Morti sul lavoro in Italia: prima e dopo la ThyssenKrupp

Articolo pubblicato il 25 maggio 2009
Articolo pubblicato il 25 maggio 2009
Dopo la tragedia della ThyssenKrupp a dicembre 2007 il tema della sicurezza sul lavoro ha toccato l’opinione pubblica italiana. Intervista a Samanta Di Persio, autrice del libro Morti Bianche.

Nel dicembre 2007 un incendio nella sede torinese del colosso tedesco dell'acciaio ThyssenKrupp provocò la morte di sette operai, arsi vivi. Le direzione del gruppo aveva già deciso da tempo di smantellare le linee dell’impianto siderurgico, e pare che la manutenzione e le norme di sicurezza fossero trascurate in vista della dismissione. La mancanza di personale costringeva inoltre a turni che poteva superare le dodici ore. La moglie di una delle vittime aggiunge che i sindacati – che erano a conoscenza della situazione – abbiano taciuto. L'accadimento, dati i contorni di colpevole trascuratezza, ha provocato una straordinaria reazione emotiva in tutta la società italiana e il risveglio dei media e dell'opinione pubblica sul tema della sicurezza sul lavoro.

(Foto: fuori*testa/flickr)

La mobilitazione dell’opinione pubblica

Nei mesi che sono seguiti il susseguirsi degli eventi è stato vorticoso: a marzo 2008 lo stabilimento ha chiuso e, secondo un recente progetto, il sito dovrebbe essere riconvertito in un polo clean tech; ad aprile Antonio Boccuzzi – l'unico superstite del rogo che da un memorandum segreto dei vertici dell'azienda si voleva «fermato con azioni legali» per le sue esternazioni in tv – è stato eletto in Parlamento alle ultime elezioni politiche nelle file del Partito Democratico (coalizione di centro-sinistra). Alle stesse elezioni un altro operaio della Thyssen di Torino, Ciro Argentino, era capolista in Piemonte per la formazione post-comunista Sinistra Arcobaleno. A fine giugno i familiari delle vittime hanno raggiunto un accordo con l'azienda ottenendo un risarcimento che sfiora i 13 milioni di euro, ma rinunciando a costituirsi parte civile. A settembre al Festival di Venezia vengono presentati due film entrambi incentrati sulla tragedia di Torino: La Fabbrica Dei Tedeschi di Mimmo Calopresti e ThyssenKrupp Blues di Monica Repetto e Pietro Balla. A gennaio prenderà il via il processo penale in Corte d’Assise, nel quale l’imputazione più grave – per l’amministratore delegato Harald Espenhahn, accusato di esser stato consapevole dei pericoli per gli operai e aver comunque «accettato il rischio» – è di omicidio volontario. Ma per un incidente che si riversa prepotentemente sui media, molte altre tragedie finiscono dimenticate.

Un lavoratore morto non fa notizia

«Se non ci sono almeno quattro morti, un lavoratore che perde la vita non è più una notizia» ci dice Samanta Di Persio, giovane autrice del libro-inchiesta Morti Bianche, acquistabile a prezzo libero sul blog di Beppe Grillo. E senza l’attenzione di giornali e televisioni la politica dimostra scarsa sensibilità alla questione, tant’è che «nell’indulto del Governo Prodi rientrarono anche le violazioni in tema di lavoro». Il ruolo dei politici? «Innanzitutto sono disinformati, i testimoni del libro mi hanno raccontato che spesso si sono rivolti alle istituzioni per chiedere interventi, ma senza risposte. Tutt’al più, i politici sono informati sui numeri. Ma dietro ogni morte c’è un uomo e una tragedia. Non esiste un fondo per aiutare le famiglie disagiate, e c’è una burocrazia infinita per conoscere i propri diritti. La politica svolge il solito ruolo di facciata». Il quadro dipinto dalla Di Persio non è confortante: le aziende spinte da un diffuso senso d’impunità vedono spesso nelle norme sulla sicurezza e nella formazione dei lavoratori solo un costo aggiuntivo; i lavoratori – soprattutto quelli più deboli – subiscono il ricatto del licenziamento e non vengono tutelati da sindacati referenziali ai partiti che, a loro volta, devono rispondere di finanziamenti e connivenze con il mondo dell’industria. «Basta pensare al ferroviere Dante De Angelis: chiede spiegazioni sul malfunzionamento degli Eurostar, l’azienda, invece di rispondere, lo licenzia». Ancor più clamoroso il caso di Giorgio Del Papa, titolare dell’azienda olearia Umbria Olii, contraddistintosi per la richiesta di risarcimento (35 milioni di euro) avanzata ai parenti dei quattro operai morti nello scoppio di un silos del proprio stabilimento nel novembre 2006, e al sopravvissuto Klaudio Demiri, per la presunta imperizia sul lavoro che avrebbe causato l’incidente.

Ma talvolta non basta denunciare la poca sicurezza del proprio ambiente di lavoro. La Di Persio ci racconta la vicenda kafkiana della signora Mulas, il cui marito stava lavorando in una ristrutturazione a Varese, in Lombardia. Questi «le disse di chiamare la Asl (Azienda sanitaria locale) perché il ponteggio sul quale lavorava non era a norma. Trascorrono pochi giorni, il marito della signora Mulas muore cadendo dall’impalcatura. La Asl di Varese risponde dopo qualche settimana dalla morte dell’uomo con una raccomandata, dicendo che non aveva personale». La tragica carenza di personale addetto ai controlli porta a stimare «che ogni impresa “rischi” un controllo ogni 33 anni. C’è una stretta correlazione fra la carenza di controlli e non certezza della pena con le morti sul lavoro».

Prima pubblicazione di questo articolo: 9 dicembre 2008