali per la ricerca biotecnologica. Il risultato? Il numero di società biotech è triplicato. Nello stesso tempo la Germania è leader mondiale nello sviluppo del software cosiddetto “open-source”, quello che sembra poter spezzare il monopolio della Microsoft in diversi ambiti. In più, se l’Agenda 2010 di Schröeder alla fine passerà, sarà più semplice per gli imprenditori creare delle start-up, cosicché nel XXI secolo la Germania potrà tornare all’avanguardia nel settore delle nuove tecnologie.

Per il bene dell’Europa dovremmo sperare che queste misure abbiano presto effetto. L’economia tedesca non è solo una forza potenzialmente cruciale nel guidare l’economia europea, ma anche fonte d’ispirazione per l’integrazione europea e principale piattaforma per gli investimenti per le nazioni del centro Europa che aderiranno all’Unione il prossimo anno. Malgrado l’Agenda 2010 abbia incassato numerose critiche dalla sinistra tedesca, i socialdemocratici di tutto il continente sperano nel suo successo perché il “Modello Renano” tedesco è l’unica alternativa al capitalismo anglosassone e, quando questo fallirà, anche la credibilità di una qualsiasi alternativa sistema made in USA si schiantarà contro un muro. Irrimediabilmente.