Mosca-Minsk, scambio proficuo

Articolo pubblicato il 13 marzo 2006
Articolo pubblicato il 13 marzo 2006

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La Bielorussia rimane la marionetta del Cremino. Ma nel paese dei ghiacci e del gas quest’alleanza, conveniente per Putin come per Lukashenko, non sarà di certo eterna.

Indovinello. Qual è il paese in Europa che comincia per “B”, dove vivono dieci milioni di persone, di territorio pianeggiante, con due lingue ufficiali dominanti, anche se la storia ne ha favorita una a scapito dell’altra? Il Belgio, dite? Possibile, ma oggi parleremo piuttosto di Bielorussia.

Dittatura dimenticata

La Bielorussia è un paese particolare all’interno dell’Europa contemporanea: si tratta dell’ultima dittatura del continente e dell’unico paese ancora infestato dalla censura, dove esiste il culto del “comandante della nazione”. L’ultimo paese non membro del Consiglio d’Europa e uno dei pochi che non solo non fa parte dell’Ue ma che non ha mai preso in considerazione un’eventuale adesione. La Bielorussia è una nazione nella quale non esistono né la libertà di espressione, né dei tribunali indipendenti, dove gli oppositori sono gettati in prigione e dove l’accesso libero a internet è limitato.

Per quale motivo, dunque, occuparsi di questa terra dimenticata? Ci sono molte ragioni per ritenere che i problemi della Bielorussia riguardino anche l’Europa.

Anzitutto, chi siamo, noi europei? In cosa consiste la nostra identità? Non è basata sulle nostre radici comuni, la nostra storia e dei territori comuni? In tal caso, la Bielorussia fa parte integrante del continente europeo e coloro che si interessano alle tematiche della Comunità Europea dovrebbero fare più attenzione a questo bizzarro paese post-sovietico. La democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani sono alla base del nostro impegno europeo, dunque perché non preoccuparsi di quello che succede un po’ più in là nel nostro continente?

In secondo luogo, i nemici. Il dittatore bielorusso Lukachenko ama inventare degli avversari. Una pratica dannosa, dal momento che gli avversari sono principalmente stranieri. Attualmente, il nemico numero uno di Minsk è la Polonia, compresa la minoranza polacca in Bielorussia, che conta quarantamila persone. Va da sé che l’Unione Europea fa anch’essa parte dei partner indesiderati.

Interessi reciproci

Altra tematica fondamentale, la politica. La Bielorussia dipende, economicamente e politicamente, dalla vicina Russia. Prima del conflitto energetico tra la Russia e l’Ucraina lo scorso gennaio, Gazprom, che minacciava Kiev di tagliare l’energia se l’Ucraina avesse rifiutato l’aumento delle tariffe di transito, si era assicurato delle condizioni eccellenti di funzionamento in Bielorussia. La compagnia petrolifera nazionale aveva dunque ripreso nel 2004 il controllo del sistema del gas in Bielorussia.

Certamente l’alleanza tra Lukachenko e Mosca è vantaggiosa per entrambi. Controllando la Bielorussia «come un burattino», la Russia di Putin non è e non sarà mai isolata nel territorio post-sovietico. Per il presidente russo, gli alleati fedeli valgono oro, e ne restano davvero pochi. A Mosca il mito dell’unione degli Slavi orientali (se non di tutti gli Slavi) è ancora ben vivo.

Per quello che riguarda Lukachenko, il patto con Mosca ha un’importanza vitale. Senza l’appoggio della Russia, il regime bielorusso non sopravvivrebbe a lungo. La Russia accoglie dei lavoratori bielorussi, vende le materie prime a buon mercato e apre il suo enorme mercato di centoquaranta milioni di abitanti ai prodotti bielorussi. La benevolenza della Russia ha inoltre un effetto secondario non trascurabile. Mentre gli eventi bielorussi sono oggetto di critiche da parte dell’Occidente, Alexander Lukachenko non ha di che preoccuparsi, perché possiede tutto quello di cui ha bisogno per governare: il sostegno della Russia.

Democrazia, malattia contagiosa

Prima della Rivoluzione arancione la politica dell’Ue verso l’Europa dell’Est consisteva nel fatto di contrattare con Mosca sulle tematiche riguardanti Kiev e Minsk. Errore fatale: presto o tardi, la Bielorussia, come l’Ucraina, prenderà la strada dello Stato di diritto, in cui i diritti dell’uomo siano rispettati. L’Unione Europea dovrà allora essere pronta a discutere dei problemi bielorussi a Minsk, non più a Mosca. Questo cambiamento di rotta dovrebbe essere anticipato con lungimiranza. Un esempio particolarmente bene accolto è quello del finanziamento, da parte dell’Ue, di una radio che emette in Bielorussia.

La Rivoluzione arancione ha dimostrato fino a che punto la lotta per una buona causa può essere efficace. La democrazia, giunta fino all’Ucraina, dimostra che può essere possibile anche in Russia. Alcuni cambiamenti potenziali in Bielorussia significherebbero un passo avanti anche verso una Russia più democratica. L’inverno scorso nelle strade di Varsavia e di Kiev i manifestanti gridavano in coro: «Kiev-Varsavia: lotta comune!». È arrivato il momento che questo genere di slogan venga reso popolare sostenendo i movimenti democratici che emergono dietro la nostra frontiera europea comune ad est. Come quello in Bielorussia.